Torino va di moda. 2

(continua dalla prima parte)

Fiat 3A Torpedo
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Le suffragette rivendicano i diritti delle donne che vanno in giro in macchina, divertendosi un mondo. Per difendersi dalla polvere sollevate dalle ruote delle macchine, indossano mantelli e soprabiti con raffinati cappucci. Elegantissime, si fanno fotografare con gli occhi nascosti da vistosi occhialoni protettivi. Frequentano le spiagge e fanno i bagni di mare, ma l’abbigliamento è rigidamente scomodo. Si immergono in acqua con calzoni, tuniche e scarpette. Sulla spiaggia sfoggiano abiti leggeri e vaporosi. Indispensabili guanti, cappello e ombrellino. Nel 1914, l’eccidio di Sarajevo  spezza l’incantesimo: la guerra travolge tutto.  L’euforia e la frivolezza si acquietano, poi si spengono. Il futuro è incerto. La belle èpoque muore e la tragedia è immane. Gli uomini sono al fronte, le donne entrano in fabbrica. Perdono il loro posto nel mondo come guardarobiere e stiratrici e acquistano quello di operaie. Le signore della buona società scendono in campo come infermiere, si occupano delle attività dei loro mariti, fanno le donne d’affari. Si ha poco tempo per abiti elaborati e tenute sofisticate, le guarnizioni preziose vengono dimenticate. La vita va sempre più di fretta. Si corre di più, i tacchi si abbassano e le gonne si alzano: dal 1916 dalla caviglia sono scoperti più di venti centimetri!  Il nero prevale sul colore, le tinte usate sono molto sobrie. Bisogna essere pratiche e per questo va alla grande il tailleur di linea severa, che tanto piaceva già prima della guerra. Le giacche si portano più lunghe e nel frattempo spariscono quasi del tutto ventagli e ombrellini da sole. La semplicità del guardaroba  si rivela nell’abito-camicia  con la scollatura leggera, il taglio diritto e la gonna a mezzo polpaccio, che altro non è che una copia molto più elegante del grembiule indossato delle operaie e dalle infermiere. Scarpe e calze assumono un ruolo fondamentale. Décolleté raffinate con cinturino a lato e chiuse con un bottoncino, le scarpe calzano più morbide di un tempo. Si portano di color nero, marrone e bianche. Le calze di seta, nei toni del color carne, del nero, grigio e bianco hanno una cucitura verticale nella parte posteriore della gamba. La seta abbellirà le gambe delle donne  fino al secondo dopoguerra, quando il nylon entrerà con forza sul mercato. Anche i copricapi subiscono  trasformazioni importanti.  Le teste delle donne indossano cappelli di feltro e cappellini tondi. Dagli anni Venti, il cappello a cloche avrà una fortuna strepitosa.

Stampa cappelli vintage da signora
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La vita delle donne incomincia a cambiare dall’alto. Le signore accorciano i loro capelli: via le lunghe chiome fluenti, la femminilità  può manifestarsi in tutto il suo fascino con altri simboli. Zie e nonne e parenti (ma non proprio tutte) affrontano con entusiasmo la mano del parrucchiere armata di affilate forbici. Zac zac…! Libere! La maggior parte conserverà  le trecce  lunghe e pesanti  in qualche scatola, nascoste negli armadi profumati di lavanda. Erano i ricordi dei primi tentativi di emancipazione rispetto alle loro madri. Nonna la conservava in un portagioie d’argento e la buttò solo poco prima di morire. Più o meno, settantacinque anni  dopo la grande recisione!  Il cambiamento è comunque di portata epocale. La guerra è finita, i capelli sono corti, le gambe, al ritmo di charleston e fox-trot, sempre più scoperte. Nel 1925 le ginocchia sono appena coperte dall’orlo delle gonne.  La moda in auge è favolosa per i corpi sottili ed esili. Alle donne floride non si presta molta attenzione: non resta altro che concentrarsi  sulla dieta e l’attività sportiva! La signora per essere elegante possiede tailleur di foggia maschile, spesso  rifiniti con pelli di volpe conciate intere. Il taglio dei cappotti è semplice, ma con grandi colli, anche in pelliccia.  Agli eleganti abiti da sera, spesso con profonde scollature sulla schiena, si accompagnano  foulard e sciarpe. I lunghi fili di perle hanno un successo strepitoso. A casa si tituba, così tanti fili di perle sembrano una stravaganza eccessiva. Luigia Maria e Nonna indossano gli orecchini vittoriani ereditati da qualche parente: i legami con la famiglia sono importanti! I miei antenati coniugavano tradizione e innovazione con larghezza e parsimonia insieme. Il tutto procurava alle loro anime sentimenti contradditori. Nei campi da tennis e da golf volteggiano le gonne a pieghe. Riappaiono i pantaloni, comodissimi  per gli sport equestri e lo sci.

