Tre parche e vini galanti

Manca poco meno di una settimana alla fine di gennaio. Per vedere bene il creato invernale salgo su in terrazza L’aria punge, gelida. Un velo di nebbia ripara il paese dagli occhi indiscreti del mondo.

Betulle
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Sono in arrivo i rigidi e fatidici giorni della merla. O almeno io spero che sia così perché sono affezionata a quei giorni freddissimi, cielo azzurro cristallo e nuvole zucchero filato. Il cuore dell’inverno è ancora ghiacciato ma le bacche rosso corallo del sorbo del vicino avvisano che posso dare inizio ai festeggiamenti per il sole che inizia a scaldare la terra.

Sorbo
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Il calendario arboreo dei Celti dedica al sorbo il periodo che va dal 21 gennaio al 15 febbraio. È il tempo di Imbolc, quando si celebra il risveglio della natura e la luce riprende piano piano primi ma costantemente il suo cammino da questa parte della Terra. Alzo lo sguardo e allungo il naso. Nell’aria volteggia un buon odore, forse non troppo romantico, ma veramente delizioso, di arrosto. Sul mio orizzonte, al di là del sorbo, che mi tiene al sicuro da oscure potenze invisibili, fulmini e sortilegi, un boschetto di alberi grigi con foglie rosso brune accartocciate sui rami duri e freddi. Stanno silenziosi, abbandonati ai loro pensieri. Stamattina traggo beneficio da una meritata pausa di studio. Ultimamente ho trascorso un bel po’ di tempo immersa in trattati, saggi e pamphlet per soddisfare la mia insanabile curiosità, diretta, questa volta all’India e alla sua mirabolante stirpe Moghul. La Penisola indiana è un territorio ad alto piacere gustativo e questo girovagare tra le pagine cangianti della sua Storia mi ha sospinto, come un ciocco di legno sull’onda, verso la sua cucina tanto speziata quanto equilibrata. Ho la convinzione che i suoi sapori intensi e pungenti presentino una somiglianza straordinaria con la congiunzione felicità-soddisfazione. Intanto, rimugino su quanto tempo sia passato dall’ultima volta che ho conversato con le altre due parche insieme. Più ci penso e più rimembro che è trascorso più di un anno solare da quando non ci sediamo insieme davanti a qualche pasto succulento. Rientro in casa. La luce all’orizzonte è più incerta. Un venticello freddo e secco spira dalla collina facendo rotolare incantesimi arcani verso il paese sonnolento.

Viale d'inverno
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Aspettate, è meglio che vi racconti chi sono le tre parche di questa storia. Siamo tre  amiche d’infanzia, di quelle che vedi ogni tanto, quando riesci a rubare qualche ora libera alla vita di ogni giorno. Sono persone speciali di cui non puoi fare a meno, perché ti capisci in tante cose e ti diverti in tanti modi. Con le tre parche è un’amicizia antica, fatta di giardini, biciclette, fango, mele, libri, selvatichezza e intraprendenza. E fili, tanti fili. Fili da cucito, ricamo, fili di lana, fili per tessere. E ancora fili di rame per i primi lavoretti impegnativi, vecchi cordami trovati in  cantina per giocare alla principessa prigioniera, fili di nailon per pescare, fili per catturare folletti e ingannare gnomi. In un mondo lontano, tanto tempo fa, impegnate in un’ avventura particolarmente eccitante, ci siamo scoperte  bisognose di filo per ricamare un ritaglio di stoffa, non troppo pulito, che volevamo far diventare il mantello di una fata. Avevamo la fortuna di godere della simpatia della nonna di Pia che vigilava con occhio fulgido sui nostri dieci anni in modo che le scorribande mantenessero sempre alta la serenità. La richiesta di Pia venne presto soddisfatta. Tornò da noi con aghi e fili e con la storia delle parche. « La nonna mi ha detto che siamo come le tre parche. Sempre a filare e a recidere fili». E così la Pia che a dieci anni aveva già le coordinate ben definite della prof che entusiasma (quelle perle rare di cui tutti oggi deplorano l’assenza, ma che, se poi la trovano, lamentano i troppi stimoli educativi) iniziò a raccontare che a governare il destino degli esseri umani, erano tre donne. Non troppo belle, cosa che ci deluse non poco, e nemmeno particolarmente buone. E questo ci turbò di meno. Di queste tre una filava lo stame della vita, l’altra avvolgeva il filo su un fuso e decideva la sua lunghezza, la terza, quella più inflessibile e spietata, tagliava il filo nel momento in cui l’esistenza dello sventurato era giunta alla fine.

