Arlecchino, Pantalone e il vino di Josko.

Avete presente quella sensazione di soddisfatto entusiasmo che vi coglie nell’istante in cui avete raggiunto l’agognato obiettivo? Quel momento speciale per il quale avete trascurato tutto e impiegato tante ma tante delle vostre energie, senza mai mollare? Vi sentite al settimo cielo, avete l’umore alto ma sperimentate anche uno strano turbamento, quasi un senso di perdita. Vi sentite, come dire, un poco soufflè sgonfio…puffffff… Fino a pochi istanti prima niente vi avrebbe potuto fermare. C’era tanta elettricità in voi e lavoravate nel migliore dei modi, con una vitalità insospettabile, senza sprecare alcuna possibilità. Finalmente, raggiunta la vetta, vi abbandonate, vi sciogliete e aspirate il profumo della vittoria. Avete raggiunto l’espressione più compiuta del vostro impegno. È tempo di brindare. Così è per i soci del Comitato Amici del Teatro che hanno raggiunto il loro scopo. Alcune istituzioni benefiche si sono generosamente offerte a donare un piccolo tesoro che servirà a rendere omaggio alla tradizione teatrale. La festa può iniziare. Anzi lo spettacolo. L’associazione, composta da donne generose, prodighe a sollevare da noia, riprovevoli pensieri e disdicevoli azioni il paese sulla collina, è pronta per organizzare corpi ed emozioni, cultura, cartapesta, stoffa e polvere da palcoscenico. Dopo innumerevoli incontri in cui ognuno dice la sua, si decide di rappresentare sull’invidiabile palcoscenico dell’oratorio locale un’opera tragi-comica. Per creare questo appassionato progetto, il comitato culturale, tra pettegolezzi e piaceri,  ha conversato a lungo, con toni letterario-accademici e intermezzi enogastronomici, nella piccola dimora  di Antonia Roux-Morel, inquieta pensionata francese, appassionata cultrice di vini, di Commedia dell’Arte e fresca di trasferimento al paese.

Casa in pietra

La signora Roux-Morel, progetta l’insieme dello spettacolo, trascrive i formulari per gli interpreti ed equamente distribuisce le parti e  i lavori di allestimento secondo le competenze di ognuno. Non contenta, descrive lo scenario e la trama, prepara i dialoghi e la mimica, sforbicia il formulario dell’improvvisazione. Ha rimosso timidezze e ritrosie, pudore e infelicità. Le ha mescolate, agitate e trasformate in intraprendenza, stupefacente coraggio, sollievo, sorpresa e itinerante creatività. Le case sono diventate laboratori, sartorie e palcoscenici, luoghi proiettati verso il divenire. Ogni tanto capita che la mia mente dondoli in oziose considerazioni e indulgenti fantasie sulla vita e la morte del signor Roux o forse Morel, ma poi abbandono la riflessione sulle alte cime dei miei pensieri. Sono stata intercettata da Madame in giorni meno freddi di questi e incaricata di «insegnare qualcosina sulla storia delle maschere». Decide, con particolare calore, che tutto la nostre competenze devono avere la loro base operativa in canonica. Il parroco non ha via di scampo e cede. Sicuramente di malavoglia. Roux-Morel non è abituata a sentirsi opporre rifiuti. Credo abbia corrotto mezzo paese con la generosità con cui offre i vini del Friuli Venezia Giulia che provengono da quella che lei chiama, la sua cave à vin. Nonostante la mia limitata esperienza, riconosco che si tratta di nettari di buona struttura e concentrazione. L’anziana signora  è persona poco convenzionale, ama tutto ciò che è stato dimenticato e precisa che con i vini non può fare a meno di essere magnifica:«Condividere, condividere», ripete con enfasi. Il parroco approva. Ma non plaude alle mie richieste per un maggior tepore in canonica. Entrambi conveniamo che non possiamo riscaldarci solo con vino rosso, ma nonostante la comune convinzione, l’unica fonte di lieve calore resta una stufa destinata, a tempi brevi, ad una operazione di smantellamento. Così, per evitare gelo e ubriachezza accettiamo l’ospitalità di Cora, aspirante Isabella sul palcoscenico. Il tardo pomeriggio del giovedì occupiamo il suo salotto, poco più grande di un francobollo. O almeno così sembra, visto il numero dei presenti: Pantalone, il Dottor Graziano, Arlecchino, Isabella, Colombina, Cinzio e il Capitano.

