Esotiche conquiste tra Venezia, Mongolia e India.

Sabato veneziano. Piazza S. Marco. Cielo terso, pallide ombre, sole timido con accenti di splendore arancio. La solita folla di turisti si muove lenta. Talvolta anonima, spesso informe. Devo accorciare il passo. Sulle pietre antiche gli sguardi immobili della gente in fila: gitanti in attesa, aspiranti fruitori di un mito antichissimo. Per qualche attimo o per qualche giorno, sconosciuti si incrociano tra le calli sospese sulla laguna per respirare con la città. I veneziani veri, pochi in verità, transitano veloci, sovente immemori eredi di un’opera d’arte che non appartiene solo a sé stessa e al passato, ma  a quella dimensione feconda e geniale dell’intelligenza e sensibilità umane. Così intensa da suscitare in ogni tempo ammirazione, invidia e stupore. Il prodotto di una enorme potenza marittima e delle sue favolose ricchezze. Oltrepasso veloce un ponte. Mi sa che devo muovermi di più, all’ultimo gradino il respiro si fa ansimante. Mi passano per la mente i consigli per un esercizio fisico continuo e costante, li dimentico presto…Invece mi ricordo che una delle impressioni più belle sulla città se la lasciò scappare Philippe de Commynes, cronista e uomo politico francese. Nel 1495, durante il suo incarico come ambasciatore in laguna per conto di Carlo VIII, Commynes, entusiasta, la descrive come una città straordinariamente fresca e brillante, splendida come un intarsio di pietre dure. Impressionato dalla volontà di conquista, dalle ambizioni e spregiudicatezza dei veneziani, Commynes è favorevolmente impressionato dalla nobile accoglienza che riservano agli ambasciatori e agli stranieri importanti.

Voltiamo pagina. Nelle impressioni di Thomas Mann, la città diventa romantica, ombrosa, sofferente, decadente e mortifera, soffocata da esalazioni rivoltanti. Rivela passione, amore, morte, dubbio. Preoccupata di non arrivare in tempo, di perdere l’istante, l’affare, la fortuna. Per Venezia tutto è movimento, continua esperienza attiva, azzardata, mai contemplativa. La sua storia è dettata da continue vicende singolari, inaspettate. Tra le sue calli sfilano volti e anime di tutte le nazionalità, il  flusso sembra inarrestabile. Un pensiero abituale per tutti è quello di venirci, prima o dopo, in laguna. Qui non c’è mai una netta separazione tra passato e presente e la luce è sempre sufficiente per distinguere i tratti così personali di un’ anima potente e antica, che meraviglia sempre ma, che sovente, intimidisce.

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E dopo i voli pindarici di natura letterale, posso riferire che anch’io sono intimidita. Dalla fila. Quella per entrare a Palazzo Ducale che ti devi fare se non hai prenotato prima il biglietto. E io non l’ho fatto. Lunga, lunghissima, questa fila è praticamente un bruco umano. Eh dai, non è questa una cosa che intimidisce?  Dopo un quarto d’ora di attesa pacifica, intensa e meditabonda, ho una certa difficoltà a stare ferma. Pazienza in esaurimento. Per distrarmi, penso ai saltelli sul posto a pié pari, a un’eventuale meditazione orientale e per non farmi mancare nulla, mi affido alla lista della spesa per tutta la settimana a venire. Rispettosa di questo bruco umano, mi impegno a non scalpitare, sbuffare e/o brontolare per non disturbare gli altri elementi. Come accade più avanti. Io sono in modalità zen. Opto per una fase di distrazione al massimo grado. Per fortuna mi piace osservare la gente. E neanche a farlo apposta, sul molo c’è un via vai di tutto rispetto. La città, sospesa tra aria e acqua, è racchiusa nella sua leggenda che la rende affascinante in maniera eccezionale. Più in là, riposano i resti di Marco evangelista. Voluta dal doge come sua cappella privata, la basilica, croce greca e cupola centrale, facciata bizantina a cinque archi in due ordini sovrapposti, è decorata con splendidi mosaici. D’oro. Uno dei miti della Serenissima. Qui ogni cosa ha il potere di trasformarsi in mito. Anche la pace politica. Nel 1500, l’Europa si arma un’altra volta. Sul fronte della teologia si preparano scontri cruenti, molti animi diventano refrattari al vivere civile. Quelli che la sanno lunga di Sacre Scritture, vanno in giro ad affermare, ancora una volta, che la Chiesa di Roma ha bisogno di una bella ripulita e Venezia  se la vede brutta perché mezza Europa decide di fermare l’avanzata dei suoi confini, che ormai sono quasi quasi in quel di Milano. Luogo, data ed epilogo drammatici: Venezia è sconfitta ad Agnadello, 1509. Ma intanto gira la voce che la Repubblica non è come le altre città: niente faide interne, niente trame segrete, niente fazioni rissose. No ostilità, no disaccordo. In questo modo è più semplice far dimenticare le guerre aperte che scuotono la città nei  suoi primi sei secoli di vita, le liti e le ambizioni, le sanguinose contese che travagliano le grandi famiglie. In realtà, nei primi secoli molti dogi furono assassinati, qualcuno congiura e gli tagliano la testa. Liti e faide sono all’ordine del giorno: i Candiano vogliono instaurare un potere familiare, alcuni tra i Tiepolo congiurano contro il governo, Caloprini e Morosini si accoppano tra loro. Ma, tra luci e ombre, la nobiltà comprende bene quanto sia necessario domare gli animi tempestosi e subordinare tutti alle leggi comuni. Sano pragmatismo. Altrimenti non stai in piedi nei secoli. Così la nobiltà vivacizza le istituzioni con un gran numero di organi governativi e amministrativi: Maggior Consiglio, Doge, Quarantia criminale, Magistrati aggregati, Zonta, Pregadi, Consiglio dei Dieci, Consulta, tanti Savi e molte magistrature.  In questo modo, il doge che fino all’XI secolo detiene poteri illimitati, se li vede circoscritti, ma senza perdere il suo ruolo autorevole come rappresentante dell’unità di governo. Il vescovo locale esercita nel sestiere di Castello, a San Pietro in Olivolo. Non molto distante dall’Arsenale, Castello ha un ruolo importante al tempo dei primi insediamenti.

