Escursioni mitiche nella valle del Vipacco

La felicità bussa alla mia porta. Sono libera di bighellonare a mio piacimento per tre giorni interi! Il meteo promette tempo soleggiato o parzialmente nuvoloso. Preparo la valigetta “da soggiorno breve”, dove, non ci crederete, ci infilo mezzo guardaroba e lo zaino piccolo per le emergenze. Non so quali, ma mi attrezzo. Potrei scivolare o peggio ancora cadere in acqua! Il bagagliaio della macchina ospita le scarpe buone per camminare. Cammino per essere rapita dal fascino della vita e della natura, cammino per contemplare. Mi fanno compagnia i saggi dell’antichità, celebratori della deambulatio come rimedio per ogni male. La vix medicatrix naturae di Ippocrate e Avicenna ha trovato in me una fervida sostenitrice. Parto, ringalluzzita dal pensiero di Thoreau, un vero amico per l’anima femminile: come possano le donne sopportare di essere confinate in casa ancor più degli uomini, io non lo capisco; ma ho motivo di ritenere che la maggior parte di esse non lo sopporti affatto. Non è che proprio non lo sopporti affatto, io a casa sto bene. Ma è altrettanto vero, che il mio temperamento inquieto spinge a cercare la vita nel vento e nelle nuvole. Così, venerdì mattina, piuttosto esultante, lascio al loro destino i doveri quotidiani e, cartina alla mano, decido la direzione. La decisione è rapida. Lascio la città, raggiungo il Carso triestino e mi fermo per il primo caffè a Sgonico. Il richiamo di boschi, prati, fiori e acque si fa più intenso. Salgo in macchina. Davanti a me un carpino, base per un gruppo di rumorosi storni comuni. Raggiungo il confine con la Slovenia. Mi fanno da guida la natura e qualche cartello giallo. Approfitto delle opportunità che mi si presentano. Unica meta certa Vitovlje.

Valle del Vipacco

Ho pernottato da Barbara a Malovščevo, un incantevole agriturismo vicino alla selva di Tarnova. Le immagini di pancetta, speck, salame e marmellata sono particolarmente invitanti. I vini proposti anticipano l’armonia del luogo. In un’ora e poco più di macchina, arrivo a Vitovlje. Parcheggio comodamente. Barbara mi accoglie con gentilezza e un buon bicchiere di vino rosso dolce. Prendo le chiavi, infilo la valigia nella stanza. Sul muro esterno si arrampica una glicine stupenda. Mi rinfresco viso e mani e scendo al pianterreno. Saluto Barbara e parto per le mie passeggiate.

Prodotti tipici locali del Vipacco

Cammino con passo lungo e veloce. Decido per una velocità sostenuta fino al cartello che indica Osek. Raggiungo uno spiazzo ghiaioso. In lontananza, filari di vigneti in rappresentanza dell’esperienza paziente e del lavoro appassionato dei vignaioli. L’aria è tiepida. La luce cristallina e l’erba brillante. Le foglie della e vivono qui una perpetua giovinezza. In corrispondenza dell’attaccatura, le colorazioni diventano bruno-rossastre. Altre manifestano i loro primi rossori ai margini, molte virano dal verde al giallo o sono tinteggiate da nervature giallo-rossastre.

