Tamerlano va a Samarcanda

    

  • Guarda a te d’intorno ora in Samarcanda!
  • Non è regina del mondo? Non è la prima
  • fra tutte le città? Non ne regge i destini
  • con la sua ferma mano? In tutta l’immensa gloria
  • che il mondo conobbe non sta nobile e sola?
  • Se mai cadesse il suo estremo gradino
  • già offrirebbe il piedistallo ad un trono! 
  • E chi ne è sovrano? Timur-colui
  • che la gente attonita vide procedere
  • a gran passi, altèro sopra agli imperi,
  • un bandito col diadema sulla fronte!

Samarcanda trova la sua forza vitale nelle radici solide della storia. È una delle più antiche città del mondo, famosa per la sua posizione invidiabile sulla  «via della seta», aperta dai mercanti cinesi che cominciano a viaggiare verso occidente, attraverso l’Asia centrale. Di qua passano seta, lacche, perle, ambra, tessuti di lana e lino, corallo, vetri e altre pietre preziose. È una città da primato. Non ultimo, quello di essere talmente ricca e splendida da far sì che i Mongoli di Genghiz khan riversino la consueta energia esplosiva nel suo saccheggio. Nonostante i drammi bellici, chiamiamoli disorientanti per la popolazione, a Samarcanda la meravigliosa, abitanti e governanti si rimboccano le maniche per recuperarla all’antico splendore e riportarla ad essere punto di riferimento per chi si sposta avanti e indietro sulle rotte commerciali. Se da una parte, le conquiste dei Mongoli si accompagnano a drammatiche distruzioni, dall’altra i nuovi sovrani unificano una parte molto vasta degli immensi territori asiatici e promuovono, con la sicurezza di viaggiatori e mercanti, la curiosità della conoscenza e il gusto per l’ignoto. Infine, forse in una notte blu mistero,Tamerlano ne fa la capitale da Mille e una Notte del suo vasto impero. Di un incanto ammaliante, Samarcanda è uno scrigno di monumenti architettonici, belli da togliere il fiato. Il cuore della città medievale, è il Registan, la piazza pubblica circondata da tre grandi madrase, la Madrasa di Ulugh Beg, la Madrasa Sher-Dor, la Madrasa Tilya-Kori. 

Foto di Stefano Motta
Foto Stefano Motta. https://triestemongolia.expandev.com/

Tigri, leoni ruggenti e simboli astronomici decorano gli imponenti edifici. Ricoperti di maioliche e mosaici azzurri e blu, turchesi e bianchi lanciano al cielo un nuovo mistero spirituale e violano il divieto islamico di rappresentare gli esseri viventi sugli edifici religiosi. L’antica città, con il suo generoso bazar Siyob, è un luogo dello spirito.

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Qui, nello Shah-I-Zinda, tra le cappelle mortuarie di nobili e reali costruite tra IX e XIV secolo, abita un signore speciale. Si racconta che il cugino del profeta Maometto, dopo esser stato decapitato per la sua testimonianza di fede, raccolse la testa mozzata e scese in preghiera in un pozzo profondo, nel Giardino del Paradiso, dove tutt’ora vive. Gli edifici rituali e i mausolei, innalzati come immensi palazzi, insegnano le virtù della bellezza straordinaria e le molteplici visioni di arcani silenzi. Tappe obbligate sulla strada sono le raffinate moschee. Alcune, recuperate da restauri recenti, rappresentano l’antica massima cinese: «un’immagine vale più di diecimila parole». Immaginiamo, e siamo certi, che la bellezza passa attraverso l’intima visione di moschee come quella di Bibi Khanum, Hoja Nisbadtor, Hazrat-Hizr.

