Paté, Parmigiano e Malvasia. Peccati di gola.

La S.V. è invitata a trascorrere la gelida notte della Candelora nella dimora di sir Roger de Coverley. Che non è un vero sir perché è il nostro amico Ruggero detto de Coverley in quanto amante della suddetta danza praticata su suolo britannico durante la Reggenza del principe Giorgio per onorare la stagione invernale. Le motivazioni per i divorzi sono infinite, le soluzioni per risalire la china, anche. Ruggero mitiga l’angoscia della solitudine, pardon dell’autonomia, con annesso carico/scarico lavatrice e stiratura camicie in solitaria, con corsi di ballo onnicomprensivi. Oltre ai consueti salsa, merengue, cha cha cha, i suoi maestri di volteggi e saltelli allungano il programma di apprendimento, costituito dalle consuete figure zeppe di giravolte e altre grammatiche danzerine, con alcuni ardimentosi movimenti ritmici più aulici e classici che descrivono balli come sarabanda, minuetto e la macchinosa Sir Roger de Coverley.

Thomas Rowlandson - Caricatura

Le incessanti pressioni della solitudine sentimentale incoraggiano prodigiose alchimie umane e procurano irresistibili desideri di novità.

Io di solito opto per un libro e una tavoletta di cioccolato fondente e magari un buon vino da meditazione. Ma non abbiamo tutti gli stessi gusti o le medesime necessità. Per fortuna. Credo che la motivazione per questa convocazione amicale tanto desiderata da sir Roger, da quanto intuisco, sia la nuova collega di donna Letizia, nostra comune e carissima amica che dovrebbe suonare il campanello tra una mezz’oretta circa. Il ritardo è motivato da un avvicendamento tra colleghi dilatato nel tempo per un qualche inghippo di non facile comprensione per la sottoscritta. Come sir Roger anche Donna Letizia altro non è che il simpatico soprannome con cui ci piace distinguere cari amici. Siamo tutti convinti che Letizia, massima esperta di bon ton e galateo, conservi gelosamente nella propria borsetta il best seller Saper vivere di Colette Rosselli alias Donna Letizia. Per non farmi riprendere dalla suddetta, caso mai dovesse leggere questa scrittura, puntualizzo che nella gelida sera del 2 del mese di febbraio, il mese delle purificazioni, siamo invitati a pranzo da sir Roger. A pranzo perché la seduzione del pasto dovrebbe aver inizio alle venti e trenta. Nella stanza molte candele bianche. Luce, luce benedetta che riscalda la serata glaciale…

