Ardenne di guerra e champagne ghiacciato

Julian Lambert era stato un bambino freddoloso. Nei giorni in cui vento e gelo si insinuavano nelle fenditure del vecchio cottage, sfuggiva al freddo dormendo con uno scaldaletto bollente al massimo. Le mani fredde, le infilava nelle tasche per proteggerle con il calore del corpo. La mattina, prima di uscire e percorrere la strada che lo portava a scuola, indossava due paia di guanti di lana. Spesso non bastavano. I maglioni di mohair lavorati con i ferri artritici  della vecchia Liversidge, nubile e imbronciata amica di famiglia, venivano accolti cordialmente sotto forma di dono prezioso. Si riprometteva di chiedere a sua madre di indossare le mutande lunghe che suo padre si rifiutava di mettere malgrado le temperature polari. Sebbene provasse un certo imbarazzo all’idea di sovraccaricarsi di indumenti, Julian aveva fantasticamente realizzato che il freddo era parte di una certa fragilità femminile, preferiva accettare la ruvida e indiscreta presenza delle mutande di lana che concedere a brividi gelati e invadenti tremori di torturarli il corpo. Poi, un giorno, il freddo si stufò di abitare la persona di Julian Lambert e se ne andò da qualche altra parte.

Era stato al primo anno di università, mentre passava il tempo ad affrontare il senso di alcune incomprensioni linguistiche e il buio della sua stanza, illuminata da una lampadina talmente fioca che gli rammentava quanto il giorno può essere nero, che scoprì di aver perso il suo gelido ospite invernale. Il freddo se n’era andato. Senza alcun preavviso, lo aveva abbandonato. Gli era parso strano, niente più tremori ai muscoli, niente più guanti e sciarpe o innominabili mutande di lana. I piedi e le gambe, lunghissime e sottili non assumevano più quella tinta azzurrina che gli faceva perdere la speranza di assomigliare a qualcosa di diverso di un trampoliere acciaccato. Aveva ancora qualche problema con il vento. Julian manteneva con lui rapporti sostenuti da quando gli causava raffreddori apocalittici, inibendo i suoi permessi d’uscita e i primi trasporti romantici con le ragazze. Durante la stagione fredda l’amore era off limits. Era più occupato a sorbire latte bollente e miele per ovviare al gelo che incoraggiare il suo cuore ad amare una deliziosa fanciulla che lo osservava da dietro le tende della casa di fronte. L’inverno dei quattordici anni era stato un’odissea. Entrambi dedicavano qualche ora al giorno, soprattutto quando pioveva, a scrutare dalla finestra il panorama intorno facendo finta di essere incantati dall’acqua che scivolava sui vetri o dai rami secchi e infreddoliti degli alberi del viale. I giorni in cui la neve fioccava libera, senza chiedere il permesso a nessuno, Julian giocava insieme agli altri ragazzini del quartiere a palle di neve. Arrancavano nel manto bianco, gridavano e mangiavano neve pulita e soffice come zucchero filato. La ragazzina, trecce rosse fantastiche e un nasetto niente male, era un vero portento nel lancio. Nonostante l’entusiasmo, era opinione di Julian che l’amore trovava le sue migliori possibilità a primavera. Il freddo era amico dei suoi pensieri. Durante una nevicata così intensa da rendere la casa una ghiacciaia nonostante sua madre avesse acceso tutti i caminetti del loro vecchio cottage, Julian si sentì pervadere da un’inconfondibile sicurezza che decise il suo destino. Da grande sarebbe diventato uno storico. Suo padre oppose un veto irremovibile. «Di storia non si campa», disse. Julian, non si fece scoraggiare ed entrò a Oxford per immergersi nel magma ribollente dei movimenti religiosi che ambivano a riportare la Chiesa a funzionare più in campo spirituale che politico ed economico.