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C’è bisogno forse di ricordare che, chi ha la fortuna di visitare questi territori, può ben affermare di aver vissuto un’esperienza indimenticabile? Turchese nel  verde, sabbia e vento, polvere rosa cipria, in sequenza profumi, pietre preziose, tappetti e stoffe. Tutto racconta una storia di pensieri, sensazioni, sentimenti e intuizioni. Una dimensione singolare, unica, come unica è stata la vita del signore di questa città. Tamerlano. A detta di estimatori e detrattori, il conquistatore più sanguinario della Storia. Ma la povera storia sembra essere sconfitta, non dimora nelle scuole,  dimenticata nelle strade, lasciata fuori dalle case. E così, in questa temperie post moderna o post qualcosa d’altro, la memoria intorno a Tamerlano, sembra aver subito qualcosa di simile ad un collasso gravitazionale. Di solito, di tipi così si dice che sono figure complesse, un microcosmo saturo di violenza, misticismo e mistero. Questo principe oscuro, per tanti, moltissimi, è un Ahriman malefico, perverso, uscito dalle tenebre,  portatore di morte. Uccide e fa uccidere con una facilità da capogiro, il sangue versato non sembra produrgli alcun raccapriccio. I suoi metodi operativi, in guerra e in pace, sono alquanto sbrigativi. Appassionato di  matematica, medicina e astronomia, ha un cuore che non  prova timore o rimorso. Intelligente e magnanimo con gli studiosi che gli garbano, rispettoso con i nemici di rango, detesta la corruzione che destabilizza, tollera di essere tradito (qualche volta) da chi gli sta simpatico, ha uno spiccato e profondo senso del dovere, è molto metodico nel suo lavoro, ossia organizza campagne di conquista schiaccianti ed efferate. Crudeli e vittoriose. Genera un buon numero di figli  emotivamente instabili che gli generano un altrettanto numero di nipoti intelligenti, stabili e molto amati. La poesia li ama, i malvagi, e riserva le sue attenzioni ai forti e agli astuti conquistatori. L’Oriente affascina Coleridge e travolge Poe, chi scrive di Kublai khan, chi di Tamerlano. Affascinati dalla malvagità dell’amore e dagli strappi dell’anima, i due delicati visionari versano raffinato inchiostro sulla vita che aspira all’immortalità. Come raggiunge la fama imperitura quest’uomo delle steppe, che sta con gli occhi sempre aperti? Davanti ad una prima, feroce impressione, potremo pensare che Tamerlano sia il demone tra i demoni. Al suo comando sono sottomesse orde di cavalieri malefici, di soldati dal cattivo volere. In lui non c’è nulla di buono, al suo passaggio desta terrore e orrore. Ma è  poi vero che quest’uomo vibra di sola malvagità? E non è anche vero che tutti subiamo il fascino del cattivo di turno? In questi ultimi anni grandi e piccoli schermi ci hanno appioppato cattivissimi di considerevole successo, primo tra tutti, il nero dominatore del lato oscuro della forza Darth Vader. Eticamente disastrosi, non li vorremmo mai come amici (figuriamoci!), i cattivi però sono abili, competenti e molto spesso, dannatamente belli. Grazie a loro apprezziamo ogni stilla di cattiveria e malvagità del mondo per finire con l’accettare quelle parti nostre, oscure e caliginose che non ci piace sapere di avere, ma che ormai  integriamo in noi per farci stare bene. E poi, pensiamoci su, cattivi non sempre si nasce. Spesso quelli che non si sono pacificati con sé stessi, se la sono vista brutta nella vita. Capita che ne abbiano viste di tutti i colori. Nell’oscurità della loro foresta, hanno una parte delicata, fragile, nata dalla sofferenza, da un sentimento lacerato, da un dolore che è difficile lasciar andare e che continua a ferire. Non per cercar scuse, ma Timur lo zoppo, il nostro Tamerlano, non ha avuto una vita facile e i tempi e i luoghi necessitano di intelligenze scaltre, forti e sicure. Titubanze e insicurezze possono costare care. Spirito ardente dominato da inquiete ambivalenze, lascia che la sua spietatezza assolva il ruolo di miccia che fa esplodere i fuochi della conquista. Immaginatelo giovane, solo a cavallo, quando si alza il cielo stellato di una notte d’inverno. Gelo di tenebra, negli occhi ricordi i ricordi dei grandi assalti, nelle orecchie i tamburi rullano, magnetici. Il futuro Grande Emiro è saturo di un fine assolutismo pragmatico vissuto in infanzie girovaghe.

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Tamerlano ama la tenda (di seta raffinata) ma ha urgenza di trovare casa per il suo potere incontestabile. Così butta l’occhio su Samarcanda, distante appena un’ottantina di chilometri da dove è nato. La città ha i requisiti adatti. E ancora, per promuoversi come spietato signore della guerra, quest’uomo delle steppe, amante dell’assoluto e delle lame taglienti, esige una ascendenza prestigiosa. Gli va a pennello quella di Genghiz khan e si proclama suo erede. Per andare sul sicuro, si circonda di insigni personaggi, profumatamente pagati e sobriamente minacciati, affinché rintraccino, tra racconti popolari e documenti ufficiali, la conferma della sua discendenza dall’Oceanico Imperatore. Con questo passato solenne alle spalle, il condottiero turco-mongolo si trasforma in un lampo accecante. L’anima arroventata, dura come una terra incendiata, questo spirito nomade insieme ai suoi armati, travolge città dopo città, territori dopo territori, spinto da efferata brutalità e visionaria volontà di potenza. Non è prigioniero di nessuna opinione, desidera andare avanti e avanti…e avanti.

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In un tempo al di là del tempo, quando l’inquieto e troppo perfetto Edgar Allan Poe, decide che Tamerlano val bene un poema, si vincola al fuoco creativo e lo celebra con un’epica dell’immaginazione  vertiginosa e graffiante. Timur lo zoppo, il sanguinario Tamerlano è un esistente dalla presenza aspra, che configura superbi cambiamenti nello schema della realtà. Spirito di terra e fuoco, furibondo e ambizioso, questo Timur, che in un vecchio ceppo di lingue turche significa ferro, nasce nell’attuale Uzbekistan a Kesh, la città verde, oggi conosciuta con l’armonioso e figurato nome di Shahrisabz. Timur è uno zoppo, sicuro, ma di ferro. Nomen omen. Che soffra di un difetto di deambulazione è indiscutibile, ma non è dato sapere la causa reale. Considerata la turbolenza comportamentale e l’attività banditesca alla quale si dedica fin dall’infanzia, insomma fa il ladro di cavalli, cammelli e pecore, niente di più facile, che una rissa violenta o una fuga finita a mal partito, gli sia stata rovinosa. Per scrupolo va detto che la debolezza degli arti inferiori potrebbe indicare  una forma di poliomelite. E in quei tempi di vaccinazioni non si sapeva proprio nulla. In altre parole, non abbiamo certezze sul motivo della zoppia di Timur. D’altra parte difettiamo in certezze per tante altre cose della vita… La traiettoria di Timur percorre buona parte del Trecento e qualche anno del Quattrocento. Un periodo in cui sul palcoscenico del Levante accadono cose nuove e terribili. L’impero di Bisanzio vacilla sotto la potenza del sultanato dei turchi ottomani.