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Più tardi diventa un sestiere fuori mano, per lo più abitato da marinai. In Basilica, si prega e si amministra. Il santo Marco,  simbolicamente incaricato di conferire alla massima autorità della Repubblica, lo stendardo e la verga, verifica che doge e autorità civili, si prendano cura degli interessi della sua Serenissima. Barcaioli e battellieri, i veneziani fino all’anno Mille, si spostano con i loro natanti per lagune e fiumi del settentrione. Su per giù in quel periodo, quando in Europa l’economia si risveglia, si scoprono di un’intraprendenza strepitosa. Diventano una potente nazione di marinai e mercanti,  fanno affari e combattono in Mediterraneo, contrattano sulla Manica e si danno alla compravendita sui fiume della Russia meridionale. Il primo grande uomo d’affari  di cui si ha notizia è  Sebastiano Ziani. Futuro doge, Ziani è ottimo conoscitore di uomini e mercati. Realizza profitti favolosi, grazie a imponenti traffici con l’Oriente e investe in colleganze, cioè opera con contratti di commenda in cui un soggetto investe in lavoro e uno in capitale. Ostenta una certa capacità di aumento dei propri beni con prestiti su proprietà immobiliari sulle quali l’usura non è estranea. A quanto pare, oggi come ieri il mattone conserva sempre una certa attrattiva economica. Ma la ricchezza degli uomini di Venezia per molti secoli, è principalmente, il commercio marittimo che i nobili iniziano a praticare fin da ragazzi. Certo non mancano artigiani, funzionari e aristocratici con uno spiccato talento per finanza, governo e arti manuali. Sinceramente non saprei bene se queste sono soft o hard skills, ma la capacità di gestire e amministrare il denaro nella società medievale è la prima competenza  di una specifica nicchia di persone. Per i veneziani, usi a seguire le orme paterne, maneggiare denaro diventa trasversale e quindi si tratta di competenze imprescindibili per un buon numero di cittadini. I diciott’anni rappresentano l’età giusta per iniziare la carriera mercantile e imparare a conoscere il mondo. Base per un buon commercio, se si escludono saggezza, acutezza, furbizia e via avanti, è saper leggere, scrivere e far di conto alla perfezione.  Insomma, muoversi con disinvoltura tra le competenze commerciali di base. Testo utilissimo per ogni mercante che si rispetti è il Liber abbaci di Leonardo Fibonacci, figlio pure lui di noto mercante pisano. Il Fibonacci, studioso e grande matematico, introduce nella società del tempo, le nove cifre e lo zero. Questo per dire come gli operatori economici hanno massima attenzione per la scienza applicata alla realtà del quotidiano e poco interesse per gli studi classici. Latino e grammatica si possono anche studiare, ma senza esagerare nell’applicazione. Il ceto mercantile si dota di vocabolari d’Asia, frasari, fondamenti del persiano che è lingua franca del tempo, manuali con letteratura corrente, previsioni meteo, consigli sugli atteggiamenti da tenere. In definitiva, un po’ di buone maniere servono sempre e in ogni luogo. Se contrattare, permutare, acquistare, affannarsi in giro per il mondo e relazionarsi con gente di ogni risma rappresenta per l’etica cristiana, una cosa spregevole, non lo è sicuramente per l’oligarchia veneziana. Il peccato che si insinua nella compravendita a scopo di lucro e che identifica la mercatura e i commercianti come tra le entità più spregevoli in terra e in opposizione a tutto ciò che appartiene alle cose celesti, sfiora poco o niente la professionalità della classe dominante. Quest’ultima inoltre gode di un privilegio economico eccezionale che consiste nella possibilità di commerciare con l’estero sotto il gonfalone di San Marco. I cittadini veneziani,  oltre al commercio internazionale, investono in titoli di Stato, proprietà immobiliari in laguna e, dal XV secolo in poi, in proprietà fondiarie sulla terraferma. La cosa desta somma preoccupazione. Un buon numero di cittadini paventa la perdita delle ottime vecchie abitudini marinare della Serenissima. In realtà, investire in beni fondiari come l’acquisto di cariche politiche remunerative, è una tendenza generale in Europa: i vecchi ricchi fanno tendenza e i nuovi vogliono imitare tutto quello che fa tradizione. Come dire, status symbol. Straordinariamente moderni, i mercatores veneziani non si fanno certo atterrire dall’assioma mercator-peccator.  Preferiscono cogliere e interpretare gli indizi di cambiamento e di apertura che il mondo invia. Caso mai questo non si verificasse, sono così intraprendenti da aprirsi la strada da soli. Le brume di primo mattino, le maree che inondano i piani bassi delle case, il senso di inquietudine frammisto alla speranza che l’acqua non rappresenti un pericolo e defluisca presto,  i legami profondi con la propria città e il desiderio di evadere da questi: tutto si stempera sull’acqua, in questa città. L’acqua rende Venezia memorabile. Mescolati all’odore del mare, arrivano i profumi che si sprigionano dalle stive, la curiosità febbrile che investe ogni partenza, i sentimenti  per le popolazioni nuove incontrate per ogni dove sulle strade, le sensazioni che oscillano tra fascino e ripugnanza dopo i nuovi incontri. Su cocche e galere sono imbarcati sentimenti di attesa e paura, speranza e angoscia. Lentamente la fila si muove. Sembra buffo dire che rimetto i piedi per terra. Niente più azzurra immensità, profumi di spezie, tintinnio di monete a Rialto. Fine delle riflessioni. La fila per me è terminata e posso entrare a Palazzo Ducale. A dispetto di ogni aspettativa, l’attesa non è stata proprio tanto, ma tanto lunga. Zampetto verso la cassa e trionfante, infilo il biglietto in una tasca sicura della giacca. Deposito lo zaino e mi infilo nel Museo dell’Opera. Vado di fretta e attraverso la casa del potere veneziano a gamba lesta, circondata da torme di visitatori. Ma quanti sono? Sfioro con lo sguardo le cose belle. Mi soffermo per qualche secondo, giusto per dare una tinteggiata fresca alla memoria. Sono passata altre volte in queste stanze imponenti e sono andata giù giù, fino alle prigioni. Stucchi bianchi, foglie di oro zecchino, dipinti su tela, fregi stupefacenti e cornici in legno dorato. Veramente magico! Mi fermo in armeria, durante la Repubblica, affidata al controllo del Consiglio dei Dieci. Sono esposti archibugi, mazze, spade, balestre, armature, strumenti di tortura e una serie di piccole armi di facile occultamento. Sulle pareti, si esprime la potenza creativa di quegli artisti prestigiosi che lavorano per la decorazione della sale del potere. Venezia ama apparire in tutto il suo splendore, con un felice abbinamento di celebrazioni politiche e religiose, di intraprendenza mercantile e  tradizioni artistiche costruite sulle sfumature. In laguna la luce muta con il cambio della marea e del vento. Le variazioni di colore segnalano l’abilità magistrale del pennello di grandi artisti che lavorano all’interno delle botteghe. Nel Quattrocento, in laguna si risente dell’influenza fiamminga e della tecnica della pittura a olio. Due sono i poli artistici di prestigio, Padova e Venezia, unite artisticamente e intellettualmente.  Tra il 1440 e il 1460 nelle due città sono attive tre imprese pittoriche di grande profilo. Antonio Vivarini prima mette su bottega a Murano, poi però, si sposta a Venezia. L’altra impresa è del padovano Squarcione. Ma chi vanta più lustro è Jacopo Bellini. Probabilmente apprendista da Gentile da Fabriano, sta in laguna a  dipingere la Sala del Maggior Consiglio. Allievo rapido e geniale di Bellini è  Mantegna, già apprendista in bottega Squarcione, che ai servigi dell’Andrea ci teneva molto. Mantegna però, preferisce Jacopo che insegna bene e ha una bella figliola. Così il bravo Andrea entra in bottega da Jacopo e ne sposa la figlia.