Vitigno Zelen

Tra le varietà di vitigni autoctoni di queste zone troviamo lo Zelen. Si rifà al verde dei suoi pampini dal bel colore chiaro. Produce un vino fresco, luminoso, brillante, che sfuma nel giallo dorato. Bacca grossa, grappoli robusti, oggi necessita di sei mesi di invecchiamento, in cisterne d’acciaio su lieviti esausti. Nel 1844 il sacerdote Matija Vertovec, persona colta e viticoltore appassionato ed esperto, lo cita nel suo Vinoreja za Slovence, come un vino davvero speciale, nobile. Questa sua pubblicazione informa sulla coltivazione della vite dalla piantagione alla potatura, la protezione delle piante, la raccolta, la trasformazione e la fermentazione. Vinoreja diventa testo scolastico e professionale, distribuito gratuitamente tra gli agricoltori. Il vino orienta verso morbide note di pesca, lavanda e rosa. L’olfatto si inebria di timo, alloro e rosmarino. È generoso con un buon risotto di asparagi e formaggi non stagionati. Indimenticabile! Con la Pinela, invece, così rara e con una struttura delicata, ma così forte da sopportare la bora fredda e aspra, viticoltori producono un nettare luminoso e vivace che richiama i sapori caldi di ananas e pompelmo. Si accompagna bene con gli antipasti caldi e le carni bianche. Trascrivo queste informazioni sul mio libriccino degli appunti. La signora che me le offre così generosamente, è una bella fioraia bionda da cui ho acquistato due ciclamini rossi. Il verde splendente delle foglie ha creato in me un’attrazione irresistibile. Spero non soffrano troppo in macchina, fino al mio rientro a casa! Intanto, mi riprometto quanto prima di fare la conoscenza dello Zelen! Il background enologico della Slovenia è molto frequentato: produce un sauvignon equilibrato con note ricorrenti di basilico e melissa che confluiscono nelle tonalità di pere mature e sfumature agrumate. Il tocai è fresco e diretto, elegante e luminoso. I rossi profumano di ciliegie e prugne. Sono caldi, speziati, piccanti. La bocca si inebria di caffè e legno, la vista gode del rubino intenso, al naso vanno i sentori di cacao e liquirizia. Sono vini emozionanti, coinvolgenti, che parlano di nostalgie, dubbi, passioni e timori, che sussurrano di miti e riti antichissimi, che raccontano di segreti familiari e di eroiche imprese. Esprimono gioia, piacere, simpatia, parlano con tono autorevole e misterioso. Questo ciclo della vite e del vino è di nuovo allegoria di nascita, morte e resurrezione. Sono una bella compagnia, simbolo di allegria, soccorso, nutrimento. Le viti raccontano di cose sacre che non devono essere profanate. Il poeta egiziano ibn al Farid diceva che «il vino è la bevanda dell’Amore divino perché quest’amore genera l’ebbrezza e l’oblio completo di tutto ciò che esiste al mondo. Questo vino è l’Amore divino eterno che appare nelle manifestazioni della creazione».

Viti

E io sono qua, nella terra dove si produce l’oblio. Fortunata! Passeggio tra i vitigni, appagata dai riflessi della luce oro antico. Contro il cielo, si stagliano le coste del monte e le foglie degli alberi. Percepisco una leggera ansia, l’atmosfera nasconde l’autunno, non ancora del tutto visibile. Passeggio lentamente, il presente si allontana. Sul sentiero della memoria si fanno strada gli antichi miti sumerici della Madre Vite, quando il segno usato per rappresentarla, in origine, era un pampino. Gilgamesh, l’eroe di Uruk, alla ricerca dell’immortalità, penetra nel giardino del Sole, ma vi trova solo alberi composti da pietre preziose. Solo la vite è viva, per simboleggiare la gioventù e la vita eterna. Siduri, la «donna del vino» gli indica la strada per raggiungere Utnapistim, a cui gli dei hanno concesso l’immortalità. Invece, sulla penisola greca, il culto della vite dionisiaca è di origine cretese. Dioniso, identificato con la vite e il vino, racchiude il carattere di divinità che annuncia l’energia della natura. La sua manifestazione libera l’uomo dalle catene dell’esistenza quotidiana. Nietzsche parla di incantesimo dionisiaco quando descrive l’attimo in cui la natura e l’uomo, suo figlio prediletto, si riconciliano. Dioniso, figlio di Zeus e Semele, figlia di Cadmo, re di Tebe, è il fanciullo sacrificato e risorto. Secondo una leggenda, Dioniso è vittima della gelosia di Era che lo fa squartare dai Titani. Le sue membra cotte vengono bruciate, ma dalla cenere, miracolosamente, cresce la pianta della sacra vite. La vendemmia, nella Grecia antica, sottintende lo smembramento del corpo del dio, a cui gli antichi hanno dedicato un ciclo di feste invernali.

Pompei-Villa dei Misteri. Affresco dionisiaco
Pompei-Villa dei Misteri. Affresco dionisiaco.