Le tre Moire. Arazzo fiammingo in lana e seta. Victoria and Albert Museum
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Le tre Moire. Arazzo fiammingo in lana e seta. Victoria and Albert Museum[/caption]

A quel punto, la Pia con lo stesso sguardo meravigliato di Lucy Pevensie appena entrata a Narnia, simulando con le dita il taglio delle forbici e con gli occhi leggermente all’infuori, se ne uscì con uno zac! drammatico. Noi due abbiamo gridato «aiuto…aiuto!», inquiete e sbalordite, ma non ancora consapevoli del fatto che essere donne racchiude un potere tanto grande. Ci divertivamo un mondo, in mezzo ad una folla di esseri invisibili a cui davamo vita con straordinaria allegria nel tempo in cui raccoglievamo le voci interiori che ci facevano diventare grandi. Ma anche di questo ci accorgemmo in un altro momento.

Pettirosso
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Mentre mescolo emozioni esotiche con spassosi ricordi  infantili, nel piccolo giardino davanti casa, il  pettirosso mangiucchia le briciole che lo lasciato sulla terra, nell’angolino che solo lui conosce. All’ora di pranzo ho già chiamato le altre due parche. Invito a cena semi-esotico per la sera dopo. Saranno libere? Lo sono. Esco, alla ricerca di buoni vini e buoni aromi. Ho concluso per una cena blu-arancio. Tovaglia arancio, piatti blu reale, vecchie posate d’argento spaiato, raccolte qua e là, a casa di nonne e zie e un mix gioviale di cose giuste, buone e sane. O almeno così la penso io. In questo periodo ho una certa predilezione per carote, melanzane, zenzero e arance. Mi sono votata ad una sorta di remise en forme che passa attraverso gusto e colore.

Collezione privata
Collezione privata

Al mio rientro sono leggermente stordita. Ci sono alcune cose che nei secoli continuano a crearmi palpiti e insofferenze: i grandi supermercati e l’ora legale. Allungo le buste della spesa in cucina e mi siedo in salotto, tra i libri. Giusto per rieducare un attimo il mio metabolismo ad un modo di respirare più educato. La chiave della felicità è cucinare con la mente affollata il meno possibile di pensieri negativi. Quando si ha da raschiare carote, sbucciare zenzero, impastare polpettine e mettere le posate ai lati del piatto, secondo l’ordine con cui vengono adoperate, è necessario mantenere le distanze da maleducazione e cattivo gusto. Insegnano ancora l’arte della tavola?

Passo il pomeriggio tra pentole, padelle, taglieri e coltelli. Ho le narici ingombre da una mescolanza di odori che assommano suggestioni e sincretismi prodigiosi. L’unica eccezione, ad una giornata costellata da scenari esotici e vortici di luce profumata, un cavaliere errante che vuole rifilarmi l’aspirapolvere del secolo proprio nel momento della sbucciatura delle arance e dello zenzero. Operazione apparentemente di poco impegno per qualcuno, l’uso della mandolina, mi istiga verso oscure apprensioni e macabre scene di dita tagliuzzate crudelmente. Quando ti precipiti al pronto soccorso con un amico che ha il suo momento di gloria per precipitoso impiego del sopracitato strumento a lama tagliente, opti per un conseguente uso consapevole del suddetto diabolico, seppur utilissimo, oggetto. Nonostante i pericoli, è tutto pronto. Le spezie esercitano i loro poteri in giro per casa e le due parche trillano alla porta insieme al campanello. Il loro ingresso festoso profuma di erba appena tagliata, di giovinezza inquieta, di amori pieni di impazienza. Ci sediamo a tavola.