San Giorgio Andrea Mantegna

La Serenissima ha le sue preferenze e chiama al lavoro nomi del calibro di Sansovino, Veronese, Zelotti, Ponchini. Giusto giusto, mi vengono in mente visto che sono nelle Sale del Consiglio dei Dieci dove hanno lasciato tracce splendide. Consiglio alquanto potente e di ampia autonomia politica, i Dieci non solo si occupano delle pene contro i delitti d’ogni genere, hanno pure un peso notevole nella gestione delle finanze. Sono i Dieci che conducono le trattative segrete per la pace separata con i turchi nel 1572, dopo Lepanto. Intanto il brusio delle conversazioni si acquieta. La luce è molto tenue. Alcuni visitatori escono dall’ombra, qualcuno borbotta frasi entusiaste, qualche signora si rallegra per le bellezze esposte. A proposito, sono arrivata davanti ai gioielli  Moghul, esposti in Sala dello Scrutinio, la sala dove dal 1532 si effettuavano i conteggi elettorali e deliberativi che cadenzano la politica veneziana. Sotto il soffitto, decorato da Cristoforo Sorte, si elegge la massima autorità della Repubblica. E per fare un tantino di propaganda, si esaltano le glorie militari della Repubblica: Padova conquistata nel 1405, le vittorie contro i Turchi a Lepanto e a Giaffa, i fregi con la serie dei dogi e il Giudizio Universale di  Palma il Giovane. In queste sale, la Dominante, in un mondo lontano lontano, sfida la Santa Sede e Filippo II di Spagna, poi con puntiglio, sostenuta dell’intelligentissimo servita Sarpi, affronta la scomunica e i fulmini dell’Interdetto e ora, invece, in tempi moderni, ospita un’installazione fiabesca strutturata su fili luminosi che scendono verso il pavimento scuro. Luminosità esotiche e misteriose che assomigliano alla caverna di qualche  Alì Babà, avvolgono visitatori e teche dove  pregevoli lavori di oreficeria, di provenienza Moghul, osservano dignitosi e fieri i curiosi visitatori. Ho tutto il tempo per entrare in un’altra dimensione mentale, un locus fabulae, una fortunata zona dell’immaginazione. La materia perde consistenza e si incammina verso la terra del sogno dove parole di stupore e ammirazione appena sussurrate, dicono del destino di guerrieri, re, poveri uomini e forze divine. Ci muoviamo tutti adagio, sorpresi che ogni pietra rappresenti qualcosa dell’ordine cosmico. Forze benevoli o malevoli? Un dubbietto magari ti viene, in caso, oltre alla bellezza, emanassero poteri particolari. Coralli, diamanti, perle, spinelli, zaffiri. Else delle spade, pugnali, scatole, vasi e vasetti, scacciamosche e grattaschiena di pregevole fattura e materiali. Un servizio di posate curioso, in giada bianca, credo, uno tra i pezzi più particolari. Elegante, raffinato e potente alla vista. Cattura.