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Ormai è praticamente sotto assedio. Tra gli europei in tanti credono in una caduta imminente, altri hanno la certezza che Costantinopoli possa respingere anche questa nuova minaccia e rinnovare il miracolo di metà Duecento, quando i bizantini la riconquistano dopo la devastazione latina che segue la quarta crociata. Il sultano Bayezid I conosciuto come Yildirim, la Folgore, nel 1396 distrugge l’esercito crociato a Nicopoli. In Europa si teme che le nubi all’orizzonte siano foriere di tempesta. Pensierosi sono pure gli occidentali che vivono in zona dove dispongono di molti e cospicui interessi. E si sa, con merci e denari si spostano pure  inquietudine e disappunto. Nel frattempo, alle orecchie europee che contano, arrivano, un po’ qui e un po’ la e da luoghi lontani, notizie talvolta oscure e confuse, altre molto puntuali, promettenti e ben confermate, che parlano di un principe delle steppe in grado di far vedere i sorci verdi agli ottomani. Nel 1402, le spie dei mercanti europei e dei loro governi, che talvolta sono la stessa cosa, informano che nel luglio di quell’anno, sulla pianura intorno alla inespugnabile fortezza di Ankara,  Bayezid I e il suo esercito sono stati sconfitti da temibili cavalieri guidati da un principe tartaro e che lo stesso Yildirim insieme a Olivera Despina Hatun, la quarta e influente moglie erano stati catturati. E senza troppo tergiversare, il principe tartaro, decide che Yildirim resta prigioniero alla sua corte. Cosa che puntualmente avviene. Il sultano muore pochi mesi dopo, spossato dalla guerra e dalle mortificazioni della prigionia. Bayazet soccombe, nonostante dalla sua parte stessero un bel numero di alleati, dai cristiani di Valacchia, Bulgaria, Tracia e Macedonia ai soldati del nobile serbo Stefano Lazarevich, suo valoroso vassallo. Quando ancora la fortuna splendeva sulla Folgore, prima della battaglia di Ankara, gli ottomani conquistano alcune città a ridosso del territorio del Grande Emiro e ai confini con l’Azerbaijan e l’Armenia. Dopo la disfatta, l’entusiasmo sale alle stelle nelle colonie genovesi di Egeo e sul Mar Nereo, gioiosi sono i Cavalieri di San Giovanni, alquanto soddisfatto si dimostra il sultano d’Egitto. Di questo guerriero, emerso dai luoghi dove si narra che re Alessandro avesse imprigionato le sanguinarie genti di Gog e Magog (poco da fare, già il suono di  queste due antiche parole, evoca immagini demoniache e oscure), si hanno scarse notizie. Che altro sappiamo noi dell’aspro e potente Tamerlano? Intanto che il territorio da cui proviene è il suo specchio e che, nella steppa sdraiata sotto le nevi inquiete, gli sciamani in estasi, parlano con le ombre dei morti e predicono il futuro. Questi individui sono figure inquietanti ed enigmatiche, capaci di comprendere le decisioni degli spiriti che governano il mondo, curare anime e corpi, affrontare tremendi viaggi ultraterreni. Nei pomeriggi oscuri, nelle distese d’erba verde, controllano i segreti della musica e la sanno lunga sul linguaggio degli uccelli.