Candele

Ruggero vanta la qualifica di pensionato, una statura alta e un capello brizzolatissimo. Abita in uno stupendo palazzo Liberty bisognoso di restauri immediati. Le ospiti attese: Donna Letizia, rigorosa e premurosa infermiera impiegata in uno dei nosocomi locali, Vittoria ancora giovane collega (quanto sia giovane non lo so) della dama citata di cui è stata riferita la condizione di neo- separata, appassionata di cinema e vino. Massimo, insegnante di storia e filosofia in una famigerata scuola superiore di secondo grado che si distingue per senso dell’umorismo, è già in loco e poi ci sono io che vi faccio il resoconto, senza macchia e senza paura, con chi e di come trascorro qualche serata quando decido di smettere di lavorare. Nulla di più. Forse vi interessa sapere che sir Roger ha predisposto su un piccolo tavolo d’angolo che fa molto bistrot, una certa quantità di formaggi stagionati ed erborinati che attirano l’attenzione dell’insegnante di storia. E anche la mia. Uno dei vantaggi dell’essere amica del pensionato brizzolato comprende la possibilità di godere di una buona conversazione e di sanare il palato con aromi e gusti che purificano corpo e anima. A proposito di purificare, il mese di febbraio, Februarius, deriva da februa, che letteralmente significa mezzi di purificazione e da februare deriva il verbo purificare. Ultimo mese del calendario arcaico attribuito a Romolo, febbraio precede la rifondazione dell’anno nuovo nel mese di marzo. Questo passaggio del tempo obbliga ad una serie di riti purificatori che mettono i vivi in comunicazione con i parenti defunti. Una situazione incresciosa, io credo. Penso al clima tetro che la parentela talvolta produce in vita e a quanta destrezza serva a limitarne i danni. Figuriamoci un nuovo incontro post mortem! I Celti, invece, si godono la luce rinascente, le ombre che si ritirano e i raggi di sole stiracchiati e allungati, giù giù, verso terra dove i cristiani raggiungono i loro templi per la benedizione delle candele. Febbraio è mese poco apprezzato dai contadini. Nelle cantine e sulle aie un tempo erano soliti dire «Se febbraio non isferra, marzo mal pensa». Traduco: meglio che febbraio scateni pioggia e neve piuttosto che marzo si veda costretto a supplire alle sue mancanze. Adesso come adesso il proverbio conferma che la campagna sarà grata. La serata è fredda, freddissima. Nevica in collina e piove in città. Ergo, secondo i detti popolari, dovremo essere fuori dall’inverno. Il gruppetto di ospiti che ha sfidato il maltempo, in attesa delle due signore, viene ricompensato con succulente scaglie di sapido Parmigiano Reggiano e Malvasia del Carso di Zidarich. Emozioni fresche e vivaci, palato contento. Insieme regalano sviluppi aromatici inaspettati. Accetto le esortazioni per far cadere le perplessità per l’accostamento, mi concedo parecchi sorsi di buon Malvasia e signorili porzioni di scaglie di Parmigiano. Sull’orizzonte compare un vassoietto con prosciutto cotto, patè e salame d’oca che non tocchiamo in attesa delle altre ospiti. O almeno ci proviamo. L’insegnante ed io ci guardiamo negli occhi senza profferir parola. Entrambi confidiamo in tempi brevi. La nostra buona educazione deve mantenersi integra. Il salame d’oca è un malcelato attentato all’attesa educata. Il paté prende a braccetto un Recioto di Soave giallo intenso e fruttato, il salame d’oca fa l’occhiolino a un Paradiso DOC Valtellina.