E poi diffusori per l’acqua di rose, una testa di tigre in oro tempestata da gemme, pendenti, anelli, collane e favolosi orecchini. Un maelstrom di strepitosa bellezza. Si tratta di opere di inequivocabile fascino, prodotte dalle mani di abilissimi artigiani. E a me che viene da pensare? Ricordi di infanzia: appollaiata su una vecchia poltrona di pelle graffiata, mele e banane, panino al salame. Tra le mani un libro di Salgari: I pirati della Malesia. Indimenticabile:« I marinai, inermi, sfilarono in mezzo ai pirati, prendendo posto nelle imbarcazioni. Ultimo rimase il capitano. «Signore» diss’egli, arrestandosi dinanzi alla Tigre della Malesia «non abbiamo né un’arma per difenderci, né una bussola per dirigerci.» Sandokan staccò da una catenella che gli pendeva sul petto una bussola d’oro e, porgendola all’ufficiale: «Questa per dirigervi» rispose. Si levò dalla cintura le due pistole, e dal dito un magnifico anello, ornato di un diamante grosso come una nocciola, e porse i tre oggetti al capitano».

Questo un tanto per ricordare che sulla mia generazione i romanzi di Salgari hanno avuto un certo ascendente e che l’esposizione evoca così tanti luoghi dell’anima e del ricordo da perdersi. Facevamo il possibile  per guardare ogni puntata della fortunatissima serie televisiva dove Kabir Bedi affascina la riccamente ingioiellata Perla di Labuan, Philippe Leroy  è un astuto Yanez de Gomera e Adolfo Celi conquista tutti nei panni del cattivissimo Rajah di Sarawak. Un successone indimenticabile! Esoticamente indiano. L’India vanta fin da tempi molto antichi, un sottosuolo ricco di pietre preziose e una tradizione gioielliera ricercata e raffinata. I dati personali di queste pietruzze (che ogni donna vorrebbe avere) ci dicono sulla loro provenienza: Altopiano del Deccan, Ceylon, Oceano Indiano, Golfo Persico, Himalaya, Afghanistan, Birmania.