Collezione privata
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Pia è piccola. Vita sottile, rotondetta ai fianchi, irradia una intensa voglia di vivere e di esuberante divertimento nonostante il suo guardaroba viri con una certa frequenza al nero. Mary, la parca numero due, il volto perfettamente ovale, è alta, capelli e occhi scuri, brillanti e maliziosi. Stretta di mano ferma e carattere talentuoso, ha un tono d’acciaio nella voce che mette soggezione. Pia educa le menti sui banchi di scuola, Mary tagliuzza la materia grigia nelle sale operatorie. Fa il neurochirurgo. Finalmente insieme! La serata si presenta come il momento del riscatto dal tempo tiranno e ci abbandoniamo ai piaceri della vita. Ossia chiacchieriamo a ruota libera. Trascuriamo la bilancia e i sensi di colpa e affondiamo il cucchiaio nella crema di arance e carote, accompagnata con un moscato secco, Alois Lageder, a 12 gradi di temperatura. «Insieme stimolano i sensi e il palato, un piccolo lusso extra nella vita sfibrante di ogni giorno. Veramente gratificante», dice Pia. Colore giallo paglierino chiaro, riflessi verdi. Profilo aromatico, con decisione. Sentori floreali: ginestra, gelsomino e rosa gialla, note fruttate di pesca e spezie dolci, come la noce moscata e lo zafferano. All’assaggio, il corpo è rotondo, equilibrato. Secco e fresco, con un ritorno speziato. Mary sembra abbandonata ai suoi pensieri ma fa sapere il desiderio di volerne un altro poco. Insieme agli ingredienti della crema, sostiene, tiene alto l’umore e placa l’appetito. «L’arancione delle carote, arance e albicocche secche infondono equilibrio, saggezza e ambizione. Mescolate a cardamomo, zafferano, pepe e zenzero infondono vitalità e audacia. Di queste me ne serve parecchia domani, per presentare un nuovo progetto», sospira e alza gli occhi al cielo. I buoni odori che ruotano intorno a noi alimentano una loquacità appoggiata su idee perfette, sogni fatti su misura. Parliamo di uomini chic e uomini choc, delle misure e delle prove della vita, di sapori decisi, di trasgressioni e  modalità zen. Ci rimettiamo in riga con lenticchie (di montagna), zenzero e curry. Quando il dubbio aumenta e una strana inquietudine accampa diritti su di me, ricorro allo zenzero. Radice contorta e bitorzoluta, evoca magie antiche, attenua le preoccupazioni, placa rumori e rossori, stempera la mia ira. Stasera per le due parche ho cotto le lenticchie dopo averle lasciate in ammollo per tre ore. Ho scottato pomodori ramati, sbucciati, privati dei semi e tritati. I gustosi tomatl degli Aztechi, hanno suscitato nel passato così tanta diffidenza da essere considerati velenosi e usati come pianta ornamentale. Solo i francesi li tenevano in gran simpatia come frutto afrodisiaco e li hanno battezzati pommes d’amour. Amore o no, il pomodoro in Europa non ha vita facile. Una delle prime ricette in cui compare cotto è del 1705 in, una mensa per i gesuiti a Roma. Solo tra Settecento e Ottocento, Vincenzo Corrado lo adotta  nel Cuoco galante per le sue ricette. Per avere la pasta al pomodoro bisogna aspettare il 1839, a Napoli. All’improvviso, per il pomodoro si aprì la strada per un grande futuro.