Collezione privata
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A Torino, negli anni trenta, il connubio  tra attività sciistica e automobile risulta essere vittorioso. Edoardo Agnelli inventa il sabato inglese a Sestriere. Dopo aver acquistato  i terreni, fa costruire due alberghi progettati in puro stile razionalista italiano e alcune funivie. Così i fortunati possessori delle belle Fiat, tra venerdì e sabato, prendono la strada per la Val Chisone per respirare aria buona, abbronzarsi e mettersi in mostra. Questo nuovo modo di impegnare in modo sano e proficuo il fine settimana porta molto lavoro alle sartorie torinesi: le signore  hanno bisogno di mises adeguate per l’occasione. Vogliono essere bellissime e discretamente irresistibili,  abituate come sono ad un abbigliamento ricercato che non può  passare inosservato. Che cosa meravigliosa, la neve! Affascina, diverte, il suo freddo candore genera sincere passioni e  l’ozioso languore che occupa la mente incita all’arrendevolezza amorosa. Le guance arrossate e gli occhi brillanti non assomigliano forse a quei palpiti che una signora prova quando indossa un abito raffinato? Alla fine degli anni Venti il canone rivoluzionario di Madeleine Vionnet, elegante e provocante, allarga le gonne, svasate verso il fondo. Dominano nel corpo i fianchi e la vita, il seno viene messo in risalto. Con Vionnet, il corpo femminile acquista un senso di libertà, in opposizione alle concezioni stereotipate che lo hanno imbrigliato fino a qualche anno prima. Promotrice di idee inedite, l’intrepida  Vionnet pensa i suoi abiti a misura di donna. Nonna la adorava e usava alcune sue creazioni come modelli da far cucire alla sarta per avere raffinate camicette di seta.

Collezione privata
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Madame Gres
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Dopo Vionnet, a Torino va alla grande Redfern con le stoffe  leggere  e le gonne diritte, nei disegni piccoli, nel grigio e nel blu. Un altro nome eccellente è quello di Monsieur Doeuillet che propone lana e seta nelle gradazioni del rosa, del bianco e blu. Il corpo sportivo, sempre in movimento, di Lelong ha bisogno di plisses, di scollature quadrate e a punta, di nero e di bianco. Il blu Matignon è una sua creazione esclusiva. Per la sera,  le signore indossano  sciarpe e scialli della stessa tonalità dell’abito. Eleganza e raffinatezza, mussoline fiorite o tessuti sontuosi e vaporosi per la sera, sobrietà raffinata per lo sport. Dettaglio fondamentale, calze color bronzo o molto scure, rosées, per la sera.