Il Capitano - acquerello di Scirwian
Il Capitano – acquerello di Scirwian

Madame Roux-Morel, la corago∗ con le sue bottiglie, io che istruisco, la costumista che gira con aghi pungenti e fili cangianti, lo scenografo occupato con  cartapesta, legno, chiodi e pennelli, il falegname che dovrebbe sistemare il palco del teatro ma in realtà è sempre in nostra compagnia a far bisboccia. Siamo seduti in circolo, cosa che fa tanto self- help e non mi piace. Suggerirei delle soluzioni alternative ma la confusione causata dallo spostamento di sedie, tavolini e persone mi fa pensare che sia meglio mantenere la posizione circolare dove tutti possano esprimere le loro opinioni con sana eloquenza e nobili propositi. Inizia la distribuzione dei ruoli, dei bicchieri e delle offerte culinarie che le signore hanno preparato con splendore. L’atmosfera ha un tocco di straordinario fervore e tutti portano buoni contributi culturali. Tra una tartina e l’altra, concordiamo di battezzare i teatranti con il celebre nome di Compagnia dei Gelosi, imitando una tra le più famose compagnie di attori italiani della fine del XVI secolo. Madame Roux proclama che bisogna mantenere viva la tradizione, che la storia non deve essere dimenticata, che l’immediatezza è effimera. «Tutto è maschera», dice. «Mettiamo, togliamo, rimettiamo e non togliamo più. Sempre mascherati! Così va il mondo oggi, bien. Siamo tipi fissi. Le maschere, al contrario, non hanno un carattere predeterminato. La loro fissità è fornita dal ruolo sociale, dalla condizione, dall’abito ma il carattere, quello no, non è fisso, non è stabilito prima da qualcuno o qualche cosa. Tutto possiamo far accadere con il nostro carattere, tutti possiamo diventare giovani innamorati, vecchi splendidi o avari e servi scaltri e ipocriti. Avanti Pantalone, venite a fare il ricco mercante veneziano!» Così  Madame Roux si rivolge al postino che è proprio un simpatico signore, ma molto, molto intimidito.

Pantalone -acquerello di Scirwian
Pantalone -acquerello di Scirwian

Al capo dei vigili urbani in pensione, simpatica persona che sorride spesso senza motivo, viene affibbiata la parte del Dottore bolognese, dotto, pedante ed esperto in sentenze latine. Il medico di famiglia, Mario Barrow sgomita per interpretare Arlecchino e conoscere meglio Cora, carina, premurosa, cordiale e con una salute di ferro che le impedisce di frequentare l’ambulatorio. Il personaggio dell’innamorato Cinzio, è alto, esile, pallido di carnagione e con un profilo piuttosto bizzarro. Disoccupato di fatto e Carlo di nome, compete con Barrow per l’amore di Cora. Lei li guarda entrambi incuriosita, con l’aria di non avere la più vaga idea delle intenzioni dei due. Non credo li prenda in considerazione come possibili innamorati. «Qual è l’origine delle maschere?» chiede Barrow. Finisco di masticare la torta ricotta e spinaci, mi appoggio allo stipite della porta e rispondo: «Le maschere hanno origini antiche, appartengono alle tradizioni popolari e le vediamo girare da secoli nei carnevali. Il Carnevale è una festa propiziatoria legata alla fertilità della terra, una festa di passaggio, di generazione e di oscurità. In questo tempo, il seme giace nel buio profondo, sotto terra in compagnia di divinità infere, dèmoni e anime degli antenati.  Nel giorno che inizia l’anno nuovo, vengono evocati e ricompaiono sulla terra per esercitare tutti i loro poteri. Le tracce della natura infera delle maschere sono visibili nelle loro caratteristiche fisiche, nelle espressioni beffarde e malevole, nei volti anneriti e sfigurati con il mosto, usato per impiastricciarsi e rendersi irriconoscibili. Le maschere hanno un’origine oscura e remota che ha mantenuto vitalità e forza d’azione grazie alla Commedia dell’Arte». Cora gira per la saletta con un piatto di panini ripieni con un composto di uova, prosciutto cotto, sherry, burro, olio, panna, sale e pepe mescolati insieme. Una volta finiti, ci sorprende con gli involtini di peperoni abbrustoliti e conditi con burro, tonno, acciughe maionese e insalata. Pantalone mangia pure la decorazione di insalata. Sul tavolo riposano bottiglie di vino rosso rubino e rosso granato, giovani, vivaci e di media struttura. Assaggio. Ci sono alcuni bianchi secchi e freschi, discretamente morbidi.  Mme Roux spiega che per molti il duetto servo- padrone è il nucleo originario della Commedia. Postino e medico di famiglia si siedono vicini e con la bocca piena cercano di interagire come due vecchi animali da palcoscenico. Provano a mimare, a improvvisare. Potrebbero cavarsela, ma come la mettiamo con la capacità di sincronizzarsi con gli altri attori in scena? Versiamo il vino. Credo che ne berremo un bel po’ mentre la serata procede rumorosa.  «Pantalone è una figura dai contorni molto forti e precisi. Nella nostra opera è drammatico, intelligente, splendido e seduttore. Ricco, dignitoso, di grande prestigio sociale, indiscutibilmente veneziano, con una buona mano per la spada. L’azione inizia con la sua comparsa in scena». Il nostro caro postino sembra essere impacciato, ma il suo servo, lo Zanni, Arlecchino, gli dà una pacca sulla schiena e gli riempie, con un  generoso incoraggiamento, il bicchiere. Arguto, originario di Bergamo bassa, Arlecchino è servo goffo e sempliciotto. Un tempo il termine Zanni  indicava un personaggio con pochissimi tratti determinati, fisso era solo il ruolo “ridicolo”. Per il resto variava tutto, dal dialetto alla voce, dal nome al costume.