Biblioteca Bodleiana dell'Università di Oxford
Biblioteca Bodleiana dell’Università di Oxford

Aveva maturato una vibrante passione per il riformismo monastico, la teologia delle scuole e la predicazione popolare. La Chiesa che si era allontanata dal modello apostolico e quelli che ne sollecitavano la rifondazione, avevano un effetto stimolante su Julian. Trovava sorprendente e interessante l’ostinazione e la litigiosità di Wyclif. Tutto quel separare clero da Stato, riformare il corpo ecclesiastico, spazzare via il sistema dei benefici, l’assoluta verità biblica e, dopo la Cattività avignonese, quell’inutile ed esosa presenza del papa nella Chiesa, si erano prodigati a fare di Julian Lambert uno studente da voti massimi e poi un insegnante che si guadagnava da vivere con ottime competenze, trasporto e sano entusiasmo. Tutte cose da tenere in gran conto. Esistono persone che vivono nel silenzio dei propri impegni e sanno godere del proprio lavoro, di uno studio profumato di polvere, legno di quercia e tabacco da pipa. Magari amano trascrivere antiche pergamene, assaporano il passato e rispondono ai suoi misteri così come apprezzano un bicchiere di whisky serale e le giacche di tweed. Julian era uno di questi. Negli anni precedenti allo scoppio della guerra, mentre Hitler decideva  programmi espansionistici aggressivi, si era sobbarcato il riordino di un gran numero di pergamene che condividevano il tempo antico e polveroso con piccoli aracnidi dalle lunghe zampette. Nel tempo libero faceva tappa a Canterbury.

La cattedrale di Canterbury
Cattedrale di Canterbury – Pinterest personale

Trovava rilassante il viaggio in treno. A volte sembrava che si prolungasse troppo, ma era pur sempre un viaggio piacevole, un arricchimento che lo allontanava dalla paura della solitudine. La cattedrale era la rincorsa alla perfezione formale. Pietre con una vita tormentata. Gli attacchi dei danesi, la conquista normanna, l’assassinio di Thomas Becket, l’incendio del 1174 e la ricostruzione di Guglielmo di Sens avevano segnato profondamente la vita della sede primaziale del monaco Agostino, inviato da Gregorio Magno con l’arduo incarico di convertire quelle teste calde dei sassoni. Julian si era innamorato delle splendide vetrate policrome, stupende e armoniose come quelle di Bourges e Chartres, ma più rasserenanti. Erano le uniche rimaste in vita. I puritani, tra Cinquecento e Seicento, avevano occupato tanto del loro tempo per fare a pezzi tutte le vetrate inglesi e ci erano riusciti benissimo. Una volta a Canterbury, alloggiava al George Inn. Il whisky era eccellente e la sala da biliardo confortevole. Rose, la proprietaria, aveva sposato George, un tipo simpatico. Lui e George se la passavano piuttosto bene insieme con la stecca. Capitava che alloggiasse lì anche Lily la sorella di Rose che gestiva una libreria a Faversham. Avevano fatto amicizia e uscivano insieme. Lily lo ascoltava sempre con la massima serietà. Aveva il pregio di trovare il lato buono a molte cose e spesso anche quello divertente. Sapeva essere spassosa. Quando rideva gli occhi le scintillavano di allegria. A entrambi piaceva mangiare. Avevano individuato un negozietto di specialità gastronomiche dove compravano pane croccante, salmone affumicato, aringhe marinate e cioccolatini tartufati. Se i giorni erano belli si spingevano fino a Lacock. Passeggiavano senza fretta, ammirando le case e i giardini del villaggio, bevevano birra e acquistavano vecchi libri nei negozietti del paese. Ogni tanto Julian diceva:« Aspettami un attimo qui». Poteva accadere che in qualche scaffale, fosse riposto qualche volumetto che sapeva poteva interessarle. Allora glielo donava, orgoglioso. Stavano bene insieme. Tutto quel girare per cattedrali e librerie li aveva portati ad imbattersi in quella particolare condizione dell’animo che anticipa una relazione sentimentale decisamente più intensa. Julian quando era solo, cantava a squarciagola. Lily cucinava e sorrideva con affetto alle pentole.  Infornava per Julian torte al cioccolato che mangiavano vicino all’abbazia di Lacock, piacevolmente immersi nel verde scuro del bosco, distesi sull’erba o appoggiati ai tronchi contorti degli alberi. Erano momenti di intenso buon umore. Lily amava sussurrare un verso di Goethe. Diceva «sono al mondo per stupirmi». Gli prendeva la mano e, senza fermarsi, enunciava appagata:«Io concepisco questo mondo come un complesso sistema di relazioni armoniche che costituiscono l’universo. La penso allo stesso modo di quel gran Doctor Seraphicus di Bonaventura da Bagnoregio! Anche lui sosteneva che l’uomo è intimamente congiunto all’universo e che insieme partecipano ad un creatore comune. Diceva che l’universo è parte dell’uomo e l’uomo parte dell’universo, il suo prolungamento, la sua ombra. Credere che siamo  una miniatura dell’infinito, un microcosmo, mi distrae da pensieri tristi. Anch’io, come Bonaventura, sono sicura che lo spirito universale abiti nell’uomo come nella materia. Che nulla sia immobile o passivo e che la vita sia dotata di potenzialità infinite. Non pensi anche tu che la storia dell’universo e la storia dell’uomo siano un’unica cosa? La natura ricorda ad ogni essere umano il senso del suo esistere nel mondo. L’uomo c’è perché c’è la natura.» Lily, occhi acquamarina splendenti, abbracciava luce e aria mentre gioiva del panorama con un sorriso radioso. Julian si scioglieva come il burro sul pane caldo. Era stata la guerra a cambiare tutto, anche il colore del cielo. Grigio acciaio, duro, aspro come il terreno che scricchiolava sotto gli stivali dei soldati. Le condizioni atmosferiche erano pessime. La neve continuava a cadere abbondante, gli alberi si stagliavano neri contro il cielo. I rami gelidi, braccia morte, contorte dalla sofferenza. Vigilia di Natale. Dall’8 settembre Londra esplodeva sotto i colpi dei V1 che i tedeschi lanciavano dalla zona intorno alla foce della Schelda. Erano passate molte settimane da quando i teutonici erano diventati consapevoli che stavano combattendo per la sopravvivenza. Gli alleati dopo il fallimento sul Reno erano graffiati dallo sconforto e dall’avversione per la guerra. A Julian passavano le ore, passavano le settimane e i mesi. Doveva finire, questa guerra, maledizione! E invece finivano le loro vite, sotto le bombe, tra le macerie. I corpi dilaniati, sparpagliati nella neve cattiva che toglieva ogni speranza e felicità . Si consumava nel dubbio, finché il dubbio non era diventato certezza: forse non sarebbe più tornato a Lacock. A volte sognava Lily, vestita di giallo, che sfogliava le pagine di un libro. Una dopo l’altra, senza fermarsi, faceva buio, anche quando era giorno. Come sarebbe stato bello camminare per strada, sentire il sole tiepido sul viso, acquistare un regalo per Lily. Magari un vecchio libro di poesie, rilegato in pelle marrone consunta, con decorazioni in oro. Pensava a questo per tirarsi su di morale, quando scoprì che la guerra lo aveva diviso in un prima e un dopo e lui stava scivolando in un luogo cupo, dove soggiornavano silenti, pensieri oscuri. Si spostava nei boschi dove la neve era alta più di mezzo metro. Un lenzuolo per coprire i morti. La visibilità a terra era di pochi metri. Il 16 dicembre l’artiglieria tedesca aveva aperto il fuoco. Un’alba di 130 chilometri di duro sbarramento. Carri armati e veicoli corazzati, 250.00 soldati a cui era stato intimato di interrompere le comunicazioni tra gli alleati, creare disordini, illusioni e inganni. Hitler credeva fanaticamente che gli alleati erano sfiancati e potevano essere annientati. Al Quartiere Generale di Ziegenberg, il 12 dicembre aveva arringato i generali che avrebbero all’offensiva delle Ardenne.