Abiti di Lucien Lelong
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Per qualcuno gli anni venti sono anni folli, ruggenti,  di transizione. O romantici e superficiali avvolti in una penombra poetica. Quello che è certo, è che il 1928 è scandito ora per ora dalla grazia femminile. Tessuti raffinati a righe e a scacchi, abiti con vita stretta, giacche corte con tessuti a piccoli scacchi in un unico colore, camicie di velo e chiffon. Stoffe opulente per gli abiti: georgette, velluti leggeri, crespi. Come decorazione, un ricamo fine e raffinato. Gli abiti da sera con busto stretto e scollature profonda alla schiena, sono bianchi e neri. Dedicati al tango e con l’abbinamento di mantelli di lamè. Ancora una volta, la moda sembra lavorare solo per le donne sottili. La disgrazia di non essere affilate ed evanescenti  pesava su alcuni membri femminili  della mia famiglia. Vuoi per questioni genetiche, vuoi perché a qualcuna piaceva nuotare e sciare, sta di fatto che nessuna poteva proprio dirsi longilinea. Per questo era necessario copiare i modelli che esteticamente avrebbero potuto adattarsi a forme un po’ più rotondette e/o robuste. Un’impresa non da poco, sollevata solo dalle competenze artistiche della zia Maria Luigia. Matita in mano e sigaretto in bocca, Maria Luigia, una vera risorsa,  reinventava i modelli delle grandi sartorie e li rendeva portabili anche alle parenti meno esili, nella convinzione che  la bellezza non poteva avere misure rigide. Un’altra decisa svolta accade nel 1929 con il crollo di Wall Street. Iniziano nuovi guai. Il mondo economico è profondamente ferito, i titoli in banca della famiglia anche. Calano, per un po’, le possibilità di acquisto di prodotti di lusso. E’ doveroso essere parche e moderate! La produzione tessile è in sofferenza, ma la clientela facoltosa non ne risente. C’è necessità di assaporare il lusso fiabesco, geniale e romantico che lo stile francese continua a promuovere nel mondo.  Le sartorie torinesi, nella persona delle  loro direttrici, continuano a mantenere costruttive e scrupolose relazioni con le maisons di Parigi. Nella convinzione che la bellezza rigeneri il cervello, scacci la malinconia e porti a stadi di profondo appagamento dell’anima, a casa, sorelle, nonne, zie, mamme continuano a farsi cucire abiti strepitosi, camicie frou frou, tailleures rigorosi.  Dove l’eleganza impera, il cervello se la spassa.

Irma Tecchio La Mima
foto di Irma Tecchio La Mima

Negli anni Trenta, invece, i cambiamenti sono pochi e le stravaganze ridotte. Ricompaiono le donne femminili, graziose, con princesse per la mattina e il pomeriggio che esaltano la linea del corpo. La lunghezza oscilla, copre il ginocchio poi si allunga, giù giù, fino alla caviglia. Nel 1938 si accorcia nuovamente. Molto in voga seta, lana, cotone e lino.

Collezione privata
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Le giacche sono a “tre quarti”, guarnite con pelliccia, larghe verso il fondo. I due pezzi propongono l’abito intero a tinta unita, la giacca e il cappotto a quadri e a righe.

Benissimo anche lo scozzese. In primavera è in uso la volpe bionda, d’inverno il persiano e l’agnellino. Le signore adorano mantelline e cappe di volpi argentate, cadono a pennello su i colli di giacche e cappotti.

Collezione privata
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Collezione privata
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Non hanno perso la loro fortuna i cappelli a cloche, guarniti ora da spille o nastri. Apprezzato il basco, ben calzato e inclinato lateralmente. La foggia delle scarpe non è molto cambiata, ci sono ancora i cinturini a lato, però con i tacchi più alti. Piacciono molto anche le scarpe scollate, senza cinturino come i sandali con il tacco alto. I cappotti hanno la linea aderente, i colli di pelliccia sono usati come una sciarpa, a pellegrina o a forma di scialle. I colori sono sobri, la lana è pesante, la tinta unita. Angiolina è la parente molto, molto splendida e molto, molto benestante. Con abiti da urlo. Poi, una tremenda  peritonite la porta via da casa. Il dolore è stato grande e tramandato a tutte le generazioni. Come il ricordo delle sue mises, tutte rigorosamente made in Paris e in Torino, naturalmente.

Da via Principessa Clotilde a via Roma, la strada delle vetrine. Poi al corso Vittorio Emanuele II. I ricordi di famiglia raggiungono tonalità emotive elevate. I racconti di Nonna potevano essere contornati da  espressioni  varianti dall’esaltazione estatica allo sconforto più profondo. Un broccato sfilato sotto il naso poteva generare livori  interiori che nessuno avrebbe mai conosciuto (i brutti sentimenti non dovevano essere comunicati, pena l’ostracismo) come una seta rosa cipria, praticamente introvabile, poteva innalzare la proprietaria del negozio alle soglie della divinità. I negozi erano i fiori, le donne, le api. Spinte da qualche misterioso richiamo, le api di casa puntavano, con attività regolata da scadenza bisettimanali a uscire dall’arnia per andare a fare acquisti in via Roma. A detta della Nonna e di Luigia Maria, cugina di secondo grado ma sempre in primo piano, accadeva che acquistare stoffe, scarpe, guanti e cappelli avesse il potere di rendere le donne partecipi dello spirito della Città. Eri parte del bon ton del tempo. L’entusiasmo e l’appagamento dato dallo stile sobrio e carezzevole, rendeva lo sguardo più acuto, la capacità decisionale più volitiva, l’eleganza più elegante. Praticamente una scuola di vita! Non si scappa, se sei a Torino, la moda ti svela a te stessa, se non sei elegante, lo diventi. Se non sei pragmatica, diventi pure quello. Le donne torinesi erano fiere di esserlo ed era una cosa alquanto contagiosa.