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Essere uno sciamano significa inquietanti esperienze, non è quasi mai una gioia diventarlo e non è una libera scelta. È una chiamata a cui non ci si può negare: sono gli spiriti che decidono di appropriarsi dell’uomo che possiede una  natura particolare. E come se non bastasse, lo stregone spesso è anche il fabbro del villaggio. È comprensibile che tra le tribù guerriere, la capacità di domare il ferro, forgiarlo e temprarlo stia a indicare una professione di tutto rispetto, molto vicina all’ambiente divino. Tutti ricordiamo il povero Efesto, figlio di Era e senza padre. Di pessimo carattere e di poco invitante aspetto, Efesto è un artigiano di pregio. Niente di quello che forgia nella sua fucina, situata nelle viscere dell’Etna, è meno che perfetto e impareggiabile. Tuttavia, nonostante le origini divine, la vita del dio non è cominciata bene: è nato deforme o forse martoriato dall’ira della stessa Era che, dopo averlo partorito, lo scaglia dall’Olimpo, infastidita dalla sua deformità. E guarda guarda, il fabbro degli dei, colui che dimora tra ferro e fuoco, è zoppo. E ancora: nelle tradizioni, la zoppia segna il destino particolare degli sciamani. Le loro deformità fisiche sono solo apparenti: la claudicazione illustra la certezza della velocità con la quale lo stregone cavalca nel regno delle ombre e la parziale cecità altro non è che la vista acutissima che serve a distinguere tutto ciò che sfugge agli uomini comuni. Di Timur si sa che è zoppo, che ha perso l’uso di un braccio ed è pure mezzo orbo da un occhio. Mi viene su il pensiero che questa congerie di battaglie eroiche e scontri epici, non sia altro che una manovra pubblicitaria, notiziole lanciate nel vento della steppa, per nascondere un carattere spietato fin dalla giovane età o per mascherare la condizione di uomo “segnato dagli spiriti” e perché no, una rappresentazione di raffinata intelligenza messa in scena dallo stesso Timur, a cui non pareva vero di possedere tutte le caratteristiche consone per un paragone divino. Ma per i cristiani, anche il diavolo è zoppo e Timur è un diavolo con una natura intricata e molto oscura. Il suo impaccio fisico, non è più un impedimento quanto piuttosto il segno da rendere noto ai quattro venti, che certifica l’ineluttabile destino di un uomo segnato, come lo sono i personaggi particolari. Demoni o sovrani che siano. Veramente singolari e stuzzicanti questi ballon d’essai su Timur- ferro. Una locuzione rosso sangue, da lama affilata. Il capostipite della dinastia timuride insegue guerre, saccheggi e conquiste ma dischiude l’anima nei labirinti di una intensa tensione spirituale. Travolge l’Oriente con disumana ferocia e abilità militare spettacolari, tuttavia, il suo talento guerresco è addolcito da un senso dell’amicizia straordinario. Si nutre di morte come di amori intensi e fedeli. Non è per esclusivo interesse politico che sposa Aljiai, figlia dell’emiro della Transoxiana, ma per intensa passione. Le ragioni politiche sono riservate alle nobili di intenso sangue blu che impalma a più riprese. La politica si sa, come ogni cosa, ha bisogno dei suoi sacrifici e i matrimoni possono essere tanto irritanti quanto proficui. Quando si dice che la bellezza non è tutto! Visto che la pubblica fama è una cosa seria, Timur sa bene quanto tempo dedicare alle donne e quanto usare per annientare i propri limiti. Uno che non vuole scendere a patti con la sua mortalità e che con scaltrezza e astuzia si gioca la vita terrena e quella eterna controllando e dominando il mondo, è uno tosto. Penserei ad un tipo estroverso, con una libido decisamente volta verso la realtà esterna, che vuole essere frugale, ascetico e mostrarsi generoso. Si appassiona di scacchi come di potere. La sua scacchiera ha centodieci caselle, praticamente un campo di battaglia. Analfabeta ma pragmaticamente sveglio, dopo aver scorrazzato per le terre intorno, decide che per essere credibile agli occhi degli altri, deve avere la sua caput mundi.  Un sovrano che conta deve dominare da una sede fissa, mica montare e smontare tende e scorrazzare sempre in giro per scorrerie steppose! Così recupera Samarcanda e decide che è cosa buona e giusta, riportarla all’antico splendore. La più ricca città dell’Asia centrale fa comodo in quanto a prestigio e posizione. Nel frattempo, astutamente, si fregia del titolo di Grande Emiro e rifiuta l’appellativo di khan. Le considera più che altro, rappresentazioni di titoli inutili e onori vani. Che se ne fa un guerriero del suo spessore, di questa roba? Nulla. Timur è uno che sa mettersi in gioco e dà un senso al proprio percorso. Per entrare nel mito, bisogna assolvere al proprio destino e non stupisce che la sua promotion cerchi di imporre l’idea che  non ambisca nè al khanato Chaghatay nè a liberarsi dall’autorità dell’imperatore cinese, a cui versa un contributo. Timur mente sapendo di mentire. Nel frattempo, l’assemblea dei capitribù che nomina il khan del Chaghatay ha perso il suo potere, così ogni decisione spetta allo Zoppo. Certo che incontra qualche ostacolo, ma nel caso in assemblea ci sia qualche spirito un po’ troppo libero, gli fa perdere quel poco di libertà. Rispettosamente. L’opportunismo gli fa risparmiare tra una carneficina e l’altra, gli artigiani che gli sono utili per rimettere a nuovo Samarcanda.