Ad accrescere il loro allure  penso che è cosa giusta aggiungere alcuni componenti come sacrificio e lealtà, amore e guerra, eroismo e tenacia. Vi chiedete cosa centrano? È presto detto. Sono prerogative che contraddistinguono le imprese di uomini e donne appartenenti a quelle terre così ricche e esotiche ma pure tanto sventurate, a popolazioni lontane e misteriose che hanno esaltato la capacità e la voglia di sognare di tutti noi. Straordinario che, in questa avventura, resa tanto più preziosa dai commerci, siano i mercanti a portare le tracce di un eroismo epico, in quanto capaci di unire alla sete di profitto, una facoltà di confronto che non manca di prospettive d’azione vaste ma sempre più ampie, e proficue. Venezia, potenza economica e politica strepitosa, porta racchiusa in sé una sorta di duplice anima che accoglie un continuum di conoscenze, informazioni, prospettive, nuove speculazioni ed emozioni. Se interroghiamo silenziosamente i diari di viaggio, quello di Giosafat Barbaro, pubblicato dai figli di Aldo Manuzio, è una miniera di ragguagli. Come i racconti di  Ambrogio Contarini, mercante a Costantinopoli e ambasciatore presso il sovrano di Persia Uzun Hasan. Il Contarini, dotato di una certa considerazione di sé stesso, apprezza molto le raffinate consuetudini persiane. Ne loda la ricchezza e la generosa l’accoglienza. Diffida e teme, invece, le rustiche popolazioni tartare «Ebbi piacere d’essermi separato da quei maladetti cani, che puzzavano di carne di cavallo in modo che non si poteva star appresso loro», ebbe a scrivere con malcelato fastidio. Oppure «La mattina vennero tre Tartari, con visacci che parevano tavolazzi, e fecermi andare alla lor presenza». Povero Ambrogio, prende nota della cosa con palese spavento, visto che tra tartari e  veneziani non corre mica buon sangue! Durante il viaggio di ritorno sul territorio tartaro, è pure costretto a camuffarsi da medico genovese per evitare, grazie all’aiuto dell’ambasciatore russo, di finire al mercato come schiavo. L’animo e la pancia di Contarini soffrono le pene dell’inferno a causa di abitudini alimentari un tantino diverse dalla cultura del pane e del vino di cui gode in Occidente. Si lamenta: «la loro vita è sempre di carne e di latte, né niun altro alimento hanno, né sanno che cosa sia pane, salvo qualche mercante che sia stato in Rossia». Le popolazioni nomadi che incontra «vanno camminando, cercando erbe fresche e l’acque, né mai stanno fermi, né d’altro vivono che di latte, come s’è detto, e di carne; hanno manzi e vacche, le più belle credo che siano al mondo, e similmente castroni e pecore, e sono carni molto saporite, per rispetto delli buoni pascoli ch’hanno: ma fanno grande stima del latte di cavalla». E proprio latte, il Veneziano è  costretto a bere: «fecero anche portar del latte di cavalla, del quale ne fanno grande stima, e voleano ch’io ne bevesse, perché dicono che genera gran forza all’uomo: ma perché egli aveva una maladetta puzza non ne volsi bere, e l’ebbero quasi a male». A precedere il Contarini in giro per le terre dell’Oriente, e a restarci per parecchi anni, è tutta la famiglia Polo. I maschi, beninteso. Marco Polo, uno che ha girato parecchio nel mondo di allora, fa le cose in grande. Ha un certo feeling con le comunicazioni transcontinentali e con l’impero mongolo, quello da cui discendono i Moghul. Marco più che viaggiare, va altrove. Con mente sveglia, senza risentire delle contaminazioni morali che circolano ai suoi tempi sull’indegnità della sua professione. I mercanti veneziani evitano di farsi maltrattare da limitanti considerazioni teologiche. Si recano nel mondo, a vedere cosa c’è al di là delle pietre bianche della laguna. Calpestano terre aride, oltrepassano ostili fiumi gelati, procedono in ambienti terribili dove l’inverno si inabissa fino a meno 50 e le estati puntano ai più 40. Esprimono le loro astuzie in deserti pietrosi, riposano assorti su terreni con scarsa vegetazione, domano con curiosità e per amore del profitto il timor tartarorum, la bufera e il terrore per ogni cristiano che si rispetti. Certo che superare lo shock provocato dalla vista di orde di tartari, che galoppano sulla prateria, archi tesi, pronti a scoccare la morte nel momento preciso in cui il quadrupede sta sollevato con le quattro zampe in aria, non è cosa semplice. Nessun scossone, solo precisione perfetta e morte sicura. Toglie il fiato. La forza e la potenza dei cavalieri nomadi genera nei contemporanei in giro per le steppe, sensazioni aspre e sgradevoli. Se li figurano usciti dritti dritti dall’inferno. Stare davanti ad un equilibrio esemplare tra uomo- natura, cielo e terra porta ad una dimensione di vigore e furia alquanto inquietante. Le steppe della Mongolia sono terre durissime, fatte di orizzonti infiniti. Terre che forgiano uomini d’acciaio. Mi assale un’ondata di curiosità così vado a spulciare nelle librerie di casa. Ne so molto poco. Dopo alcune ricerche infruttuose e polverose, trovo i volumoni giusti. Pagine e pagine, frutto del lavoro di eminenti studiosi, sono pronte a dilettarmi sugli antenati degli sfarzosi imperatori Moghul. Per non farmi mancare nulla, decido per una visita alle ottime biblioteche cittadine. Intanto so che i Moghul  discendono da Tamerlano, che dice di discendere da Genghiz khan. Però! … niente male. Nomade, di buona famiglia, Genghiz nasce con il nome di  Temujin nella prima metà del XII secolo nell’immenso altipiano asiatico, in una regione di monti e steppe. Situata tra ovest e nord-ovest della Cina fino al Turkestan, la regione è circondata da potenti regni, diversi per cultura, religione e lingua. In Cina, a sud-est esercitano il potere i Sung e a est i Chin, di origine tungusica. Verso occidente governano da città fortificate gli Hsi-hsia, buddisti di tipo tibetano, nel Turkestan orientale si trova il regno degli Uiguri. Di stirpe turca, hanno un profondo spirito di tolleranza verso il cristianesimo, il manicheismo e il buddhismo. I Liao che un tempo dominano nella Cina settentrionale, fondano una nuove entità statale nominata Karakitai. Più a occidente ancora, si trova il regno di Khwarezmi, una zona di traffici commerciali intensi e di cultura islamica. Lungo lo Ienissei, a nord del Baikal sono stanziati i Chirghisi. In mezzo a tutte queste popolazioni, in un territorio sconfinato, nel XII secolo vivono molte tribù di stirpe turco-mongola, base della futura unità etnico-politica dei Mongoli. Hanno notevoli affinità linguistiche, ma non sempre i livelli culturali sono simili. Il nome di Tartari con cui i Mongoli entrano nella storia dell’Europa, deriva da quella dei Tatari una delle principali tribù emerse durante le lotte per la supremazia. Vivono di caccia, pesca, pastorizia nomade e sono allevatori di cavalli, pecore, buoi, capre e cammelli. La tradizione afferma che queste popolazioni prima che a camminare, imparano a cavalcare. I loro cavalli sono piccoli, robusti ed estremamente agili, collaboratori perfetti per l’espansione militare.