Ardenne, dicembre 1944 - Il piano tedesco
Dicembre 1944 – Il piano tedesco

Curvo, pallido, con il braccio sinistro scosso dalle contrazioni, la voce ostinata voleva convincere la cerchia dei fedeli a indebolire la compattezza alleata, piegarla e costringerla a chiedere la pace. Julian sapeva che molti americani avevano disertato. Stanchi, sfibrati, duramente provati dalla guerra, molti non passavano un Natale a casa da anni. Alcune divisioni  avevano subito perdite molto pesanti, la battaglia di Aquisgrana e la foresta di Hürtgen avevano messo gli uomini a dura prova. Bruxelles e Anversa erano state liberate, ma il porto non era sufficiente ad assicurare i rifornimenti. I comandi alleati erano stati colti alla sprovvista, un’offensiva in quel territorio privo di strade e in quella stagione era al di là dei loro pensieri. Le truppe avevano bisogno di riposo e di tempo per riorganizzarsi. La Wehrmacht, galvanizzata da un’idea di vittoria incandescente e salvifica, avanzava di molti chilometri. Gli ordini erano che la fanteria doveva incontrarsi, attaccare le postazioni difensive degli alleati e aprire dei varchi per lasciar passare le divisioni corazzate. Julian era stremato dai pensieri e dal freddo. Per quanto ancora sarebbe stato in grado di camminare in mezzo alla tormenta? Si sforzava di formulare pensieri semplici e familiari per aggrapparsi alla vita. «Lambert, a volte ho il sospetto che lei usi un linguaggio complesso perché non vuole farsi capire da nessuno qui. Vuole morire solo. Siamo tutti esausti, Lambert, mi creda.». La mattina presto il maggiore cedeva spesso al malumore. Si era inasprito. Julian non credeva di voler morire da solo. Da giorni il freddo era spietato. Il cielo piatto, una lastra di ferro, il terreno infido per il ghiaccio e le pattuglie tedesche. Le manovre sul campo? Le posizioni strategiche erano Bastogne a sud, Saint Vith al centro e la cresta di Elsenborn a nord.