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Posta al centro di un territorio antico e potente, la città onora la grandezza e conferma il potere del Grande Emiro che aspira a diventare sempre più grande. In versione religiosa, un tantino più mite, omaggia sé stesso e Dio con la costruzione della moschea di Bibi Khanym, 40 metri di cupola turchese e minareti di cinquanta metri. Disgrazia volle che non fosse costruita molto bene, ahi ahi, poveri architetti! La moschea segnala il proprio cedimento con Timur ancora in vita, che, se non sarà andato sotto a prenderla a calci, noblesse oblige, manifesta il suo disappunto a costruttori e artigiani!  La costruzione subisce terremoti furibondi e venti inclementi e nell’Ottocento funge da stalla alla cavalleria dello zar. Per fortuna, poco più di quarant’anni fa, un’opera di restauro imponente la riporta in vita e agli occhi sbalorditi dei fortunati viaggiatori appare una creatura architettonica vestita di equilibrata e straordinaria bellezza. E il truce Tamerlano, ne ha di equilibrio o crea un mondo ripartito su ogni tipo di eccesso? Io direi che bisogna contestualizzare il personaggio: epoca storica, geografia, situazione politica, territorio, insomma vedete voi… Comunque gestisce il suo potere con la complicità di una  crudeltà pragmatica, è ambiguo, una creatura divisa tra una selvaggia animalità e connotati che vogliono essere divini. Considerato che molto spesso gli dei sono raffigurati in forma animale, vedete voi… Il sacrificio di migliaia di persone, le teste mozzate dei morti usate come proiettili, l’assenza di misericordia nei confronti dei prigionieri, strangolati, arsi vivi o calpestati dagli zoccoli dei cavalli connotano ogni impresa militare di questo condottiero. Colui che afferma di comprendere il sogno di Genghiz khan, nel 1387 conquista con sangue e terrore la Persia. Dieci anni dopo sconfigge l’Orda d’Oro e si impadronisce della Russia meridionale. Alle soglie dei sessanta, incurante di neve e gelo, storpio e mutilato, attraversa il Caucaso e nella zona del Caspio combatte insieme ai suoi, contro il khan dell’Orda d’Oro. Qualcosa di più che brutale e feroce, Timur ama combattere e infliggere dolore agli altri. La paura è la migliore pubblicità per il suo potere. La fama di spietatezza che lo circonda è il fondamento dell’esistenza del suo assolutismo. Sa quanto il timore generi rispetto, la rivalità procuri una vantaggiosa precarietà politica, l’instabilità emotiva generi ferocia e il dolore fisico procuri sudditanza e dipendenza psicologica. Uomo di implacabile cattiveria e sadismo, ama infliggere punizioni esemplari al nemico. La sua arma è la crudeltà che terrorizza i vinti e nutre i soldati vincitori, rafforza lo spirito di gruppo e lo fa esultare su un nemico debole, su cui è possibile accanirsi senza timore di reazione. Tecniche antichissime, ma sempre valide. I soldati hanno bisogno di essere rassicurati perché sanno che possono morire e si portano dentro il rimorso subliminale di uccidere il proprio simile, nascosto nel profondo della coscienza umana. Almeno speriamo. Ieri come oggi, si dice che la colpa continua ad essere dei morti che impongono con il loro comportamento, di essere uccisi. Niente è troppo per questo guerriero. Con Timur vale il famoso motto de I tre moschettieri «Uno per tutti, tutti per uno», o meglio tanti corpi e un’unica testa. A Tamerlano bisogna obbedire.