Arlecchino - acquerello di Scirwian
Arlecchino – acquerello di Scirwian

Ilde, sarta e nonna di Cora, ha imbastito calzebrache, giubba rossa e zimarra nera per Pantalone. Per Arlecchino bisogna mettere in prova il costume. Le toppe irregolari non sono venute bene. «Per preparare la maschera sono stata sveglio fino a notte inoltrata». Da una vecchia cappelliera lo scenografo estrae con particolare cautela una maschera orribile. È un ceffo veramente brutto,una maschera demoniaca.  Ricorda proprio qualcuno estraneo alla vita civile, di provenienza misteriosa e ferina. Ottimo lavoro! Nascosto sotto la maschera, il nostro medico, allampanato, mento prominente, braccia lunghe e polsi sottili, si appresta ad imparare nuovi movimenti del corpo per interpretare un Arlecchino alquanto inquietante, con una potenza espressiva intensa. «Si ricordi» dice Roux-Morel «Lei deve obbedire senza riserve alla sua maschera. Non è più Mario, il nostro medico, ma un essere nuovo che sente fluire in lei, qualcuno di cui non avrebbe mai sospettato l’esistenza. Lasci che la maschera modifichi tutta la sua personalità. Lei, così acuto, educato, civilizzato, sente  l’uomo selvatico». Il medico di famiglia promette il massimo impegno e trasporto. Replica che gli piacerebbe poter imitare Tristano Martinelli, il primo grande e famoso Arlecchino. A quanto pare si è documentato. Morto a Mantova nel 1630, Martinelli si lega indissolubilmente alla maschera da firmarsi quasi sempre solo con il nome di Arlecchino. È talmente geniale nell’unione di individualità sociale e scenica  da poter esprimere le sue opinioni con la massima libertà davanti a potenti e sovrani del tempo. Una condizione impensabile per le altre persone. Qualcuno fa apparire una buona bottiglia di vino bianco che nessuno rifiuta. Sotto la finestra ci sono alcune piante in vaso, oggetto di particolari attenzioni da parte di Cora. Begonie, orchidee e qualche fucsia. Sono anni che non ne vedevo di così belle. Racconto che un Arlecchino perfetto  è stato Domenico Biancolelli. Attore completo, virtuoso nel canto e nella musica, era maestro nel qui pro quo, nelle battute ambigue, nelle burle oscene. Biancolelli aveva una voce difettosa, di gola, che diventerà il tono imitato da tutti gli Arlecchino». Il nostro si alza di scatto e prova ad essere attore completo. Ridiamo di gusto. Non so come mimo, ma come ballerino c’è ancora molto da lavorare. Vedo che come al solito il futuro Cinzio ha la testa tra le nuvole. Il nostro Carlo vive con un piede fuori dalla realtà, conversare con lui non è sempre facile. Talvolta esercita sugli altri un effetto strano. Sta seduto in silenzio, non guardare nessuno. Abbiamo tutti la sensazione di essere degli intrusi nella sua vita. Poi di solito alza lo sguardo e parla con calma, con tono caldo e gentile che ti scioglie. Misteriosa creatura. Per l’incontro di stasera ha preparato una frittata al curry di una bontà unica: 12 uova, due grosse cipolle bianche, grana grattugiato, due cucchiai di curry, latte, burro e sale.  Madame Roux aggiunge omelettes con scamorza affumicata, grosso würstel, burro, grana grattugiato, latte e sale. Io trovo il tempo di raccontare del personaggio dell’innamorata che nel Cinquecento portava il nome di Isabella. Dietro a questo nome non c’è un personaggio inventato, ma una donna vera, Isabella Andreini. Attrice molto famosa, letterata e poetessa, la Andreini era originaria di Padova, dotata di  personalità affascinante, seduttiva e di grande bravura. Applauditissima nelle corti di Italia e Francia, ammirata da Tasso e Marini, Isabella sposa Francesco Andreini e insieme dirigono la prestigiosa Compagnia de’Gelosi. Ai suoi tempi, di lei tutti parlano un gran bene, come attrice, moglie, madre e buona cristiana. Sono tempi difficili. La Controriforma appiattisce ogni cosa, la norma religiosa decide tutto. La teologia decide che le donne sono forze demoniache, le attrici sono pericolose per la loro perturbante sensualità. Isabella ha dalla sua parte, la capacità di gestire pensieri e umori, educa la propria allegria e le angosce improvvise, blandisce i sentimenti e riparare i suoi pensieri più taglienti dietro amore e prudenza. Calcare le scene negli anni in cui pesa sugli attori la condanna morale della Chiesa non è facile. La convinzione di tanti che la Commedia dell’Arte sia intrisa di disordine morale, fa concepire ad Isabella la convinzione che il comico ha il dovere di ricercare la dignità della propria professione. Isabella sa fingere bene la sua remissività, il consenso tacito e sembra adeguarsi a ciò che è definito come norma. Sul palco fa regnare bravura e leggiadria. Ci guardiamo e noto che molte sopracciglia sono sollevate in una muta domanda: «ma ce la faremo?» Il Dottore, il nostro vigile urbano in pensione, esce dal bagno dopo aver indossato il suo costume. Il berretto dottorale gli va a pennello, l’abito nero invece deve essere allargato di pancia.