Valpolicella
Valpolicella

Dalla cucina fragranza di pane leggermente tostato. Praticamente fame. Per l’antipasto in bella mostra e il vino, concepisco l’idea che sir Roger si conceda uno spazio d’azione “per far (eventualmente) colpo” sulla candida e fiduciosa collega di Donna Letizia. Oso affermare che la giovane età della fanciulla ancora sconosciuta possa essere un ostacolo al “far colpo”. Sir Roger oscura la mia idea, tacciandomi di menagrama. L’uomo brizzolato è pur sempre uomo di indubbio fascino, sostiene. Che idea un po’ d’antan, ribatto. Non conoscevo questo aspetto del mio amico. I corsi di ballo sembrano averlo reso propenso a iniziative che aprono spiragli di luce in una vita che lui definisce priva del vero amore. Inclino la mano verso pane e Parmigiano. Max beve Malvasia e ogni tanto rivolge a me alcune espressioni facciali che non riesco ad interpretare. C’è un certo anticonformismo in lui che me lo rende alquanto simpatico. Anche se non mi pare una cosa del tutto gentile, tutte queste facce ghignanti alle spalle di Ruggero, mi scappa da ridere lo stesso. Ho il sospetto che lui sappia qualcosa che io non so. Faccio finta di adeguarmi. In realtà non sto nella pelle per farmi gli affari di Ruggero, di solito alquanto spassosi. Visto che il campanello non trilla e non suona, lascio correre la buona educazione e addento con gusto una fettina di salame. I due damerini mi accusano di mangiare con voracità. Intenzionata a non pormi in opposizione non rispondo alla provocazione, mi spalmo il paté sul pane e lo addento con soddisfazione. Per mia fortuna il campanello inizia a esprimersi con alcuni simpatici drin che obbligano sir Roger a mollare la presa da Malvasia e formaggio e aprire la porta alle due fanciulle. Di cui una particolarmente attesa. Le presentazioni di rito sono presto fatte. Scruto stupita Donna Letizia che fa dei rapidi accenni ad un probabile viaggio in Scozia da farsi in tempi brevi. La temperatura polare della patria di Robert Burns in marzo ha tenuto fino a quel momento lontana la possibilità di una visita su suolo scozzese a più di qualche focoso viaggiatore. Esordisco con un meglio luglio o agosto. Ma a quanto pare il meritato riposo lavorativo è previsto per i mesi invernali. Mi passa per la mente di suggerire una contrada più temperata. Decido invece di continuare a sorridere e masticare. Ci sediamo a tavola. Accanto a me ritrovo la collega giovane dell’infermiera. Piccola, rotondetta come una pallina morbida, zigomi sfilati, colorito roseo, mani curate, abito verde e gioielli che la illuminano. Molto cordiale e alla mano. Indossa il nome Vittoria con alata eleganza. Sir Roger dimostra uno spirito di ospitalità leggero e simpatico mentre le offre l’antipasto, o quello che ne è rimasto dopo i miei ripetuti assaggi. Osservo la nuova venuta e comprendo subito che Vittoria non ha le coordinate per scuotere le fondamenta della sua autonomia. Forse è solo un’impressione ma ritengo stia suscitando una certa tempesta emotiva nell’insegnante di storia e filosofia. Max sta posando su di lei lo stesso sguardo cupido di un goloso superbo davanti alla vetrina del pasticcere. Sir Roger porta a tavola una zuppiera profumata di jota triestina. Fumose volute a base di fagioli, crauti, carne di maiale, vari aromi. Nota di orgoglio, un Pinot nero del Friuli Venezia Giulia. Chiedo acqua freschissima. Mi scrutano con sospetto. Preferisco non farci caso e riferisco che nell’Ecclesiastico XXIX è detto che essenziale per la vita umana sono acqua, pane, vesti e case per proteggere la nostra nudità. Donna Letizia si dice sorpresa per la mia richiesta. Max non bada alla mia pretesa e versa nel mio bicchiere ciliege, lamponi e pepe bianco. «Questa cara ragazza rischia di diventare ascetica, come il mio simpatico Innocenzo III. Monaco e papa, Lotario de’ Segni compose il trattato che cavalcò con gran fama tutto il Medioevo, Il disprezzo del mondo. Non aveva in alcuna simpatia i golosi. Un bel problema». Max si zittisce, inghiotte cucchiaiate di jota. Poi continua: «Innocenzo è uno studioso raffinato di diritto canonico, uno dei maggiori esperti del XII secolo. Il vecchio monaco condanna gli eccessi alimentari, l’alimentazione è sinonimo di corruzione e degrado. Colpevole, colpevolissima è la gola di uomini e donne, di mercanti che arricchiscono il desco con il commercio di spezie e raffinate sostanze come dei cuochi che mescolano, grigliano, infilzano, miscelano così da mutare la sazietà in appetito, disonorare la necessità e appagare l’avidità». Sono felicissima di agganciarmi a questo argomento. Appoggio il calice, vuoto: «Parsimonia e frugalità sono i termini che regolano la vita dei primi uomini. Una delle caratteristiche del Paradiso è che si mangia solo per soddisfare i bisogni naturali. Allunghi la mano e trovi sempre qualcosa di buono per nutrirti. La fatica della caccia, pesca, coltivazione non è cosa del luogo. La civiltà enogastronomica è ancora di là a venire. Pensate che sant’Ambrogio legge la storia della creazione come un lungo digiuno di sei giorni. Lavoro, lavoro, lavoro, poi il sesto giorno, Dio crea gli animali e fa iniziare i guai. Gli esseri umani possono incominciare a pensare a nutrirsi e così, per tanti santi uomini, inizia la distruzione del mondo. Il consumo alimentare porta al proibito e alla trasgressione. Uno come sant’Ambrogio se la prende subito con la gola. Per causa sua, Dio scaccia l’uomo dal Paradiso terrestre».