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Siamo umani e abbiamo tutti i nostri guai. Anche lui è umano, anzi lo era. E così il suo dispotismo, che nessuno può dominare o controllare, esige il superamento di sé stesso. L’ombra della divinità scende verso il basso, per convincere chi combatte che la vita sacrificata in guerra, è sempre per una giusta causa. Lo stretto legame tra divino e umano, respinge ogni ordine ideale astratto e immutevole. La sua propaganda è a senso unico, dal vertice alla base, con lo scopo di alimentare la vitale produttività e la forza distruttiva del suo impero. Che però si frantuma alla sua morte, orfano del furore della tigre che divora regione su regione, città su città. Come avvenne per Genghiz khan. Timur vorrebbe essere considerato una divinità, ma può solo introdursi nell’ordine divino, come fecero prima di lui, i sultani ottomani. Come dire, molto simile all’ombra di Dio in terra, un’ombra appunto, non una divinità. E mentre tenta di connettersi con il divino, nel 1398 favorito dalla guerra civile, attraversa l’Indo in compagnia di alcuni nipoti, i suoi raggi di morte e testa la stabilità del sultanato di Delhi. Nonostante le ferite e gli ostacoli prodotti dagli elefanti dell’esercito indiano, il Grande Emiro, ormai in là negli anni, monco e sempre più cieco, riesce ad arraffare un enorme quantità di beni preziosi. Tanto enorme da rallentare il rientro a casa. Prima però la cavalleria transoxiana la spunta alla grande sugli elefanti di Mahmud Shah. Timur entra a Delhi il 19 dicembre, dopo aver stabilito il pagamento di un ingente riscatto per risparmiare la città dal saccheggio. Qualcosa però va storto e i vincitori si scatenano in uno dei massacri più terribili che fanno seguito alle sue vittorie. Le truppe usano i crani degli assassinati per erigere, agli angoli della città e in bella vista, raccapriccianti piramidi di teste. Molte persone vengono tratte in schiavitù.  Così il capostipite dei Timuridi prepara l’ingresso alla dinastia Moghul (i gran mogol) che avrebbe governato l’India per secoli. E dell’Europa che se ne fa? I suoi ambasciatori hanno udienza nelle corti, ma lui, dell’Europa, si interessa poco. Ha altre mete, all’occidente preferisce l’oriente. Punta alla Cina. Egitto e Siria sono già stati attaccati,  Aleppo devastata, Damasco e Baghdad anche. Si sa che la popolazione viene massacrata senza pietà, ad esclusione di tutti quei bravi artigiani di Damasco che si porta in patria per farli lavorare nei cantieri preposti all’abbellimento di Samarcanda. Cina e famiglia, dunque. Il Grande Emiro è padre di molti figli. Quelli emotivamente instabili gli danno parecchi grattacapi. Di alcuni si vocifera che siano posseduti da forze demoniache, di altri si racconta che non hanno nessuna delle qualità del padre: Timur non tradisce le alleanze, nel limite dell’accettabile, sa perdonare e nel caso pensassimo che sia privo d’amore, ci sbaglieremo. Quando Khan Zade, nuora molto amata, lo informa che in Persia le cose stanno andando a rotoli a causa del comportamento folle di suo marito, nonché figlio imbelle e corrotto del Grande Emiro, quest’ultimo, sebbene di salute malferma e spossato dalla campagna indiana, fa le valige e si avvia sulla strada per Tabriz, deciso a eliminare corrotti e corruzione. Puntualmente, elimina la banda di amministratori con la consueta velocità, ma deve risparmiare la vita al figlio in ossequio alla legge che impedisce lo spargimento di sangue reale. Primo atto: eliminazione a palazzo di amministratori perversi. Secondo atto: visione del potenziale destabilizzante politico-militare sul territorio. Anche stanco, vecchio e malconcio, Tamerlano mette in riga tutti, ma proprio tutti, nonostante le  croci da portare. E sono veramente tremende quando gli muore l’erede imperiale e nipote prediletto. Per quanto strano, considerata la famiglia, il nipote è ricordato come intelligente, leale, brillante e rigoroso. La tragedia gli si abbatte addosso improvvisa e percuote come una tempesta il cuore del vecchio Emiro. Il dolore gli sferza l’anima. Piange tutte le sue lacrime davanti alla corte. Il corpo anchilosato e mutilato avverte antichi dolori e disperazioni  istintive che provengono dalla terra stessa, dall’alito secco e freddo delle steppe, dalle montagne aguzze e taglienti. Il dolore lo corrode dall’interno. La morte del nipote si incarica di comunicargli che il suo viaggio è giunto al termine: nonostante abbia accettato dalla vita ogni prova e dolore pur di compiere il suo destino e  cercato di superare le frontiere dell’umano, questo guerriero, che assomma in sé le caratteristiche drammatiche e violente degli antichi dei del principio del mondo, che non è mai diventano vecchio, si appresta ad abbandonare ogni frammento di bellezza e di lucida, sconvolgente crudeltà.  Timur, non può più lasciarsi l’inverno alle spalle, cerca requie a tanto strazio, si ritira in preghiera. Corruzione e malgoverno lo attendono a Samarcanda. Sempre più provato nell’anima e nel corpo, interviene, nella solitudine della sua vecchiaia, con il consueto numero di esecuzioni. L’unione del Grande Emiro con la terra sta per concludersi, le ombre della lunga notte avvolgono le città dove soggiorna. I suoi occhi catturano gli ultimi riflessi della luce della vita. Sono riflessi che hanno il potere della folgore e l’odore aspro del sangue. Sembra tutto finito qua. E invece no.  Dopo aver ricevuto le ambasciate d’Egitto, Castiglia e Bisanzio, l’erede di Genghiz khan lancia la sua sfida al Figlio del Cielo. È tempo di attaccare la Cina. Non gli importa se la morte sta appollaiata sulla sua spalla. È ancora vivo, anche se il suo corpo ha ormai sfidato la metamorfosi che trasporta i corpi dal regno della forza al dominio dello sfinimento. Da tempo, ha predisposto la sua sepoltura, un semplice sarcofago di giada nera, ai piedi della tomba dove giacciono i resti del suo amato maestro spirituale Myr Sayyd Baraka. Alla fine di dicembre del 1404, parte alla conquista della Cina. Fa freddo, la neve attutisce i rumori. Il sole è opaco all’orizzonte. Gli ordini vengono eseguiti in silenzio, rapidi.  Persiani, tartari, tagiki, turkmeni, uzbeki con scudi, elmi, aste, lance, archi, picche perfettamente ordinate. I corpi in equilibrio sui cavalli. Le piume sugli elmi sono dorate per indicare che si va verso Oriente, a conquistare il trono del Figlio del Cielo. La volontà è una, quella del Grande Emiro. A segnare l’ordine, il rullo dei tamburi, profondo, magnetico. Un’impressionante esercito sfila per ore, in uscita dalla città, per unirsi ad altre migliaia di guerrieri in attesa, nella pianura gelida, dura come il ghiaccio che gli attende sui fiumi. Timur parte ammalato, spossato dalla febbre, disteso in una lussuosa lettiga ricoperta di zibellino. Con lui parte il dragone dorato e unghiuto su seta rossa. Si è già impadronito dell’insegna degli imperatori cinesi. Poi le porte della città si chiudono, la vita riprende in modo consueto. Ma non è più sicura, il pugno di ferro di Timur non è là, a proteggerla. Con il suo esercito attraversa il gelo crudele dell’Asia. Vuole che gli sia alleato il ghiaccio per attraversare i fiumi e arrivare in Cina a primavera.

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La prova è troppo dura. La febbre non gli dà tregua, il corpo è troppo logoro e spossato. Muore a Otrar, in gennaio e inizia la fine del grande potere. Molti, tra figli e nipoti si danno a squallidi bagordi e vili dissipazioni, l’ultimo figlio di Timur, Shah Rukh viene nominato suo successore. Manca di entusiasmo, preferisce la vita religiosa, ma accetta e diventa il primo successore del padre sul trono timuride. Dopo guerre e conquiste, affida la reggenza del governo al figlio, Ulug Bek. Per quarant’anni questo matematico e astronomo di fama, regge il potere, per due è sovrano legittimo. Ulug si dedica con profondo interesse a Samarcanda e la trasforma nel centro intellettuale dell’impero timuride. Fa edificare la Madrasa sul Registan e chiama allo studio eminenti matematici ed astronomi musulmani. Guarda caso, morirà assassinato dal figlio. Veramente gente esplosiva! Pensa che ti ripensa, arrivo alla conclusione che mi piacerebbe approntare un itinerario verso Samarcanda. Uno di quelli che ricorda tanto il grand tour, preferibilmente in compagnia alla zia nubile nelle vesti di una protettiva chaperon. Adesso però non ho tempo, ma non si sa mai…Mi vengono su degli spunti di riflessione. I mezzi di locomozione sono infiniti. Aereo, treno, cavallo, bicicletta, traghetto, barca a vela, dorso di mulo, cammello… ognuno segua la propria creatività.