Nel mese di poseideón, durante le Dionisie rurali, il vino veniva assaggiato e miscelato. A gennaio si festeggiavano le Lenee, quando l’uva veniva pigiata e il vino conservato, fino al momento in cui era pronto ad essere assaggiato. Gennaio è il mese più freddo dell’anno in Grecia e il vino ne ha bisogno per l’ultimo processo di chiarificazione. Così, si faceva nascere il fanciullo divino proprio all’inizio del mese. A seguire, si celebrava le Anthestéria, che richiamano il fiorire della natura, i primi fiori sbocciati. Si festeggiavano alla fine dell’inverno durante la celebrazione del ritorno di Dioniso dagli inferi. Era il simbolo della luce, il passaggio dall’inverno alla primavera, di cui Dioniso era l’epifania. La vita e la morte si mescolavano. I morti salivano dall’ade e giravano tra i vivi. Insieme, nell’ebbrezza e nell’euforia, si dissetavano con il vino conservato nei grandi recipienti di argilla, si gustava il divino succo d’uva fermentato e nell’agorà venivano declamati ditirambi in onore del dio. A marzo le feste si concludevano con le Grandi Dionisie. Si sacrificava un caprone, il distruttore delle vigne, e alle viti, ancora prive di foglie, veniva dato da bere il suo sangue. L’animale sacrificato rappresentava la manifestazione del dio che modellava la vite. La voce del vecchio mito che sussurra tra i vitigni, mi procura un sospiro di felicità. Cerco di sfruttare la giornata e ho dei progetti romantici che sto prendendo molto sul serio. Aspiro ad un incontro con le querce, prima che il tramonto oscuri questa mia prima giornata di semplice e composto godimento.

Assorta, mi muovo lentamente su una stradetta sassosa. Ogni tanto finisco in qualche piccola pozza d’acqua fangosa. Plop, plop!… sento un leggero risucchio. Mi fermo, a fianco di un viottolo. Il cielo, azzurro acquamarina, si è impreziosito di bianche nuvole vagabonde. La luce indugia tra il verde e il giallo della vigna. Ogni tanto, un’ ombra accentua la bellezza del paesaggio con riflessi topazio. Ascolto le voci della collina. Qualcosa mi spinge verso una stradina erbosa. Cammino veloce e guardo i fiori sul prato. Sono dispiaciuta perché ignoro i loro nomi. Mi riprometto di acquistare qualche libro per saperne di più e contemporaneamente, sfilo un panino dallo zaino. Pilucco pane e salame finché mi fermo, affascinata da un piccolo angolo di mondo che sembra accogliermi, confortevole e amoroso. Legno e pietra per tavolo e panche. In alto, le cupole delle querce. Diritte, in imponente equilibrio, affermano con saggezza e generosità la forza della vita.

Sono alberi privilegiati, le querce. La tradizione racconta che, tra le fronde, abitavano due specie di ninfe. La prima erano le anime degli alberi, le driadi, che potevano lasciare l’albero e le amadriadi che invece erano inseparabili all’albero e morivano con lui. Delle querce si diceva che potessero vivere mille anni e così anche le amadriadi erano considerate immortali. Il loro compito era di proteggere l’albero. In caso di pericolo, si diceva che alzassero le loro voci con toni ostili e minacciosi. Plinio il Vecchio nella sua Naturalis historia ci informa dello stupore provato dai Romani davanti alle immense foreste di querce della Germania. La selva Ercinia, era considerata un fenomeno stupefacente. Iniziava sugli altipiani svizzeri, correva dal Danubio fino in Transilvania e al Tibisco. Si spostava poi verso nord, fino al mar Baltico. Nodosa, massiccia e bruna, la quercia, ancora oggi, incute reverenza. Dieci metri di diametro e duemila anni di vita non sono cosa da poco. Il suo legno, durissimo, veniva utilizzato per la costruzione di navi. Simbolo di sovranità, la quercia produce un frutto, la ghianda, ritenuto il primo alimento degli uomini. Alla corte di Ferrara, nel Cinquecento, il cuoco e conte palatino Cristofaro di Messisbugo consigliava una ricetta con le ghiande. Non tutte, però: solo quelle del leccio, del rovere e della Valonea sono commestibili.