Lucas Cranach - Adamo ed Eva -Paradiso -Kunsthistorisches Museum - Dettaglio dell'Albero della Conoscenza
Lucas Cranach – Adamo ed Eva -Paradiso -Kunsthistorisches Museum – Dettaglio dell’Albero della Conoscenza

Vittoria chiede a Ruggero un mestolo di jota. Max risponde al suo posto con sollecitudine e gliene versa un altro piatto (altro che mestolo) cosa che la rotondetta Vittoria non disdegna. Poi riprende con un pimpante sant’Agostino che rifiuta recisamente che la gola sia la spinta all’azione peccaminosa. Evita lo sguardo incendiario di sir Roger e dice che è piuttosto l’autonomia a spingere i due malcapitati progenitori ad allearsi per agire diabolicamente sotto l’albero fatale. Disobbedienti, superbi e golosi. Donna Letizia chiede che cosa possa aver significato la consumazione del frutto proibito per le menti degli uomini del Medioevo. Rispondo io, immersa nel rosso complesso e ondeggiante di questo buon Pinot nero: «La gola è la porta da cui entrano nel mondo tutte le nequizie e le colpe. È un vizio detestabile che impone agli uomini l’obbligo di stabilire con il cibo una relazione disciplinata da regole precise. La gola appartiene al corpo e necessita di una parte di quest’ultimo per perpetrare le colpe umane. Lo stomaco ingordo e furibondo è fucina di sregolatezze ed eccessi pericolosi per anima e corpo». Sir Roger e Donna Letizia emergono dalla cucina con stinco di maiale e patate al forno. Preparazione sublime, carne tenera e succulenta. Una gustosa crosticina esterna cela la morbidezza delle patate. Bravo sir Roger! A tavola, mantiene il suo posto il Pinot Nero, in bella compagnia a due bottiglie di Cabernet Sauvignon. Donna Letizia nota con un certo brio che la gola può anche essere peccaminosa, ma il corpo deve avere il suo nutrimento. Accompagna il pensiero pragmatico a quattro rebbi che infilzano un pezzo di carne di tutto rispetto. Parto con il mio solito entusiasmo per dire che «papa Gregorio Magno asserisce che non è il cibo ma il desiderio a costituire il vizio. Concupire un alimento, pregiato o meno, replica la colpa di Adamo ed Eva. Il nemico da temere è il piacere. Tanto più difficile da scoprire e dominare perché si nasconde tra le pieghe della necessità di nutrimento che la natura impone. E così, pensa che ti ripensa, inventano le Regole monastiche per creare uno spazio protetto dove ogni eccesso alimentare viene bandito». Trovo difficile continuare a parlare mentre i piatti si vuotano. E io? Io parlo mentre l’allegra brigata ascolta e mastica in silenzio. Non sia mai detto! Mi taccio e approdo su carne e patate. La mortificazione è segno distintivo del monaco, non certo mio. Volto esangue e corpo emaciato non mi si addicono. Questo soave momento di quiete si infrange quando Max dice che i monaci avrebbero dovuto mangiare con il cuore oscurato dal pericolo della perdita della perfezione. Magari di osservatori devoti alla regola ce ne sono tanti, ma i monasteri pullulano di ogni ben di Dio. Appunto. Pur non esistendo un criterio unico per il digiuno, quest’ultimo è uno dei punti fermi della vita monastica. Sant’Ambrogio si spertica a lodarlo, intona osanna alla sua potenza. Non è stato altrettanto potente Cristo nel deserto quando si ritrova a tu per tu con il demonio tentatore? Il digiuno è l’immagine del cielo, la morte della colpa, la natura umana prostrata. Chi digiuna prova la stessa condizione di beatitudine che gode chi sta in cielo, dove non c’è alcun bisogno di nutrimento fisico. Max addenta vorace un pezzo di stinco e riprende: «l’unico cibo veramente escluso dalla tavola dei monaci è la carne. Per il monaco la carne rappresenta il lusso nobiliare, la ripugnanza del sangue, il cibo caldo che nutre la lussuria. La carne è il corpo, il peccato, il mondo. Ma tutto questo se lo lascia alle spalle una volta entrato in monastero. In via teoria il monastero è tempo di mortificazioni». Sir Roger incomincia a dare segni di irrequietezza, vorrebbe che cambiassimo argomento. Qualsiasi espressione di maltrattamento, sofferenza fisica o etica gli procura al volto un’espressione lugubre. O magari si annoia. Sappiamo che in questo momento preferirebbe parlare della leggiadria dei corpi che danzano. Non ci facciamo caso. Siamo crudeli e Vittoria aspira a saperne di più sull’argomento. Siccome su questo tema sono quasi una sapientona, vorrei intervenire ma osservo quanto speri che io mi ritiri dietro al bicchiere di Pinot in silenzio e Max concili forchetta e racconto. Donna Letizia socchiude la finestra. Piove e fa molto freddo. La fiamma delle candele benedette per la Candelora oscillano creando piccole ombre fugaci sulle pareti. Sento strani brividi. Freddo, influenza o spiritelli benevoli? Vittoria l’infermiera si informa se il peccato di gola pesi sui soli religiosi o influenzi tutto il mondo laico. Domanda pertinente da farsi davanti allo strudel di mele. Divento sempre intensamente felice davanti ad uno strudel profumo di infanzia. Le mele renette, uvette, pinoli e cannella fanno tanto abbraccio di nonna, cipria bianca, profumo lillà e rosa. Sir Roger lo accompagna con un Traminer spezie e aromi di tutto rispetto. Lo ringraziamo onorati per l’attenzione che ci rivolge. Povero sir Roger! Aveva confidato nella serata per un colpo di fulmine vittorioso e invece, a quanto pare, dovrà saltellare nelle sale da ballo glamour per trovare la sua principessa. La piccola Vittoria più che al ballo sembra interessata alla storia di un vizio capitale. Non si può dire per questo che la serata non sia stata un successo completo. Solo che si tratta di un successo, direi, diversificato. Lo storico sposta la pancia, dotata di una certa prominenza e afferma che sì, al di fuori dei monasteri, il peccato di gola pesa, ma pesa soprattutto sui ricchi, sui loro eccessi alimentari e comportamentali. I poveracci devono fare i conti piuttosto con taverne, vini scadenti, osti imbroglioni, prostitute e risse sanguinose. Considerato che sono sempre i più grandi che devono dare il buon esempio, autorevoli teologi decidono di fronteggiare la maleducazione imperante sulle tavole di nobili, sovrani e ricchi con un intenso programma pedagogico. Sono intenzionati a insegnare che lo stare a tavola deve essere sobrio, moderato, nella giusta misura. A quanto pare, i giovani principi tendono ad una volgare indecenza: si ingozzano, mangiano con le mani cibo unto, si ubriacano senza ritegno, usano le vesti come tovaglioli, urlano e strepitano in maniera oscena, inscenano mimiche volgari e indecenti, grasse risate e rutti del ventre. Insomma sono disgustosi e privi di decoro. Le tavole dei nobili, i loro banchetti sono luogo di intemperanze e nequizie. Altro che buoni esempi! Dante trova spunti succulenti nelle corti laiche ed ecclesiastiche per raccontare della prepotente concupiscenza della pancia dei ricchi ingordi che fa finire in compagnia di Cerbero e Ciacco sotto la piova eterna e maladetta.