Stampa pianta di pomorodo
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Vi dico come ho preparato questo piatto. In una padella ho fatto imbiondire la cipolla affettata a velo, aggiunto il pomodoro, zenzero fresco grattugiato, curry e un pizzico di peperoncino. A bollitura raggiunta, aggiungo le lenticchie e mescolo. Faccio asciugare a fiamma più alta, verso il brodo vegetale e faccio stufare per un’oretta. Una volta spento il fuoco, inglobo il succo di limone e mescolo. Rassodo sei uova e le taglio a spicchi. Servo le lenticchie così curate con un rosso e profumato Château Cambon Beaujolais Village, da bere a 18 gradi di temperatura. «Largo alla creatività in cucina». Pia sospira e mastica. Ci informa che ha deciso di aging well accettando di vivere il tempo e i suoi segni oltremodo visibili. Inutile combattere una battaglia ingannevole contro gli anni. Sostiene che sta mettendo in atto tutta una serie di strategie naturali per far si che l’evoluzione verso la ruga sia il più lenta possibile. Quando le chiediamo cosa intende fare in termini concreti, ci risponde ridacchiando (propendo  sia l’effetto Beaujolais) che si allena ogni mattina presto. Inizia ancora con il sonno negli occhi, quando il livello di glicogeno nel sangue scarseggia e i muscoli fanno incetta dei grassi come carburante di riserva. Mary, il medico conferma, ma tentenna. L’idea di alzarsi all’alba le impedisce di mettersi in sintonia con se stessa. Io sostengo il riposo a sufficienza come elisir di lunga vita. In altre parole, sarei tutt’altro che mattiniera. Il sonno è amico della salute e della bellezza. Se mi mancano ore di quieto dormire produco grelina, l’ormone che scatena la fame. Uno dei miei sogni proibiti è vivere senza sveglia. Ve lo immaginate aprire gli occhi la mattina senza quei fastidiosi trilli elettronici? Se la devo dire tutta, quattro o cinque case più in là, soggiorna un gallo magnifico che ai primi tepori  primaverili, inizia a fare il suo mestiere alle prime luci dell’alba. Manca poco. Aggiungo che così ho la fortuna di trarre vantaggio da esperienze di un tono particolarmente naturale, impossibili a chi vive in città. Esplode una risata che cancella per un momento il ritmo cubano in sottofondo. Vado in cucina dove, silenziose, attendono le melanzane. Piccole, tenere e bucherellate con la forchetta. La griglia è calda, le appoggio, le giro e rigiro finché la buccia non è bruciacchiata. Le due parche mi fanno compagnia, bicchieri con rosso profumato alla mano. Cotte le melanzane, le pelo, le dispongo sul piatto di portata condite con un filo d’olio, uno spruzzo di salsa di soia e grattugio lo zenzero al momento. La parca Pia si avvia al tavolo con un Sauvignon a 12 gradi di temperatura. Io porto le melanzane, la parca Mary ha con sé pane morbido con crosta croccante. Insieme abbiamo abbastanza carburante per continuare a tenere il ritmo e allentare le tensioni della giornata. Un vento carico di ricordi arriva da fuori. Sospira forte e scuote la casa. Batte sulle imposte, a tratti ruggisce. La gratitudine di essere insieme ci distende i muscoli e ammorbidisce il cuore. All’improvviso rimaniamo in silenzio, nell’aria aleggia l’odore piccante dello zenzero. Spezia e medicina, io non posso fare a meno di questa radice. Antenato dell’antibiotico, riscalda e allontana le sensazioni di bruciore ghiacciato dallo stomaco, scioglie i timore, placa ansia, nausea e stanchezza. Incanala la mente in un solco ben definito. Il blu reale dei piatti emana un che di numinoso. La parca Pia è portata al sorriso, la vivacità le stuzzica gli angoli della bocca, gli occhi le sorridono mentre si accosta alle melanzane in modo magico. Mary ed io discorriamo di Wolfgang Pauli e della fisica moderna radicata nelle idee archetipiche. Mary si esprime con espressioni