Bastogne
Bastogne

Puntata finale: Anversa. Julian se lo ripeteva come un ritornello, per non lasciare spazio al panico. Doveva pensare, pensare e pensare. Tenere la mente occupata. Respirare e pensare. Camminare e respirare. Non fermarsi. Il vento affilato come la lama di un coltello, lo derideva. «Il vento corre, Lambert, ha messo nei guai i tedeschi. Sono senza speranza». Volto duro, la pelle un paesaggio di piccole ragnatele, le mani appoggiate alle ginocchia e una passione per i granchi oceanici, il maggiore era un uomo severo che non amava ripetere le cose due volte: « Le raffiche in alto hanno reso pessime le condizioni atmosferiche. I paracadutisti di von der Heydte si sono fatti molto male. Tutti ragazzi poco esperti». Durante l’operazione Stösser 1000 uomini  risultarono dispersi, i morti sepolti nella neve. I superstiti, poco più di 100. Von der Heydte si era spezzato un braccio. Senza uomini, senza radio, privo di rifornimenti e informazioni sulla mancata vittoria dei tedeschi a Elsenborn, inseguito dagli americani, si era arreso il 23 dicembre. Julian si nascose dietro una montagnola di neve. Era ieri, solo un giorno prima quando colpi di cannone, confusione, urla, stanchezza, lo avevano spinto in un altro incubo. Aveva perso i suoi. Il fiato corto gli rendeva faticoso il cammino. Continuare a tenere occupata la mente, ricordare gli ultimi avvenimenti, l’invasione dall’alto. Questo doveva fare, per dimenticare il tormento e la paura. Alcuni movimenti nel bosco, in lontananza lo allarmarono. Puntò lo Sten, immobile. Respirava lentamente, con il naso. Aveva paura che le nuvole di fiato lo segnalassero ai tedeschi. «Andate via, per favore, andate via». Si mise a pregare. Ripeteva tra se, andate via, come una cantilena.  Vide alcune impronte sulla neve. Animali, non uomini. Il sollievo lo riscaldò per qualche secondo. Aveva bisogno di un rifugio per la notte. non dimenticare di essere efficiente. Erano le cinque e la luce scarseggiava. Le mani gli dolevano, i piedi di marmo. Gli occhi lacrimavano e pungevano. Lo stomaco gli si contraeva in spasmi e la fame gli portava la nausea. Aveva ripiegato l’impermeabile dietro al cinturone, per tenersi caldo. Gli era rimasta della cioccolata, pochissima. Magnifico, per festeggiare la vigilia di Natale. Doveva resistere, mettere in atto una resistenza accanita. Resistere al freddo, alla paura, alla solitudine. Si era perso. Tutta quella confusione, i movimenti lenti e tortuosi, il terreno minaccioso. Si era perso, dannazione. Come ufficiale di collegamento, non valeva un fico secco. Sorrise. Bastogne era presidiata dai ragazzi di Macauliffe.