Ogni tribù vive nel territorio di pascolo che spetta secondo tradizione e segue regole precise di transumanza tra pascoli estivi ed invernali, per impedire disordini sul territorio. Contemporaneamente, l’economia nomadica integra le proprie carenze con incursioni in Cina in modo da rimpinguare le scorte con cibo, vesti e oggetti esteticamente gradevoli. La Cina, per contenere il problema, risponde mettendo in campo una politica di corruzione su capi tribù e popolazione. Insomma, istiga tribù contro tribù in modo da avere un po’ di requie, farli scontrare tra loro e magari tirare qualcuna dalla loro parte. Come avviene con  la tribù dei Tatari che si intende male con quella Maghol. Quest’ultima porta il nome di un antico popolo leggendario il cui capo è Khabul khān, niente altro che il nonno di Tamūgīn, ossia il futuro Genghiz khān. Dopo la morte di Khabul, i Tatari fanno fare una brutta fine a un bel po’ di figure di spicco della tribù Maghol. Tra gli altri lo stesso padre di Tamūgīn che se la lega al dito. Ma le cose non vanno bene neanche a lui e, nelle lotte per la supremazia tra tribù avversarie, se la cava per un pelo. Nonostante la situazione non certo rosea, Tamūgīn dimostra competenza bellica, coraggio e astuzia. Queste doti gli procurano la devozione di un bel po’ di seguaci che non ci mettono nulla a capire il valore dell’uomo e a seguirne la causa. Così il nipote di Khabul khan, si ritrova alla testa di un bel gruppetto di guerrieri armati fino ai denti. Favorito dagli altri nomadi della steppa che guerreggiano tra loro e dai cinesi che ce la mettono tutta ad eliminarli, il futuro Genghiz incassa un’altra vittoria: il capo di una tribù nomade di religione cristiana, grande amico del padre defunto, si allea con lui e il gioco è fatto! No, meglio dire che incominciano a farsi. Dopo la sconfitta dei Tatari, il futuro Genghizs khan che significherebbe «grande, oceanico imperatore» sottomette altre tribù indipendenti e nel 1205 è già autorità assoluta e incontrastata sul territorio mongolo. Non si sa molto di lui, fisicamente. Alcune indicazioni parlano di un uomo di grande statura, dalle spalle possenti e occhi verdi.

Niente male… La tradizione poetica si esprime su di lui nei termini di chi predilige la vita semplice, un buon principe circondato da saggi consiglieri, devoto alle antiche tradizioni. Per sua iniziativa vengono raccolti i «Detti memorabili», un testo dove il sovrano consegna le risoluzioni  memorizzate che saranno base esemplare per i sovrani successivi e per i governatori delle province. Spiritualmente vicine alle popolazioni dell’Asia centrale e occidentale, le popolazioni mongole sono invece distanti dai cinesi. I consiglieri dell’imperatore sono Uiguri, culturalmente superiori e di religione musulmana. Solo di un rango inferiore ai Mongoli, gli Uiguri, contribuiscono per oltre un secolo a rafforzare la potenza mongola grazie all’apporto di consiglieri, funzionari amministrativi, matematici e fabbricanti di armi. Per riorganizzare l’esercito, Genghiz recluta soldati tra i Chin, onora e privilegia artisti e artigiani, per lo più stranieri. Con un sistema postale affidabile, una legislazione fiscale innovativa, immunità diplomatica, abolizione della tortura, privilegi a commercianti e artigiani a cui si aggiungono libertà religiosa e un sistema scolastico obbligatorio per parenti, funzionari e alti dignitari, Genghiz khan fa della Mongolia  un territorio straordinariamente moderno.