Panchina tra gli alberi

Queste piante sono stati alberi sacri a Thor, il dio della folgore e del tuono. Assimilate a Dagda, il celtico dio della guerra, al Giove romano e al gallico Taranis, favorivano la fertilità e proteggeva dalle divinità oscure. Per gli estoni, popolazioni ugro-finniche, gli alberi erano consacrati a Taara. Divinità suprema, era il dio del tuono, chiamato anche «Padre del Cielo». Perun, dio del tuono per le popolazioni slave, era pensato come il dio sovrano e in suo onore venivano sacrificati vittime di ogni specie. Il fuoco, acceso in suo onore, non doveva spegnersi mai. Pena la morte. E ancora, in Bielorussia, i sacerdoti onoravano Perun all’interno di un tempio, e praticavano la giustizia all’esterno, sotto una quercia. Anche san Luigi IX, nella Francia medievale, amministrava la giustizia sotto questo albero, ormai trasformato nel simbolo del Dio cristiano. Una volta sconfitte le resistenze pagane in Europa, l’immagine di queste piante veniva scolpita sulle tombe a simboleggiare la vita eterna. I cavalieri la portavano incisa sull’elsa delle spade come segno di forza. Nel Rinascimento, la forza d’animo veniva rappresentata da una donna che impugna un ramo di rovere nella mano destra. Ricchezza e salute e lunghezza della vita comparivano nelle rappresentazioni di donne abbigliate lussuosamente e reggitrici di cornucopie insieme a tronchi, fronde di quercia e ghiande. La letteratura riporta nella Guida sicura de’ Veri Honori, che la quercia, immaginata come una fanciulla alata e abbigliata con una tunica, sostenga uno scudo che porta incisi i simboli di Onore e Virtù. Seduta sotto una quercia, indica con la mano due motti «Hinc omnia» e «Me duce», per indicare come onore e virtù discendono direttamente da Dio. Ma l’onore può discendere prima da eccellente virtù. Pensieri eccelsi! Seduta sulla panca, divoro una mela. Sto prendendo molto sul serio me stessa e mi sento molto poco virtuosa. L’accoglienza saggia e ciarliera delle querce, mi provoca un delizioso torpore. Vorrei ascoltare ancora qualche loro storia, distendermi sulla panca e sonnecchiare, sgranocchiare ancora qualche frutto. Rivolgo lo sguardo verso est e in tono di leggero rimprovero, mi dico che è ora di andare. Prendo commiato dalle driadi con affetto, ringrazio per la cortese ospitalità e mi avvio. Come punto di riferimento, scelgo la cima tondeggiante della collina, che vedo, appena ombreggiata, all’orizzonte. Osservo il sole e noto che non è troppo tardi per prendermi il lusso di assaporare ogni giallo brillante e verde tardivo che la terra di Osek mi offre. Poco dopo, decido di girare leggermente a destra, verso una stradetta che guarda la collina. Per un attimo, rivolgo un pensiero alla cena. Mentre fantastico di pane caldo, salame, coppa e profumatissimo prosciutto, parte della mia attenzione si concentra su una visione inaspettata. Osek, infatti, ospita un cimitero militare. La mia leggerezza di poco prima, si affievolisce. Immagini di scontri incerti e sanguinosi non cancellano la pace del luogo. In un cespuglio si nasconde un pettirosso. Il suo canto luminoso consacra le anime dei morti. Si muovono in silenzio, tra cielo e terra. I tempi burrascosi, il susseguirsi di offensive, i morti civili e militari, le persone evacuate, i bombardamenti intrecciano le vite di donne e uomini e le trasformano in memoria, silenziosa e sommessa. Non per questo meno viva. C’è sempre la speranza di trovare una soluzione di vita generosa, per non riproporre tremendi anni di guerra, di fame e di disperazione. E’ una questione di salvezza per ristabilisce la dignità delle persone.