Emergenze a Bastogne durante l'assedio
Emergenze a Bastogne durante l’assedio

Avevano saputo subito di Malmédy, dei prigionieri disarmati, massacrati, feriti, rossi di sangue e bianchi di neve. Quei poveri morti e la voce che i tedeschi non risparmiavano la vita ai prigionieri, li avevano rinvigoriti, gli americani. Peiper e i suoi erano stati fermati a La Glaize. La mancanza di benzina era fonte di guai per tutti. I rifornimenti tedeschi erano scarsi, le truppe sbrindellate. «E noi non abbiamo le forze necessarie per un attacco decisivo. Però neanche a Manteuffel le cose vanno bene. Non può assediare Bastogne e rimettersi al pari con Dietrich sul fianco sinistro. Il 19 Tedder era a Verdun con gli americani. La situazione è pericolosamente scivolosa.» Julian pensava furiosamente e si muoveva con cautela. «La Wehrmacht non deve consolidare le sue posizioni. Patton sa che i tedeschi non tengono il contatto tra loro e il fattore tempo è fondamentale.» Il 20 Eisenhower aveva conferito a Montgomery il comando della 1a e della 4a armata americane. Il 30°corpo britannico era stato aviotrasportato sulla Mosa, rendendola invalicabile alle truppe del Reich. Il gelo era intenso, i valori termici spietati. Julian si ripromise alla prima occasione buona, una solenne bevuta. Ringraziò Dio per gli stivali da neve. Molti americani ne erano privi.

Battaglia delle Ardenne - U. S. Federal Government
Battaglia delle Ardenne – U. S. Federal Government

Ogni giorno passato con il corpo intero era un miracolo. «Abbiamo lasciato macerie fuori e dentro, siamo macerie» pensò. Tornare a casa. In mezzo a polvere e pergamene. E poi, passato l’incubo, tornare con Lily, a vagabondare per cattedrali e castelli. Bruges sarebbe stata una bella meta. E poi Gand, Namur, la spiaggia a De Panne. «Se resto vivo. Capita di tutto, ai vivi, anche morire». Middleton aveva sollecitato Patton a comprendere la necessità di tenere Bastogne ad ogni costo. McAuliffe, Old Crock, della 101a aviotrasportata, tenne duro e il 22, ormai senza viveri e armi, mandò al diavolo Manteuffel e la sua richiesta di resa. Manteuffel rispose con la Luftwaffe. «I ragazzi non hanno mollato.» Si trovava d’accordo con se stesso sulla necessità di non arrendersi e di trovare un rifugio. 23 dicembre. L’aria gira, il cielo si libera e permette il rifornimento dall’alto. Poco più di quattro ore e gli americani hanno l’artiglieria per bombardare i tedeschi. Manteuffel attacca Bastogne prima dell’arrivo di Patton. Passa il 23. « Oggi è la vigilia di Natale. Non so che cosa sta succedendo. Mi sono perso». Julian si sforzava di farsi coraggio. Avanzava, sicuro di morire e certo della salvezza. C’era poca luce. Avanzava masticando l’ultimo pezzo di cioccolato. Si spostò verso il lato est della collina. La strada era più impervia, c’erano grossi sassi ammassati che bisognava scavalcare. All’imbocco di una secondaria si trovò davanti una spianata di neve. Un muretto a secco delimitava i confini del pendio. A distanza, verso nord, sentì ripetuti colpi di mortaio.

Strada di Bastogne dopo il bombardamento della Luftwaffe
Strada di Bastogne dopo il bombardamento della Luftwaffe