Il Dottore - acquerello di Scirwian
Il Dottore – acquerello di Scirwian

La zimarra è perfetta, gorgiera e colletto sono bianchi. Uomo di legge e di buona famiglia, il Dottore è economicamente posizionato ed ha una passione per l’astrologia. È necessario preparargli un discorso strano e bislacco. Manca qualcosa…ma cosa? Ah si, un paio di guanti da tenere in mano e un grosso naso. Questo Dottore la sa lunga sull’amore, esprime giudizi decisi, infarciti di un’erudizione talmente complessa da esulare dal pensiero comune. Il nostro capo vigile in pensione si sposta per guardarmi bene in volto. Mi scruta allegramente e chiede: «Non è che ci stiamo inoltrando in acque pericolose?». «Ma no, figuriamoci, sarete tutti bravissimi. In verità abbiamo ancora tempo a disposizione per fare molte prove», rispondo sfruttando la mia fantasia fino in fondo. «Dobbiamo arrivare a contemplare il sole e le stelle con tutto l’entusiasmo della recitazione» insiste Mme Roux-Morel. Le sue mani,  perfettamente curate nei toni rosso carminio, fendono l’aria con armonici movimenti rotatori. «Allarghiamoci verso nuove curiosità, rendiamoci arditi, accessibili alle emozioni, alla dignità dello spettacolo, all’audacia del nostro talento!». La signora ha un lampo di soddisfazione negli occhi azzurri, molto espressivi. La voce è calma ma intensa, pastosa. Intanto,tra i commedianti gira un’insalata di pollo, fagiolini, peperone rosso e carota. C’è anche profumo di tartufo, limone e pepe.  «Dobbiamo curare minuziosamente i dettagli. Preparerò io stessa lo scenario dove rappresentare l’amore di Cinzio per Isabella. Voglio che sia un luogo dove mormorano i fiori e spira il vento. Mi aiuterà Ilde, vero cara?». Mme assapora il suo vino e diventa sempre più intrepida. Ilde trattiene la risposta. L’esaltazione entusiastica non le appartiene. Nel suo bicchiere solo acqua fresca. A questo punto, complice un goccio in più, avanzo sulla scena, pardon nella saletta, infilo la maschera sul volto e dico: «Entrate in scena e cercate di catturare immediatamente l’interesse degli spettatori. Siate fisici, usate lo spazio scenico con le tensioni del vostro corpo. Deformatelo, alteratelo e piegatelo con emozioni e comportamenti consapevoli. Gli attori della Commedia agiscono con movenze e tecniche corporee per richiamare l’attenzione del pubblico anche solo con la presenza, prima ancora della rappresentazione e della comicità. Mantenete la fisicità energica, non stemperatela, non siate convenzionali, affettati. Ascoltate il corpo e non pensate di essere timidi davanti al pubblico.» Mi guardano smarriti. Propongo di superare le difficoltà con la fantasia. Mi sorge qualche dubbio. E se lo spettacolo non funzionasse? Cora è profondamente immersa nei suoi pensieri, ha un’aria accigliata. Faccio un giro e verso dell’altro vino.  Colombina, alias Sara la panettiera, lunga treccia castana modello Rapunzel, mormora con voce soddisfatta:«Vedete non faccio che pensare alla mia parte. Mi immedesimo un po’ nell’animo seducente e vivace di Colombina. Per me si tratta di arrivare alla mia parte vanitosa, sbarazzina e civetta. Vi confesso che trovo il tutto molto divertente e credo che abbiamo le possibilità per fare un buon lavoro». «Ha ragione Sara, mettiamoci zelo, amore e senso dell’avventura. Prendiamo a modello la recitazione dei De Filippo e andiamo in scena!». Il Dottore alza l’ennesimo calice, rivolge ai presenti uno sguardo di strana felicità e tenerezza, lo