Luigia Maria, occhiali cerchiati d’oro, reputazione da nobile gentildonna e perenne sciarpa di seta al collo, in tinta con gli abiti, ovviamente, assicurava che l’esperienza della sartoria era ineffabile. L’affascinava l’arguta competenza delle sartine e provava una sincera  ammirazione leggermente condita da sprazzi di invidia. Loro lavoravano, lei no. Ergo, erano più libere. Lei aveva più soldi e una cameriera referenziatissima, la sartina era padrona del suo tempo. Tutte le  sue opinioni, che riguardassero questioni politiche, economiche o sociali, si erano formate in un calderone ribollente di malcelata antipatia rivolta ai maschi di famiglia che facevano pesare la loro autorità, ossia pagavano perché le donne non lavorassero. Un disonore, visto da destra e visto da sinistra! E così, in risposta a probabili umori neri, dannosi per il carattere era ritenuto salutare andare in cappelleria Regge o passare da Viarani . Un cappellino da provare, qualche minuto di intenso  pavoneggiarsi davanti allo specchio e poi, l’uscita con il prezioso acquisto, procurava lo stesso effetto di una goccia di elisir di lunga vita. In una parola, beatitudine!  I negozi di tessuti  si frequentavano per cadere in tentazione. Il piacere assaporato con le mani e gli occhi,  procurava qualche leggero senso di colpa al momento di mettere mano al borsellino. Era una sensazione intermittente che si esauriva con una certa facilità al pensiero di ciò che avrebbero indossato di lì a poco. Si congratulavano con loro stesse al pensiero che l’abito, una volta pronto, aveva il considerabile incarico di rappresentarle nel mondo. E se talvolta mancavano di competenze valutative per la stoffa più adatta per i loro abiti, potevano sempre far conto sulle commesse dei negozi. Sorprendenti venditrici di sogni, si prendevano cura delle clienti con pazienza, buone maniere e altruismo gentile. Nel  ricordo di Luigia Maria e di Nonna, i primi periodi della permanenza a Torino, erano occupati  dalla frequentazione di una piccola sartoria in Corso Regina Margherita. La proprietaria era una ragguardevole signora alta, dall’ossatura sottile che distribuiva sorrisi in maniera molto parsimoniosa. Era depositaria di una particolare predilezione per le descrizioni minuziose dei dettagli. Nel suo salotto c’era un divano ricoperto di raso blu. Su un tavolino tondo, appoggiava quei quadernetti sui quali annotava puntualmente, con fare misterioso, le annotazioni a matita che riguardavano le clienti. Le sue sartine, ragazze ciarliere, adoravano bere cioccolata calda. Per le scarpe, invece, fatte su misura, era incaricato il signor Collacci. Piccolo di statura, sottile, di origine meridionale e dal capello nerissimo, gestiva un negozio dalle parti di Corso Francia. «Ci ricordiamo bene le sue mani» ricordavano le Parenti.  Agili, scattanti, spesso tanto sporche di colla. Una persona educata e paziente. E le donne di Torino? Descriverle necessitava sempre di una prima attenta riflessione. Una volta stabilito che erano alquanto diverse da quelle del territorio giuliano e dintorni, convenivano che nei negozi si potevano ammirare signore che erano bellezze da capogiro. Espressione altera e sorriso delicato, sedute su scomode ma raffinate  poltrone e sgabelli, concedevano il profilo negli aloni soffusi delle lampade. Un clima di tranquillità fatta di gesti pacati e scrupolosi. Capitava di incontrarle scortate da mariti con l’espressione severa e riguardosa. Sempre molto facoltosi. Le donne giovani non erano sempre particolarmente belle, alcune avevano il volto definito da un pallore opaco, altre l’espressione lievemente tormentata da un’intelligenza sottile. Comunque inappuntabili, svelte, nervose, vibranti. Qualche volta austere. Alcune deliziosamente invidiabili.

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9 pensieri riguardo “Torino va di moda. 2”

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