Udì spari in risposta, all’impazzata. Continuò a spostarsi in avanti. Strisciava lungo il muro, tenendosi il più basso possibile. Rammentò l’attacco del 22, quando i proiettili frantumavano le foglie ghiacciate sugli alberi, scheggiavano tronchi e rami, riducevano in poltiglia sporca terra e neve. Stava sopravvivendo alla brutalità? «Ci stiamo abituando», pensò. «Per sopravvivere abbiamo imparato a essere brutali, vendicativi e a invocare la mamma». Girò la curva. Sospesa in tutto quel bianco stava la villa. La pittura rosa opaca, graffiata dal tempo e dal conflitto. Esaminò la facciata. Finestre e portone chiusi, sbarrati. Spettrale. Sola, isolata, contornata da fusti tagliati alla meno peggio. Ormai legna da ardere. Non c’era un riparo. Solo gelido terreno aperto. Un solo colpo e lo avrebbero steso. Oppure poteva lasciare fare tutto al freddo. La temperatura doveva essere a meno venti. Si guardò attorno, cercando di intuire nell’ultima luce, se lo spiavano occhi nascosti e mani ferme su fucili bianchi di neve e ghiaccio. Non percepì nessuno. Ovunque vagasse lo sguardo, solo bianco e vuoto. Meglio una pallottola subito che sentire la vecchia Signora prenderlo un pezzo alla volta, rannicchiato e contorto su se stesso. Girò lentamente intorno al muro di confine del terreno. Scattò in avanti. Lasciò che fossero le gambe a portarlo. Arrivò alla casa e si appoggiò con sollievo al muro. Liberò il respiro. Aveva la gola piena di tosse. Si trattenne. Si ricordò di John e Peter, catturati dalla polmonite in trincea. Febbre alta, dolori acuti al torace, polso e respiro accelerato. Avevano sparato fino all’ultimo. La chiamavano dedizione al dovere e coraggio. O forse era solo disperazione. Camminando basso, si avvicinò all’ingresso principale. I lati erano incorniciati da due grandi vasi. Le piante bruciate dal gelo, su tutto quel bianco apparivano ancora più nere. Avvicinò l’orecchio alla porta. Era troppo spessa, impossibile sentire all’interno. Maledì guerra, freddo e paura, poi fece qualcosa di inaspettato. Bussò forte e attese. Dopo qualche attimo, alcune voci si alzarono brevemente, poi si persero di nuovo nel silenzio. Julian attese. Tra qualche minuto sarebbe stata notte. Stava diventando indifferente al suo destino. Come i ragazzi che aveva visto seduti sui cadaveri a consumare la propria razione. Inebetiti. La porta si aprì lentamente, solo uno spiraglio. Vide una mano  scarna e ossuta, il volto scavato di un vecchio, le sopracciglia folte e scure. L’uomo lo guardò. «Prego», disse in inglese, «entri, si accomodi pure». Julian si guardò attorno. Non c’era nessuno, era ancora vivo. La neve sarebbe rimasta fuori, senza di lui. Non c’erano uomini né animali in movimento. Entrò, veloce. «Permettete che mi presenti. Sono Patrick Lauwers, il proprietario di questa casa. O di quello che ne rimane o che rimane di me stesso». Gli tese la mano. Era fredda, secca, forte. Julian la strinse. Lo ringraziò e gli diede le sue generalità. Julian Lambert, ufficiale di collegamento della 87a Divisione di fanteria. Per un breve istante ebbe la sensazione di essere da un’altra parte, in un luogo dove poteva fare naufragio, dove fermarsi. In fondo al corridoio, la casa sembrava dare segni di vita. Ondeggiava una luce fioca e voci smorzate. «Venga, è la vigilia di Natale. Lei sarà uno dei nostri graditi ospiti.» Julian tentò di sorridere e si chiese dove era capitato. Le labbra gli dolevano. Sentì l’asprezza del sangue. Si tolse il guanto per passare la mano sulle labbra. Rilassò il braccio. Lo Sten gli pesava. Superarono un corridoio gelido con ritratti di uomini e donne alle pareti. A destra, intravide due cassettoni intarsiati con mazzi di fiori e aquile. Era tutto quello che riusciva a intravedere nella luce pallida. Lauwers gli fece strada in una vasta sala da pranzo. Intorno ad un tavolo Biedermeier, apparecchiato con ogni cura e illuminato da alcune candele che interrompevano il buio della casa, stavano seduti una donna bionda di una quarantina d’anni e due ufficiali americani. Si alzarono in piedi. Si squadrarono, circospetti, ognuno intento a valutare le reazioni dell’altro. Nessuno voleva fare caso alla corrente di timore che vibrava nell’aria. Il padrone di casa presentò a Julian la figlia Magdalena. Era alta, magrissima e molto bella. Indossava un abito nero a collo alto con i polsi di pizzo, stretto in vita da una cintura. Le diede la mano e sentì la pelle di lei, ruvida e screpolata. Appariva molto affaticata. Julian sentiva che il nodo allo stomaco si stava attenuando. Poi fu il turno dei due americani. Capitano Paul Harmon, psicologo a New York e sergente maggiore Simon Saint James della 2a divisione corazzata. Julian appoggiò il fucile a terra, accanto alla sedia. Harmon gli offrì una sigaretta. Fumavano tutti. Nella stanza c’era un’atmosfera irreale. Erano dei sopravvissuti temporanei di una guerra in corso. Figure indistinte dai volti intensi risaltati dalla fiamma delle candele e di qualche fiammifero. Julian