Stampa di veliero
Corvetta francese

Direi che l’arrivo in Grecia è libero: traghetto, aereo, macchina da chissà dove. Poi da Atene verso Capo Sunio, zona diletta per Poseidone, gradita a Omero, citata da Erodoto e frequentata da lord Byron.  Con una previsione di tempo favorevole, mare buono e  lieve vento di maestrale, si punta alle Cicladi. Duecento e passa isole straordinarie, sospese su un mare blu serena solitudine. Tinos profumo di salvia e camomilla, Mykonos dorata e assordante, Paros sabbiosa e cristallina, Ios, volti scottati dal sole, qui si danza e canta, sulla terra di questa figlia della Grecia con sfumature veneziane e turche. Qui sono di casa Apollo e Omero. In continua mutazione Santorini. In tempi lontanissimi, le sue viscere hanno ruggito. Turbolenta isola di fuoco, attira viaggiatori, visitatori e amanti da ogni dove. Fenici,  romani, cristiani e veneziani. La conquistano nel 1204, in zona Quarta Crociata. Bellissima visione a dorso d’asino, villaggi piccoli e calde sorgenti naturali. Seconda parte del viaggio, bonaccia magica e animo sereno, si passa a Rodi, la magica.

Rodi
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Rocciosa e aspra, sabbiosa e morbida, orizzonti rosa-arancio, mare blu Anfitrite. Qui sono di casa Nereidi, commercio, cultura e politica. Le mura sono medievali, i vicoli di pietra e le stradine strette strette. Negozi colorati, ristoranti stuzzicanti. Perdersi è d’obbligo. Postazione del potere genovese, Rodi nel 1309 passa sotto il controllo della potente e autorevole organizzazione degli Ospitalieri di San Giovanni di Gerusalemme. Tutto a Rodi è da vedere, anche il Palazzo dei Gran Maestri dei Cavalieri di Rodi. Dall’Acropoli a poche miglia nautiche, si vede chiaramente la costa della Turchia. Approfittate e andate a Fethiye. Il furore dei terremoti ha lasciato tracce di Roma e Bisanzio, Apollo frequenta le sue spiagge, profeti e profezie qui sono di casa. Ancora avanti. Siamo nell’antica Licia, attuale provincia turca di Adalia. Dominata dai persiani, conquistata da Alessandro Magno, provincia romana, la Licia ha un paesaggio bellissimo con luoghi di interesse storico e naturalistico da fremito emotivo!  Myra, scalo di san Paolo verso Roma, conserva le necropoli a strapiombo sul mare e, per la gioia di grandi e piccini, ricordo che Myra è la città di san Nicola, che qui ha fatto il vescovo, mille e mille anni fa. Al tempo del restauro della basilica si è trovato il sarcofago dove riposava il corpo del Santo. O meglio, dalle notizie fresche fresche giunte dalla Turchia e riprese dalla BBC, arriva la conferma che le reliquie nicolaiane non riposano in terra pugliese, come pensavamo noi tutti. Se ne stanno ancora in terra turca, sotto la chiesa di san Nicola. E a Bari? A Bari riposa un altro sacerdote, contemporaneo di Nicola. Così dicono. Noi aspettiamo conferma da geo-radar, carbonio 14, operazioni archeologiche o altri metodi diagnostici per avere chiarimenti in merito. Riposi dove riposi, la nostra anima bambina mantiene intatto l’entusiasmo per il vecchio santo che, paffuto e rubicondo, barba bianca e veste rossa, ci dispensa regali e regalini. E poi via… La rotta giusta ci porta a Konya, ultima dimora di Gialal al-Din Rumi, il mistico sufi capo dei dervisci rotanti. Ci metto un sospiro di fantasia e da Konya vado a Kayseri. Insediata già nel IV secolo, questa città è nota anche con il nome di Cesarea. Centro commerciale sulla via della seta, gli assiri la trasformano in una capitale imponente. Distrutta più volte, sopravvive nella contemporaneità con un bellissimo sito archeologico che non si può trascurare. Cambia nome sotto Tiberio e diventa Cesarea, capitale della Cappadocia. Viene distrutta dal sovrano persiano Sapore I, che di conquistare territori vasti se ne intende, dopo aver sconfitto l’imperatore Valeriano nel 260. Non basta ancora. Cesarea diventa Eusebia, in onore del vescovo Eusebio di Cesarea, consigliere dell’imperatore Costantino. Conquistata dai selgiuchidi nel 1084, conosce, pochi anni dopo l’autorità crociata e, infine, nella seconda metà del XII secolo è inglobata dai turchi. Quanti avvenimenti a Cesarea! Nel 1243 arrivano i Mongoli e tra alterne vicende, passa nelle mani degli ottomani. Ma non è finita qui: all’inizio del XV secolo è dominata per un breve periodo da un alleato di Tamerlano, poi nuovo cambio di mano con i mamelucchi e infine all’inizio del Millecinquecento, rientra nell’impero ottomano. Un’esistenza ricca e travagliata, non c’è che dire! Mancano una cinquantina di ore di