Dante incontra Ciacco. Illustrazione Gustave Doré
Dante incontra Ciacco. Illustrazione Gustave Doré

Un teologo illustre come Pier Damiani fu colpito proprio in un monastero di fama internazionale come quello di Cluny che per ricchezza e abbondanza di portate era simile ad una nobilissima corte. Cinque o sei portate esuberanti, stuzzicanti e seducenti che rinnovano il desiderio di gusti strani era consuetudine offrire agli ospiti di condizione elevata. Una situazione veramente riprovevole per l’autorità di Bernardo di Chiaravalle, infaticabile e illustre uomo di Chiesa. Ma il peccato di gola non alligna solo nelle corti e nei monasteri. Si pratica anche nelle vecchie case Liberty. Le delicatezze così graziosamente offertoci da sir Roger de Coverly gratificano allegramente il nostro corpo e concordiamo tutti che la cosa è assolutamente divertente. La luce delle candele si attenua, sir Roger ci ha perdonati per non aver parlato di balli esotici, Donna Letizia nasconde graziosamente uno sbadiglio con la mano. Alziamo i calici e brindiamo a noi poveri peccatori. Siamo certi che domani sarà una giornata di privazioni penitenziali intensamente lavorative. Il giusto strumento di espiazione per i peccati di gola commessi in questa serata così deliziosamente luminosa.

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