scorse un presepe con le figurette mirabilmente scolpite in legno. «Belle vero?», disse Magdalena. «Le ha scolpite mio nonno. Una sorpresa per il Natale dei miei dieci anni. Le ho conservate gelosamente». Si passò la mano sul viso scavato. «La famiglia di mia madre era tedesca». Julian percepì il disagio della donna. Sentiva il senso di colpa fendere l’aria. Harmon guardava gli occhi di Magdalena, segnati dalla sofferenza. Saint James si alzò e si diresse verso la cucina dove si era recato il padrone di casa. Le voci svanirono, poi lo si udì ridere sonoramente. «Mio padre probabilmente sta riferendo qualche episodio piccante della sua vita giovanile. La vostra presenza, per quanto decisamente inaspettata, è molto gradita. Lui non ha voluto abbandonare questa casa e io non ho potuto lasciare lui.». Lauwers rientrò nella sala con una zuppiera che appoggiò fumante sul tavolo. «Vi offriamo un po’ di  waterzooi, un piatto caratteristico delle Fiandre. Mia moglie lo preparava sempre con la spigola. Invece oggi lo abbiamo fatto con il pollo. Di questi tempi, più prezioso di un diamante. Vi dirò un segreto». Lauwers ebbe un rapido sorriso. Mentre versava il contenuto della zuppiera nei piatti  raccontò di come avevano nascosto nel solaio le galline e il gallo. Tra inganni e sotterfugi erano riusciti a nutrirsi con qualche uovo e la loro carne. Magdalena andava nel bosco a cercare cibo anche per gli animali. «Abbiamo dovuto sopprimere il gallo. Era un noto cantore». Risero. Il disagio incominciò a incrinarsi. Harmon raccontò del suo lavoro a New York.  Curava anime ferite e scriveva libri sui diversi processi cognitivi. Spiegò che i suoi interessi erano occupati dai limiti delle funzioni della mente e sulle difficoltà del processo valutativo delle persone. Lui e Julian parlarono del ritiro delle truppe dalla prima linea, del periodo di riposo e del contrattacco alla 2a Panzer-Division, dell’evolversi della situazione. Scambiarono opinioni sulla dedizione al dovere, il coraggio e l’intraprendenza dei soldati, sulla lenta riconquista del territorio perduto. Lauwers e Saint James erano spariti di nuovo per tornare poco dopo con alcune bottiglie impolverate che il primo pulì con uno straccio pieno di buchi. Era champagne Krug molto freddo e molto, molto speciale. Patate e champagne. Tanto champagne. Non avevano altro. Champagne, patate e acqua fredda. «Ringrazio le bollicine che rallegrano questa vigilia di Natale, diletti ospiti. Le abbiamo nascoste in un buco scavato apposta per loro. Io stesso mi sono assunto questo prestigioso incarico». Lauwers, guardò sorridendo con simpatia prima le bottiglie, poi la figlia e gli ospiti. «Questo è vino per celebrazioni, ricorrenze e festeggiamenti e questa è una ben strana vigilia di Natale. Una notte speciale veramente. Brindiamo a questo incontro nella convinzione che ormai il vento stia cambiando». Alzarono i bicchieri e bevvero, assetati di aromi buoni. «Poche bottiglie conservate gelosamente, nascoste in un caveau naturale, molto naturale. Sotto la porcilaia. Ben protette, naturalmente. Questo è un eccezionale Salon» annunciò Lauwers. «Chi afferma che investire negli Champagne non dia soddisfazioni, si sbaglia. Ho sentito molti esperti affermare che il tempo sciupa le bollicine. Guardate invece come rispondono con queste raggianti note terziarie. Sono stati conservati al buio, a 10 gradi e con un’umidità al 70%». Magdalena fece uno sforzo e chiese a Saint James di essere informata su quello che accadeva sui campi di battaglia. Qualche soldato aveva già raccontato loro di aver visto l’orrore. La luce delle candele guizzava sui loro volti formando ombre inquietanti. Saint James rispose ruvidamente dicendo che non aveva voglia di raccontare nulla. Magdalena insistette ferma, con delicatezza. Doveva sapere. «Ce ne parli, la prego. So che a lei non può dare alcun conforto, ma io ho bisogno di sapere». Saint James vuotò il bicchiere. Iniziò a parlare ma la voce si incrinò. Attesero tutti in silenzio, masticando patate. Fu Harmon a intervenire. Sentirono di macabri campi di battaglia, di braccia, gambe e budella sparse sulla neve. Dell’odore aspro del sangue, del terreno coperto di pallottole, di carri armati in fiamme. A Julian bruciavano gli occhi per la stanchezza. Lauwers se ne accorse e gli riempì il calice. « Assaggi queste bollicine Billecart Salmon. Me ne sono rimaste tre bottiglie. Beviamo, questo champagne offre molta consolazione». Per qualche attimo, una parte di loro chiuse il mondo fuori. Conoscevano il valore del conforto per sopravvivere. Quando corpo e mente vengono messi alla prova duramente, diventa difficile farcela se non hai un abbraccio, una mano sulla spalla, la voce dei tuoi compagni. Il bisogno di fermarsi, di accasciarsi e non sentire e vedere più nulla diventa troppo forte. Harmon continuò a raccontare: «Macerie e ruderi ferivano. Quando non hai modo di riscaldarti e ti trovi immerso nella neve sette giorni su sette senti che qualcosa di te svanisce.