Cimitero di guerra di Osek

Sono rimaste sul terreno alcune lapidi, resti di tombe di soldati austriaci e italiani. Mani calde hanno interrato viole del pensiero, due candele sono appoggiate alla terra, in attesa della luce. In fondo, una croce solitaria osserva i visitatori sconosciuti e i contemplatori inquieti che inseguono il sacro nel visibile, chi vuole ancora rappresentarsi la natura umana in senso autentico. Simbolo antichissimo, l’asse della croce verso l’alto, rappresenta il viaggio spirituale verso l’altro mondo. La quercia, poco dietro, le offre protezione. Intorno non si sentono voci umane. Solo il carezzevole suono dell’aria e una sensazione di solitudine di un mondo dominato da arcaiche potenze. Sotto la croce guizzano delle piccole lucertole verdi. Potrei restare in contemplazione per giorni interi, senza esaurire tutto il senso della fragilità umana che il tempo, inesorabile, frantuma.

Cimitero di guerra di Osek

E’ il luogo di tanta storia. Il 23 maggio 1915, quando l’Italia dichiarò guerra all’Austria, si aprì il settimo fronte. Il Sud Tirolo e i territori lungo l’Isonzo, le regioni che l’Italia reclamava dall’impero austro-ungarico, diventarono il principale teatro degli scontri. Nell’estate del 1915, sull’Isonzo, un fronte di trenta chilometri e la superiorità numerica non bastarono agli italiani per non subire perdite gravissime. Intorno a Gorizia, gli austriaci li costrinsero a ripiegare e fecero 1500 prigionieri.

Cimitero di guerra di Osek

Tra settembre e dicembre, le autorità furono costrette a mettere in quarantena intere città per il sorgere di un’epidemia di colera. Qui a Osek, nelle retrovie, arrivavano le vittime dei gas, del fuoco d’artiglieria, delle granate, della paura, delle pallottole dei fucili. Le cannonate asportavano braccia e spalle, i volti pallidi, smorti, le labbra bianche. Morenti e feriti gemevano e chiedevano aiuto, i corpi imbrattati di sangue. Il fuoco dei cecchini logorava i nervi dei soldati. Le truppe combattenti, flagellate da pioggia e fango, mani e piedi deturpati dal gelo, erano affamate. Il rancio era scarso, le uniformi fradice. Uniche consolazioni, la corrispondenza con le famiglie, qualche licenza, rara, molto rara, alcol e fumo. Gli shock da combattimento erano devastanti.

Cimitero di guerra di Osek

L’anima può ora riposare. Il ricordare con tanta dolcezza un’immane tragedia umana è qui un’opera compiuta. Anche se il luogo mi è ormai familiare, è tempo che rientri a Vitovlje. Il sole è scomparso alla vista e la terra si tinge di blu e grigio. Ho dimenticato me stessa e la luna, che ormai passeggia insieme alle prime luci del crepuscolo. Sono assorta, con un senso di gratitudine perfetta. Riprendo il viottolo che mi ha portata fin qui. Procedo con passo spedito. L’aria, adesso, è fredda. Rientro da Barbara. Raggiunto il letto, mi addormento appena appoggio la testa sul cuscino.

La mattina dopo, colazione abbondante e piacevole a Malovščevo, prima della partenza per il nuovo giro. Pane croccante, latte, caffè. E ancora, marmellate della casa, burro e sapori salati: speck, coppa, formaggio fresco e tenero. Mi appassiono ad un tête-a-tête con il miele della zona dal sapore affettuoso e dalla tonalità vigorosa. Faccio il pieno di energia per buona parte della giornata. Ho ancora molta strada da percorrere. In Slovenia, l’apicoltura ha una storia molto ben sviluppata fin dal XVIII secolo. Il pittore Anton Jansa, fin da ragazzino, si consacrò con passione alla cura delle api e all’ insegnamento dell’ apicoltura a Vienna. Fu un entusiasta sostenitore dell’impollinazione e del nomadismo delle api sul territorio coltivato a grano saraceno, sicuro che questo potesse favorire la seconda raccolta di miele. Jansa, autore del Manuale completo di apicoltura, pubblicato postumo, mancò di vedere come il suo lavoro, apprezzato così tanto dall’imperatrice Maria Teresa, fu poi imposto con un editto a tutti gli apicoltori. Nella zona di Vitovlje-Osek, gli apiari sono sparsi sui prati: dove c’è una radura, nelle vicinanze di piante di edera, tarassaco, qualche ultimo girasole o alberi melliferi. Apparentemente disabitati, proteggono l’operosa attività dell’ape regina, delle api operarie e nel periodo della sciamatura, anche dei fuchi. Questo insetto, dalla complessa organizzazione sociale, è portatore di un’intensa vita simbolica: l’ape nel mondo egizio, come in Grecia e tra i Galli, rappresenta l’anima che sopravvive dopo la morte del corpo. Dotati di virtù eccelse, le api ispirarono Virgilio nelle Georgiche e Cicerone non mancò di paragonare la loro vita comunitaria a quella degli uomini socievoli, ingegnosi di pensiero e azione.

