Il fascino di un pittore di nome Enrico Fonda.

L’inverno del 1929 è implacabile in tutta Europa. Il gelo ferisce le mani e i volti, fa scorrere lacrime inconsapevoli, il respiro diventa ghiaccio sulle labbra. Strade e passaggi sono ostruiti dalla neve, la temperatura scende fino a -20, telegrafi e telefoni sono interrotti per ore. Febbraio a Parigi è crudele, ostinatamente bianco. La neve continua a cadere e il sole pallido è solo un’illusione di luce che svanisce presto. Le notti sono maligne, rigide. Il lago al Bois de Boulogne è gelato, le pozze d’acqua sono specchi ondulati, il grande freddo rapisce gli affetti alle famiglie, infierisce sui corpi stanchi, distrugge anime affrante. A Meudon, nei sobborghi di Parigi, la gelida signora attira nella sua rete un giovane maestro di grande talento, il pittore Enrico Fonda.

 

Enrico Fonda - Le café de Meudon - Pinterest personale
Enrico Fonda – Le café de Meudon – Pinterest personale

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Famiglia pervasiva con napoleonico Chambertin.

Portoferraio, Isola d’Elba, 1814. Quasi fine estate. Il vento da nord porta l’urgenza della fuga unita a fresche voci di donne. Ci credereste? Sono sull’isola per un’intervista impossibile a Napoleone Bonaparte. Uomo di straordinaria immaginazione creativa e intelligenza, capacità di analisi, definizione di obiettivi e calcolo dei risultati, capace di lavorare sotto stress e talmente proattivo che oggi potrebbe tranquillamente superare quei geni di François-Henri Pinault, Jeff Bezos e Jack Ma messi assieme. Strategicamente, potrebbe essere un governante di assoluta genialità, disposto a strabilianti avventure finanziarie ed entusiasmanti colpi di scena basati sulla consapevolezza delle proprie capacità politiche, militari e diplomatiche.

Antoine Jean Gros - Bonaparte al Ponte di Arcole, 1796. Museo del Louvre - Parigi.
Antoine Jean Gros – Bonaparte al Ponte di Arcole, 1796. Museo del Louvre – Parigi.

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Tutti in Cina. Mario Varglien, Pearl S. Buck e la Juve.

Tardo pomeriggio di un giorno particolare. Ho in calendario una gita tra le nuvole. Avete capito bene, tra le nuvole. Mi è capitata l’eccezionale opportunità di fare quattro chiacchiere con Mario Varglien. Lo zio Mariolino, che non vedo da un bel po’ di anni.

Mario Varglien - Collezione privata.
Mario Varglien – Collezione privata.

La settimana passata ho messo ordine tra fotografie, carte e libri che gli sono appartenuti e la nostalgia mi ha pizzicata. Pure una significativa curiosità. Ci sono oggetti e ricordi di Mario che continuano a saltare fuori da cassetti, fondi di armadi, scatole e librerie. Di tanto in tanto, cerco di investire il tutto di nuovi significati perché i ricordi si trasformano con il passare del tempo. Questa volta dal cassetto è spuntato un elegante paio di bretelle da smoking nero proveniente da Sulka
di Parigi e il vecchio, ma incredibilmente raffinato cappello in panno nero di Battersby.  Che mi sta d’incanto. Poi ci sono i libri e le riviste in francese che a cui tengo in modo particolare. Mario aveva conservato un nutrito numero de L’Illustration di cui sono gelosissima.

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Cosa sa Vecchio Furetto del drago cinese?

Niccolino trascorreva l’estate in collina, a casa della nonna. La casa era piccola, la collina era piccola ma la strada che portava dalla città alla casa della nonna era molto lunga. Niccolino voleva bene alla nonna, alla vecchia collina e all’estate. La nonna era abbastanza vecchia ma non troppo, saggia ma non sempre, viveva tra molti pensieri e poche parole. Che di solito erano quelle giuste. Almeno così pensava Niccolino a cui era permesso gironzolare da solo su e giù per la collina e andare al laghetto a cercare la rana verde e a raccogliere la salvia selvatica. Veramente proprio da solo solo, no. Su un sentiero verde e ombroso che godeva di un bel panorama, trovava sempre seduto sulla panchina arrugginita il Vecchio Furetto. Alla prima occhiata l’amico di nonna sembrava dormire sotto il suo vecchio  cappellaccio di paglia. Niccolino si fermava davanti a lui, con le mani in tasca e la testa piegata di lato. Il vecchio allungava le gambe e sollevava la tesa del cappello. Poco poco, giusto per strizzargli l’occhio. Poi si alzava, tutto pimpante e insieme si avviavano verso lo stagno. Il vero nome di Vecchio Furetto era Tancredi. Ma la nonna diceva che non era adatto. Vecchio Furetto andava bene: agile, scattante e ladro. Rubava le fette di torta della nonna. Ma questo Niccolino lo capiva bene. Le torte erano molto buone. Soprattutto quelle con le mele.

Frutteto - alberi di mele
Frutteto – alberi di mele

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La Cina, questa sconosciuta. Quando Roma amava la seta cinese.

Dal momento che è arcinoto quanto la porta chiusa dello studiolo segnali una mia momentanea disconnessione dal presente, nessuno mi scoccia. Passano davanti alla porta in punta di piedi. Vengo richiamata alla contemporaneità solo in caso di circostanze impreviste e quindi quasi mai. Qui si comprendono gli impulsi del lettore appassionato che ama ritirarsi in solitudine. Per ascoltare le parole scritte. Perché io credo che non sia sufficiente leggere con gli occhi, è necessario ascoltare con cuore e mente aperta, in attesa. C’è sempre una rivelazione dentro le pagine di un libro che vuole essere scoperta e compresa. Qualcosa da decostruire e reinterpretare e disegnare di nuovo, con tratti più armonici, vivaci, leggeri, talvolta invisibili. Ho tante domande, so che poche o sconosciute, saranno le risposte. Ma sono sicura che sia buono camminare nel presente in compagnia di ritagli di memoria, attraverso i filamenti del passato con un ricordo possibile, sapere che esistono interpretazioni ancora appellabili. Il passato è nostalgia, talvolta scintilla, magari fuoco che illumina la via della ricerca. Per perdersi tra le pieghe del tempo e dell’anima. Futuro e passato transitano nel presente, senza predominio, con simpatia. Con affetto. Per soccorrere l’esistenza. Senza dimenticare, ma andare, andare di nuovo trasportati da venti impazienti, su onde furiose verso la frontiera, non più limite ma orizzonte. Per fare della propria vita un uso saggio¹.

Fiore di loto

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