macchina per arrivare a Samarcanda. A dorso di cammello non saprei. Da Kayseri vado a Sivas che io conosco anche come Sebaste. Zona di convergenze carovaniere, Sivas ha conosciuto l’assedio e la ferocia assassina di Tamerlano, proprio pochi anni prima della sua partenza cinese. Propenderei per una sosta lunga a Erzurum, poco distante dal confine armeno. Programma per una visita attenta a: Grande Moschea, Scuola Teologica del Doppio Minareto, moschea di Lala Mustafa Pasa, caravanserraglio e Bedesten. Passaggio ulteriore verso altre mura che parlano di secoli remoti, in discesa verso Tabriz. Occupata dai selgiuchidi, Tabriz, è una città che ha fatto  molti affari. Nel XIII secolo, diventa parte del khanato mongolo in Persia. In queste regioni niente deve essere all inclusive, la sorpresa  è fondamentale. Marco Polo, nel Milione, la chiama Tauris, grande e nobile,  la migliore città de la provincia. Con calma, serenità e buonsenso, tanto qui viaggio sulla carta, da Tabriz mi orienterei giù giù verso Teheran visitata dal’ambasciatore del re di Castiglia, Ruy Gonzáles de Clavijo durante la sua missione presso Tamerlano. Forse de Clavijo è stato il primo europeo a visitare la città, ricordandola nei suoi diari come grande e dotata di una residenza regale. Da Teheran a Samarcanda siamo al centro della via della seta, un crogiolo di passaggi umani e mercantili, di storie e avventure leggendarie. Direzione Turkmenistan. Il gusto della storia è palpabile nell’aria: qui governano achemenidi, macedoni e parti. Nel XIII secolo Genghiz khan abbatte il regno Khwārizm e Timur lo zoppo se ne impossessa alla fine del Trecento. Sempre presenti in zona. Dall’odierna Mary, l’antica Merv, ho idea di puntare verso Bukhara. Per secoli una delle più gloriose città della Transoxiana islamica, vi soggiornano per alcuni anni i Polo diretti da Kublai khan. Il suo centro storico è uno spettacolo divino. Ci perdiamo sulla via della seta. Splendente, flessuosa, morbida, elegante seta. Fibra tessile nobile, resistente, molto delicata, prodotta in Cina, molti millenni prima di Cristo, forse più di seimila anni fa. Io non resisto alla tentazione delle camicie in seta. Le compro e via. E anche gli abiti. Peccato non ci siano più le calze, eleganza raffinata. E va beh, non si può avere tutto. Bukhara ha oggi lo spirito commerciale di un tempo. L’effetto è quasi improvviso: la tradizione increspa l’anima dell’attualità, in vendita l’artigianato locale e le cose importate da altri luoghi.  La tradizione architettonica ci regala Kalyan, il più alto minareto dell’Asia centrale, il mausoleo di Ismail Samani. Nella parte meridionale della città, la moschea di Baland. Distillato di una vita intraprendente e creativa, è il complesso di Khoja Gaukushan, madrasa, moschea e minareto costruiti a partire dal XVI secolo. Il caravanserraglio di Nadir Divanbegi, di una bellezza strepitosa, nel 1622 viene trasformato in madrasa. La sua particolarità è la decorazione, proibita dall’Islam, dei due uccelli mitici Simurg, due agnelli e un sole dal volto umano. Impossibile  uscire dalla città, senza aver visitato il movimento danzante della terra nel deserto di Khorezm. Struttura difensiva, Ayaz Qala da mille anni dorme nel silenzio insieme a Topak Qala. Ancora un giro a Khiva, l’antica capitale della Corasmia. Ancora stupenda, nonostante nel XIII secolo, Genghiz khan passi di qua con la consueta turbolenza e non con scopi particolarmente bonari. Ah si, mi dimenticavo. Meglio non lasciare  Bukhara senza aver visto al lavoro i maestri ricamatori. La tentazione è grande. Vi potrebbe venire l’insopprimibile desiderio di un raffinato ed elegante abito in seta ricamato con filo d’oro. Perfetto per fare colpo! Gli effetti creativi sono straordinari sulla stoffa come sulle lame. Piccoli capolavori escono dalle fucine dei fabbri che ancora oggi si tramandano gli antichi segreti di Efesto per martellare, curvare e tagliare i metalli. E dopo il metallo, la lana. Tra gli splendidi tappetti vige equilibrio. I motivi ornamentali sono rimasti immutati nei secoli. La disposizione è perfettamente ordinata e l’impianto armonico. La lana lucente e morbida li rende perfetti come tappetti volanti.

Tappeto magico
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E allora che aspettiamo? … Voliamo? Pronti, via, salite, si va a Samarcanda! Documento identificativo della città: un sogno che non finisce mai.

 

 

 

Ringrazio Stefano Motta per le fotografie a elevato tasso d’avventura.

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