Arnie

Questi insetti furono consacrati alle divinità femminili. Le sacerdotesse che celebravano i Misteri ad Efeso e a Eleusi erano dette mélissai, api, appunto. Rappresentanti della purezza e del coraggio, assaltano gli invasori, compatte, senza mai indietreggiare. Anche Esopo , l’iniziatore della favola, racconta come, un giorno, le api si fossero rivolte a Zeus per chiedere di trasformare il loro pungiglione in un’arma letale per chiunque avesse osato rubare il loro miele. A Zeus, la cosa non piacque più di tanto e considerò le api veramente maligne. Concesse loro il pungiglione assassino, ma decretò anche che, dopo aver colpito la loro vittima, perdessero non solo l’arma letale, ma anche la loro stessa vita. Per i Romani, è simbolo di felicità. Favi di miele coricati su fasci di verbena venivano offerti in omaggio a importanti uomini politici o funzionari governativi. Il miele, frutto del loro lavoro, diventato simbolo dell’eucarestia con san Tommaso, allude anche alla dottrina di Cristo e alla ricompensa paradisiaca per gli eletti. Per poter vedere bene la realtà, è necessario conoscere i miti.

Finita la prima colazione, assaporata fino all’ultima goccia di miele, prendo congedo da Barbara dell’agriturismo Malovščevo. E’ intenta, in cucina, alla preparazione di un pranzo nuziale. Taglia e affetta verdure con un lungo coltellaccio inquietante. Salto in macchina e imbocco la via del rientro a casa. Stamattina, aria limpida e fresca, velata da un incantesimo. Spiritelli invisibili saltano da una foglia di vite all’altra. Sulla strada, due camminatori, con zaini e bastoncini da trekking. Si preparano ad affrontare la salita verso il monte, in direzione della chiesa di Vitovska. Un cane esce dal cancello di un cortile, curioso. Annusa l’aria, si tiene a distanza, non fa alcun passo per attraversare la strada. Due grossi gatti, sonnecchiano al sole, senza scomporsi davanti al passaggio degli umani. Infilo la mia valigetta nel bagagliaio. Mi dirigo verso il castello di Branik. La strada è in leggera salita. Il motore della macchina perde qualche giro. Ammiro il panorama e mi dimentico che cambiare marcia è fondamentale! Arrivo davanti ad uno spiazzo erboso. Parcheggio e salgo a piedi, in leggera salita, verso il castello. E’ una costruzione molto imponente, immersa nel silenzio. L’apertura è prevista ogni fine settimana. Dalle dieci del mattino fino alle diciannove la sera. All’ingresso, mi accoglie un ragazzo molto cortese, mi consegna un depliant informativo. I documenti informano del castello di Rifembergo e dei suoi proprietari dalla prima metà del 1200, quando ebbero in concessione, come feudatari dei conti di Gorizia grandi possedimenti nella valle del Vipacco, in Carso e terreni in Istria, fino poi a ridursi alla morte dell’ultimo discendente, verso la prima metà del Quattordicesimo secolo. Durante l’età moderna, il castello entrò a far parte della Contea di Gorizia e Gradisca e nel 1528 la famiglia Lantieri, originaria probabilmente della Romagna e con molte ramificazioni familiari sul territorio, ne acquisì la proprietà che mantenne fino alla fine della seconda guerra mondiale.