Stratega e guerriero essenzialmente pratico, sottomette con brutalità tutte le popolazioni circostanti e punta alla conquista dei territori cinesi. Non senza aver prima sottoposto le sue truppe all’addestramento di nuove durissime tattiche di cavalleria nella steppa. Detta così, sembra un’impresa epica circondata dalla luce. Invece le ombre sono tantissime. Nel 1211 tutte le regioni lungo la Grande Muraglia si trovano sotto il dominio mongolo, crolla il regno dei Chin e nel 1214 i Mongoli sono davanti a Pechino. Nel 1215 la città è assediata ed espugnata, l’esercito annientato. Nell’anonimato della  «Storia Segreta», i Mongoli parlano di cinesi fatti a pezzi, lasciati a putrefare sul terreno, di soldati che muoiono di stenti o dediti al cannibalismo, di giovani vergini che si gettano dalle mura di Pechino per non soccombere alla violenza degli invasori. L’imperatore cinese fugge, il figlio viene catturato, le mura rase al suolo, i luoghi fortificati distrutti. Montagnole di cadaveri decomposti causano nei paesi epidemie virulente. L’erario pubblico viene portato in Mongolia, la Cina del Nord distrutta, con quella meridionale si trattano alleanze. Per il momento. Infaticabile, il khan rafforza il potere in Mongolia e rivolge un occhio di riguardo agli avvenimenti in zona Turkestan orientale, minato al momento da rivolte locali. Cosa che agevola senz’altro la conquista. Detto, fatto. Ma Genghiz khan non ha pace e pensa che ti ripensa, con le informazioni dei mercanti musulmani, viene a sapere le cose in casa turco-persiana. Da qui parte la sua grande impresa militare: la conquista di Russia e Medio Oriente. Al sovrano Muhammad II i campanelli d’allarme erano già suonati da un bel po’e pensa che sia bene mandare in avanscoperta un’ambasceria. Che oltre al benvenuto, però, si ritrova sotto gli occhi le atrocità commesse dai Mongoli a Pechino. Muhammad cerca di prendere tempo e invia carovane piene di ogni ben di dio. I Mongoli ricambiano ossequiosi, con doni altrettanto ricchi. In mezzo a sontuose libagioni, si decide pacificamente chi governa l’Occidente e chi l’Oriente, che vivere felici e in pace è propizio per tutti, a cominciare dai mercanti che circolano in lungo e in largo per i rispettivi territori. La tranquillità, purtroppo, dura poco. Una carovana di mercanti mongoli viene sterminata e le fonti riportano che  Muhammad II non viene minimamente toccato dalla cosa. Genghiz khan proclama la guerra e spedisce a combattere le stesse truppe che hanno distrutto la Cina del Nord. Durante le operazioni belliche, il khan mette in campo una superba abilità tecnica. Cadono Merv, Samarcanda e Buchārā, le popolazioni sterminate, le altre città si arrendono. Le campagne militari sono continue. Nel 1223, gli eserciti mongoli, dopo aver oltrepassato il Caucaso orientale, arrivano in Russia, saccheggiano alcune città della Crimea e tornano in Oriente. Gli anni sono trascorsi anche per Genghiz che incomincia a dare segni di stanchezza. La vecchiaia è in agguato e ogni tanto cade da cavallo. Ma, nonostante gli acciacchi, nel 1217 aveva ordinato una spedizione punitiva contro i Tanguti. Il re viene giustiziato, la città distrutta e gli abitanti, rei di aver mancato come alleati dei Mongoli  trucidati. Nel frattempo, Genghiz khan muore. I suoi successori mantengono la volontà di potenza e intraprendono nuove campagne militari contro la Cina, che questa volta risponde contrattaccando con la polvere da sparo. Nonostante la novità bellica, la Cina settentrionale e centrale oltre il Fiume Giallo è sottoposta all’autorità dei Mongoli che inviano nuove spedizioni militari in Corea per soddisfare il bisogno di prodotti di lusso. Nuovi attacchi partono anche verso le steppe a occidente del Volga per ampliare i possedimenti territoriali. La dimensione simbiotica tra uomo e cavallo, instauratasi tra le popolazioni mongole, fa sì che le terre da pascolo siano vitali. Per questo motivo, le zone del Volga come la Cina del Nord devono essere distrutte e diventare terra da pascolo. I Mongoli avanzano in Europa orientale e sostano in Ungheria dove i pascoli offrono loro le condizioni di vita usuali e la possibilità di un lungo riposo. La steppa euroasiatica è l’ideale per il mantenimento dei cavalli quanto il territorio intorno al Volga è  cruciale per il commercio tra Europa del Nord e dell’est e l’Asia centrale. Nel frattempo si pianifica la conquista  dei principati di Russia e delle città fortificate. Il Volga gelato favorisce il passaggio dei Mongoli e in rapida successione cadono le città del granducato del principe Vladimir. Inutile dire che muoiono tutti. Tra le fiamme. I cavalieri mongoli si rivelano di nuovo ferocemente rapidi. Novgorod viene salvata dai cavalli che hanno bisogno di pascolo. I guerrieri sono costretti a ripiegare verso la Crimea. Qui, alcuni mercanti veneziani entrano in contatto con i Mongoli che vendono loro bottino e schiavi. Da Kiev in poi, quasi tutta la Russia è ormai in mano loro. Come data, siamo nel 1240. In Europa, dei Mongoli ci si preoccupa ma non ci si inquieta in profondità. La politica occidentale resta ferma, nonostante che i cavalieri siano paragonati a creature diaboliche che, come  sciami di locuste terrorizzano la popolazione. Papi e imperatori hanno altri grattacapi da risolvere. Finché le locuste, prima in Polonia, poi dai Carpazi assaltano gli stati periferici dell’Europa centrale. A Gothland, a Bornholm e dintorni non si mangiano più aringhe: i pescatori hanno troppa paura per uscire in mare. I cavalieri delle steppe puntano all’Ungheria, colpevole di aver soccorso i Cumani nel 1237. I Cumani sono considerati sudditi fuggiaschi in esilio e pertanto secondo la  concezione giuridica mongola, il territorio che li ospita, deve essere punito con la guerra. Gli eserciti avanzano a ventaglio, che non sia mai che  boemi, polacchi e tedeschi trovino la forza di allearsi e colpirli. Si muovono verso zona Baltico, e Vistola. Cracovia viene bruciata e Breslavia espugnata. A Legnica la cavalleria mongola da una bastonata mortale all’esitante cavalleria europea. Visto che ce l’hanno a morte con Venceslao, puntano immediatamente sull’Ungheria, disinteressandosi della Germania. Con un accerchiamento mirabile, ai piedi dei vigneti di Tokaj, Bela IV viene sconfitto. L’Ungheria è in mano ai Mongoli. Coniano monete, fanno lavorare le campagne ai prigionieri e si acquartierano per l’inverno. Improvvisamente suona la ritirata. Muovono i cavalli, alzano le tende. Le fonti tacciono, ma si tratta probabilmente di problemi di successione. E’ morto il gran khan Ögödei. A quanto pare, un gran gourmet. Passano la Bulgaria, la Galizia e le vaste steppe del Volga. Fino al 1245, l’autorità del khan sottopone i principi russi al potere dei Mongoli di Russia. Però tra l’Orda d’Oro e il gran khānato non corre buon sangue. Le successioni modificano l’assetto politico- religioso: buona parte della nobiltà mongola si converte all’Islam, una minoranza resta invece fedele al cristianesimo nestoriano o alla religione shamanica delle antiche tribù. Nonostante i turbolenti problemi di successione, la pax mongolica regge. Le basi veneziane sul Mar Nero e Karakorum comunicano in tutta sicurezza: i collegamenti postali mantengono la loro eccellenza, mercanti e merci si muovono senza timori. Europa e Mongolia continuano a beneficiare di un intenso scambio di persone, merci e idee. L’interesse per la Cina è più vivo che mai. Per tanti sovrani sul piano militare, ma, a partire da Kublai khan anche su quello spirituale. Kublai, infatti, manifesta una certa simpatia per il confucianesimo tanto da scegliere come consiglieri alcuni seguaci di questa tradizione filosofico-religiosa. Durante il suo regno, i rapporti diplomatici con la dinastia Sung si corrodono. Dieci anni di campagne militari e anche questa potenza viene distrutta. Il consolidamento del  dominio in Cina di Kublai, ispira alcune campagne militari contro il Giappone. Le tempeste però sono favorevoli ai giapponesi e impediscono gli sbarchi. Alla flotta di 900 navi viene così impedita una nuova conquista. Intanto alla corte di Kublai rientrano nuovamente i Polo, Niccolò e  Matteo.