elaborate, ricche di storia. Si muove con movimenti energici e regolari. Si appassiona ai fenomeni biologici, agli archetipi che favoriscono lo sviluppo delle idee, alle reazioni emotive che ostacolano la rinuncia alle vecchie consuetudini. La sua anima è un giardino fiorito. A volte emergono in lei i tratti di una eroina solitaria e romantica, impegnata a percorrere tutti i sentieri della Vita. Mi avvicino alla finestra. La luna ha compiuto un quarto del suo percorso mensile. A ovest, notturne  nuvole vagabonde. Il vento si è appisolato. Ogni tanto sbuffa nel sonno. Porto a tavola l’insalata di arance. La accompagno ai biscottini preparati in questo pomeriggio di attese. Uova, un etto di zucchero, scorza d’arancia grattugiata, farina bianca e burro per ungere la teglia. La pasta deve riposare per due ore. Le arance vanno sbucciate, rimossa la pellicina bianca e tagliate a rondelle sottili. Disposte su un piatto circolare, cosparse con un cucchiaio di acqua di fiori d’arancio, zucchero a velo e cannella in polvere. Estratta dalla corteccia dell’albero della cannella, in Asia è utilizzata anche con la carne e con le infinite proporzioni di curry. La cannella porta con sé stabile conforto. Le arance, prima di essere servite con i biscottini, hanno bisogno di sonnecchiare in frigo qualcosa come due orette. Si accordano a un Recioto Bianco di Gambellara da servire a 12 gradi di temperatura. Alla parca Pia chiedo di portare a tavola lo zenzero candito che ho preparato qualche giorno fa. La preparazione è stata un’esperienza di tutta pazienza, una accurata dose di tempo e buonumore. L’uso della mandolina rallenta il mio lavoro Non è per ripetere le cose, ma io la mandolina la temo proprio! Comunque, preparare lo zenzero candito è un affare serio. Bisogna sciogliere lo zucchero con l’acqua, aggiungere le fettine di zenzero e farle cuocere per due minuti. Spegnere il fuoco e farle riposare per ventiquattro ore. Filtrare, raccogliere lo sciroppo nel pentolino, riportarlo a bollore, versarlo sullo zenzero e poi altre ventiquattro ore di riposo. L’operazione va ripetuta per tre volte. Dico tre! All’ultimo giro va aggiunto un cucchiaino di glucosio allo sciroppo. A quel punto, lo zenzero va tolto e fatto asciugare in un colino. Una volta ben asciutto può essere conservato in una scatola di latta per qualche mese. Combina benissimo con un Moscato Rosa altoatesino, da gustare a 15 gradi di temperatura. Vino da meditazione, è rosso rubino brillante, sentori olfattivi vivaci e intensi. Il bouquet è composto da cannella, buccia d’arancia, petali di rosa, chiodi di garofano. Su tutto dominano mirtillo e lampone. Un sorriso soddisfatto ci sfiora le labbra. Conveniamo che cucine e cantine sono laboratori per incantesimi di complessa realizzazione e di amorosa autonomia creativa. Questa serata fatta di fili tesi, di trame e orditi che danno vita a speculazioni intense, commenti, esercizi dei sensi, metafore e umorismi è piena di luce e  allegria. La buona tavola induce alla meditazione, alla disciplina, al talento e al sorriso radioso. Con il vino galante e generoso, circolano domande straordinarie. Ci chiediamo se l’inconscio ha un aspetto materiale, come sia possibile trovare una soluzione nella relazione psiche-materia, ci piace rivolgere la nostra attenzione alle cose che ancora non siamo in grado di capire. È quasi tardi. Le tre parche che presiedono al Fato, hanno trascurato il destino degli uomini e si sono concesse qualche lusso extra per una serata di gloria gastronomica. Niente fili da tagliare, il fuso riposa inerte, la lama che taglia il filo giace inoperosa. Ci ricordiamo che domani è un altro giorno, con i suoi fili da annodare, sciogliere, tagliare per ricordare e dimenticare.

Bibliografia

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