Il castello di Branik

Nel cortile, l’atmosfera è fiabesca. Nel gioco di luci ed ombre creato dal sole ottobrino, resto a guardare, come se non sapessi bene dove muovere i miei passi. Potrebbe accadere qualche fatto straordinario. Non mi stupirei affatto se, mentre mi guardo attorno, comparisse un Coniglio bianco che borbotta «Povero me, povero me! Farò tardi!», tirando fuori dalla tasca del panciotto un orologio. Invece passo sotto l’arco e mi avvio in una sorta di pellegrinaggio nella Storia. Le pietre del perimetro brillano alla luce del sole. Tra gli interstizi, piante che assumono uno strano colore verdognolo. Dall’alto, colline e boschi intorno sono veramente una scena idilliaca. Dal margine di una macchia si alza uno stormo di uccelli che irrompe improvvisamente nel silenzio. Le pietre costituiscono una struttura molto solida. Dalla torre centrale promana una forza antica. L’ingegneria rinascimentale ha prodotto una residenza superba.

Il castello di Branik

La torre centrale e le torri cilindriche angolari assieme alle ali residenziali si impongono allo sguardo. Sanno raccontare al visitatore fantasticherie e impressioni, fatti straordinari, strategie militari. Parlano di politiche prepotenti, di popolazioni soggette, di amori risoluti, di conquiste, di mercanti e di soldati. Del fragore delle armi. Deplorano loro stesse i segni della propria rovina, guardano indurite le rughe pesanti formate dal passato. Non dimenticano la loro tristezza né le loro ombre, ma se il tempo le ha logorate, ne rivela anche il carattere sfarzoso, la struttura difensiva potente, le stirpi degli uomini e delle donne che le hanno percorse e vissute. Le torri suscitano emozioni immortali che vivono di luce e oscurità.

Il castello di Branik

La bellezza del castello mi incanta. Gironzolo partecipe dello spirito del tempo e del luogo. Salgo le scalette di ferro per raggiungere gli spalti. Sto molto attenta. Una volta raggiunto il camminamento, il panorama dall’alto è stupendo. Scopro di non essere sola. Poco più in là, un fotografo affronta seriamente con la macchina al collo, il paesaggio intorno. Da un leggero movimento delle sue spalle comprendo che la presenza di compagnia umana non gli è del tutto gradita. Peccato! Il suo aspetto è piuttosto interessante e sento che scambiare due parole con questo sconosciuto attraente avrebbe reso più stimolante la mia giornata. La barba rossiccia, che gli incornicia il volto e gli abiti scuri sembrano incarnare lo spirito del luogo. Il silenzio intorno mi sembra più vivace. Le sue dita, lunghe e sottili, si muovono esperte mentre fissano le immagini delle pietre grige e corrose. Consapevole che l’istante fotografico può caricarsi di grande potenza creativa, mi tengo distante, ma simulando un’ammirazione intensa per il panorama (che se lo merita, comunque), dirigo un’altra volta lo sguardo verso di lui. Mi sembra di scorgere nei suoi occhi una leggera esaltazione emotiva mentre si muove con la cortesia della persona gentile e imbarazzata a cui viene raccontato un sogno piccante. Subito dopo ricompongo i miei pensieri e decido che l’atmosfera fiabesca del castello sta mettendo un bel paio di ali alla mia fantasia. Niente da dire, una sensazione piuttosto gradevole! Dopo essere stata così irresistibilmente attratta dal bel’artista, percepisco un leggero sconcerto quando non lo vedo più. Faccio un giro veloce e mi affretto a scendere le scale per vedere dov’è. Scomparso. A quanto pare la bella visione si è dileguata senza far rumore, camminando in punta di piedi verso le prime ombre sonnolente del pomeriggio. Non mi resta che mangiare un panino e una mela, seduta su una pietra a pensare. Per l’ultima tappa prima del rientro a casa, mi dirigo a Pedrovo, poco distante da Rifembergo.

Il castello di Branik

Mi tolgo le briciole dai pantaloni e bevo lunghi sorsi di acqua fresca. Scendo allo spiazzo dove ho parcheggiato la macchina.