Questa volta portano con loro anche Marco. Onorati e investiti con cariche governative,  rimangono sul territorio per altri diciassette anni nei quali Kublai khan riprova ancora due volte a invadere il Giappone. Ma non funziona. La seconda volta gli va male per colpa di un tifone, poi a sud-ovest tira una brutta aria che gli impone la massima attenzione politica e militare. Nel 1288 conquista la Cambogia e nel 1292 dirige la sua attenzione a Giava. Mica per occuparla territorialmente quanto piuttosto vuole essere una azione dimostrativa della forza dell’imperatore in zona. Si preferisce trascurare l’Asia centrale e mantenere l’occhio vigile sulla Cina, il territorio prediletto. Kublai conquista un territorio sterminato con efferatezza, ma si dimostra tollerante verso le molteplici confessioni religiose presenti sul territorio. Simpatizza per le dottrine tibetane, è benevolo con i cristiani. Tanto che incarica i due mercanti Polo, rispettivamente papà e zio di Marco, di chiedere al pontefice l’invio in Cina di 100 eminenti sacerdoti per discutere di alcune cose di teologia e politica. La cosa non va a buon fine, ma Kublai un primo passo di avvicinamento lo fa. Va detto che in Cina, durante la dominazione mongola, le cose procedono con una certa tranquillità: ordine, pace, armonia e rete di comunicazioni postali che sono una bellezza. Viaggiare è un piacere, le notizie vengono trasmesse velocemente. Girano francescani e mercanti, gli inviati del papa, quelli del re di Francia. Chi si ferma in zona, chi procede per l’Oriente, favorito dalla pax mongolica. Nonostante i Cinesi storcano il naso, i Mongoli si adattano alla mentalità e alle concezioni del paese conquistato, un po’ come i Moghul in India, tra qualche secolo. Per Kublai la morte arriva nel 1294. I sovrani successivi non reggono al confronto. L’impero incomincia a scricchiolare sotto i primi segnali di decadenza e nel 1368 Pechino cade. Toghon-Tamür, le sue donne e chi può tra i mongoli, fuggono verso nord. Termina così la dominazione dei popoli nomadi in Cina, ma il fascino delle gesta di Kublai nei ricordi degli uomini non si esaurisce facilmente.  Marco Polo descrive il suo palazzo nella città di Shangdu: E àe fatto fare in questa città uno palagio di marmo e d’altre ricche pietre; le sale e le camere sono tutte dorate e è molto bellissimo marivigliosamente.[1] » . Coleridge in un pometto mai completato, ispirato dall’onirico oppio scrive:

  • A Xanadu Kubla Khan volle
  • Un’imponente dimora di piacere,
  • dove Alfeo, il sacro fiume, trascorre
  • caverne ad occhio umano smisurate
  • e s’immerge in un mare senza sole.
  • Così due volte cinque miglia di fertile terreno
  • Di mura e torri furono recinte:
  • e sorsero giardini di rivoli sinuosi luccicanti,
  • dove mille a mille fiorivano alberi d’incenso;
  • e foreste, antiche quanto le colline,
  • che custodivano macchie di solatìe verzure

Per scrivere di questa storia, mi sono affidata agli eccellenti studi di Frederic C. Lane per Venezia. Ho consultato Walther Heissig per saperne di più sui regni mongoli in giro per il mondo.

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Un commento su “Esotiche conquiste tra Venezia, Mongolia e India.”

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