abbassa e beve tutto d’un fiato. Colombina chiude gli occhi un istante e chiede con tono gentile:«La presenza femminile sulla scena e nella vita reale non era molto complessa durante l’età della Controriforma?» Cerco di raccontare come andavano le cose quando le donne in scena rafforzavano la convinzione che il teatro era uno dei luoghi dove operava il demonio. Sugli attori piovevano accuse di promiscuità e di licenziosità. La bellezza delle commedianti le rendeva abili seduttrici, dissolute manipolatrici dell’animo umano, estranee al ruolo discreto di mogli e madri. Inadatte a qualsiasi mestiere decoroso. Attrici e mogli di comici, le teatranti, in effetti, hanno una vita diversa. Condividono letto e scena con il proprio compagno, decidono insieme il modo di fare arte. Le donne di teatro, con il guadagno della loro professione, si preparano un destino femminile diverso da quello deciso dalle norme ecclesiastiche: Principalmente dovrà egli ricordarsi che, sebbene la moglie è sua consorte e compagna, tuttavia egli è il capo, e non essa, sì che nelle sue mani ha da essere il governo, e non della sua moglie; egli ha da ordinare e comandare, ed ella ha da obbedire ed eseguire quanto sarà ordinato, altrimenti le cose della casa sua passeranno molto male. Durante il XVI secolo molti si occupano delle donne. Sono disciplinate, celebrate, omaggiate, rese protagoniste della vita di corte. A Venezia, le donne di estrazione sociale elevata, studiano lettere classiche, dipingono e compongono poesia. Altre sono cortigiane che gravitano intorno a banchieri e mercanti. Sono tenaci, forti, spesso di buona cultura. Sono donne segnate, vincolate ad indossare i segni che indicano la loro condizione. Mantelle nere o bianche, fazzoletti al collo, orecchini, cappelli a punta. Sono meretrici, apprezzate per la loro voce, grazia, cultura musicale e poetica, distanti dalle prostitute che vivono sulle strade incerte e oscure. Le nuove condizioni di donne intellettuali sembrano incrinare le sbarre della prigionia culturale e comportamentale stabilita dalla Chiesa. Ma in realtà è solo apparenza. Non ci sono energie e  supporti necessari per sostenere alcun cambiamento. Quando il Cinquecento si conclude, gli spazi per gli interventi femminili sono sempre più limitati. Sul Vecchio Continente le donne rientrano nelle zone buie e ombrose in cui hanno sempre vissuto, costrette ad abbandonare la luce del mondo. Vengono riportate alla modestia, all’indecisione, desiderose di assecondare chi ordina e obbliga. Mme Roux-Morel, sprofondata nella poltrona, ci guarda come anime perdute: «Qui nessuna donna o uomo deve essere modesto o indeciso. Nessuno dà ordini, ma trepidanti, questo sì, lo dobbiamo essere. Dobbiamo studiare la tecnica degli attori, sollevarci trionfanti sulla scena del nostro piccolo teatro. Divertiamoci, discutiamo, impariamo ad avere una relazione con gli spettatori, con le loro storie personali. Scambiamo emozioni, lanciamo sguardi impudenti, diamo e riceviamo soddisfazione, incoraggiamo la felicità!». Alza il bicchiere e brindiamo tutti allo spettacolo. Qualcuno ha portato una selezione di bontà sicule e Vin Santo di Montepulciano. Per incoraggiare la felicità.

∗Corègo o corago nell’antica Grecia era colui al quale l’autorità cittadina attribuiva l’onere della coregia. Letter. Nel linguaggio di teatro, il direttore del coro o chi ha la regia del coro.

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