Da Branik a Pedrovo impiego poco più di dieci minuti. La strada è in leggera salita, il paesaggio sorprendente e qualche curva troppo stretta allungano il tempo di percorrenza. Pedrovo è una piccola frazione di Branik, tranquilla e in una posizione stupenda. Può essere raggiunta a piedi, dal parcheggio del supermercato Mercator a Branik/Rifembergo, più in basso sulla strada. Ci si avvia, in direzione Dornberk, girando a sinistra verso Cvetrož. Poi, ancora a sinistra, oltre il ponte sulla Branica e ancora a destra verso la ferrovia, dove inizia il sentiero per il paese. Si procede in salita, fino ad una bella strada sterrata. Qui si gira a destra, si procede per circa un chilometro e mezzo. A sinistra e si procede alla volta di Pedrovo, riconoscibile dalla chiesetta al centro del paese.

La chiesetta di Pedrovo

Arrivata in cima, mi accorgo che c’è un gran bel movimento. Da una casa vedo uscire alcune donne. Ognuna porta con sé un cesto di vimini, intrecciato. Prendono la strada del bosco. Immagino per la raccolta di funghi. La stagione è ottima. Da una stalla vicina, proviene il battere di zoccoli contro il legno delle porte. Sono tonfi sordi e vigorosi. Cavalli, suppongo. Svolto ancora verso una stradina che risale la collina. Una giovane rientra a casa con un piccolo canestro pieno di uova. I balconi delle case sono abbelliti da fioriture di geranei edera con fiori semplici e doppi. Petali lilla ombreggiano quelli bianco-rosa e rosa acceso. Sulle tavole, all’esterno delle case e sulle panche sono appoggiate diverse varietà di zucche, piccole e grandi. Bitorzolute, variopinte, giallognole, verdastre con striature arancioni, schiacciate, allungate, tonde, zebrate. Un entusiasmo familiare incomincia a farsi strada, mi piacciono le festività per i Santi e i Morti.

Pedrovo

Proseguo. La strada porta ad un piccolo viottolo tra le case, un rosmarino vigoroso, alcune piccole querce, un melograno rapiscono la mia attenzione. Le pietre delle case rimandano echi di risa di donne giovani e voci di bambini. Da una tenda bianca esce qualche nota di jazz. La batteria, forse, è Buddy Rich, ma non sono sicura. In lontananza, un cane abbaia con insistenza. Sulla strada, appesa ad un balcone di legno, l’insegna di un agriturismo: un gallo, una bottiglia di vino e posate incrociate. I simboli e la scritta mi dicono che si tratta della fattoria Toncevi. Un bel portale d’accesso mi rimanda alla frescura di vecchi cortili profumati di timo e basilico e al segreto del buon formaggio sposato a pane bianco e vino rosso. Cedo all’idea di tornare e soggiornare qui, tra qualche tempo. E’ un invito che mi rivolgo, di riportarmi in questo luogo che fa dimenticare le delusioni dell’esistenza.

Toncevi
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Intanto però, vado a zonzo per il paese. Un momento ancora e incomincio a sentire la stanchezza che mi punge le gambe. Approfitto per riposare qualche attimo su una panchetta di pietra, poco fuori il muro che delimita il terreno della chiesa. Sono ferma in questa bolla magica, dove il verde prevale ancora sul giallo e sul rosso. Affiorano placidi, i desideri dell’anima. Il respiro si regolarizza. La vita diventa più reale, varco la soglia degli entusiasmi celati, delle abilità dimenticate. Perdo qualche vecchia abitudine senza provare rimorsi, né sensi di colpa. Ottobre può diventare un mese enigmatico. Allungo la mano, imperturbabile, verso un ricordo che sa di vento e di freddo. Lo appoggio sul palmo della mano e lo dipingo del colore del fondale marino limpido. Divento più indulgente con me stessa. Anche questo è possibile a Pedrovo. Abbraccio con lo sguardo la chiesetta e una vecchia quercia orgogliosa. L’aria tiepida mi fa bene. Mi alzo e saluto la vecchia pietra. Sono già le sei. La giornata è finita in fretta. Con le mani in tasca, scendo alcuni gradini di pietra usurata dal tempo, svolto l’angolo e mi preparo, con agio, per il viaggio di ritorno.


Questo articolo è dedicato alla memoria di Alfredo Cattabiani, con riconoscenza.

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