Marcia sulla neve vicino a Krinkelt
Marcia sulla neve vicino a Krinkelt

Quando ti fanno compagnia congelamento, polmonite e piedi doloranti diventi indifferente. Sei in mezzo alla carneficina, al caos. Sei scioccato e non capisci più nulla. Vedi davanti i carri con i cannoncini da 20 mm che sparano con mira eccezionale e poi esplodono in piogge di proiettili. Se non fossimo stati insieme, se non si fosse creato un legame indissolubile tra di noi, non ce l’avremmo fatta.».

Fortino mimetizzato nella foresta
Fortino mimetizzato nella foresta

A Julian e Harmon sembrò di sentire qualcosa. Lauwers e Magdalena afferrarono i loro fucili da caccia, Saint James fece lo stesso con il Garand che gli aveva fatto compagnia sulle ginocchia tutto il tempo. Con Harmon e Julian scivolarono silenziosi nelle stanze della casa. La tensione era racchiusa nel loro respiro. Il giro rapido non diede nessun esito. Niente. Rientrarono nella sala. I volti induriti, i corpi tesi. Controllarono che tutte le finestre fossero sigillate. Saint James faticava a recuperare la calma. Sembrava furibondo, la bocca contratta. Ricominciò a mangiare le patate, ormai del tutto fredde. Lauwers e Julian si scambiarono un’occhiata. «Abbiamo quattro uova sode. Le ultime e le divideremo in pezzetti. Continuiamo a farla sembrare una vigilia di Natale come le altre, per piacere». Julian bevve dello champagne. Intensamente generoso, sublime. «Era l’ultimo Krug» sospirò il vecchio. «Prevedevo di essere triste per averlo finito, ma non tanto, come lo sono in realtà. In fondo, alla mia età, lei pensa che riuscirò a godermi un Natale di pace e ad assaporare ancora qualche bottiglia di Krug e magari anche qualche calice di Bollinger? Julian rispose che ne era certo. In primavera sarebbero arrivati al Reno. Mentre lo diceva, percepì un senso di euforia. C’era ancora tanta strada da fare per finirla, questa guerra. La testa gli pulsava ma ascoltare il vecchio che parlava gli procurava un senso di benessere. «Per caso, sa cosa successe nella Champagne verso la metà del Seicento?» Julian disse di non saperlo. «Si ebbe la certezza dell’inutilità della sfida tra Borgogna e Champagne in merito al vino. La qualità dei rossi della Borgogna non era eguagliabile, meglio puntare sui bianchi. Ma non andava bene ancora. Tutti pensavano male delle bollicine che facevano scoppiare le bottiglie. Povere deliziose bollicine! Per molto decenni sono state l’assillo dei produttori che ritenevano la fermentazione in bottiglia un difetto. Pensi che sono stati i tedeschi a contribuire alla sua fortuna. Dal Medioevo fino al Milleottocento lasciavano le rive del Reno, per emigrare in questa regione. Johann Joseph Krugg era tedesco. Di Magonza. Joseph Bollinger veniva da Ellwangen.» Si fermò per prendere fiato: « Le radici di questa casa sono molto antiche. Risalgono alla fine del Cinquecento. L’azienda Renaudin Bollinger fu fondata nel 1829. I consensi e la fama furono eccellenti subito. Dal 1865 questi vini meravigliosamente secchi, sono stati esportati nel Regno Unito. La regina Vittoria li ha molto apprezzati così, dal 1884, hanno mandato reale. Pensi un po’! E poi la guerra, sempre la guerra, arriva e rovina tutto. Lily Bollinger ha avuto grande coraggio e determinazione. È una donna straordinariamente preparata. Ama vigneti e affari come figli. E cerca di proteggerli dai tedeschi che portano via tutto!». Magdalena e Harmon poco prima era scivolati in cucina per rientrare con cipolle lessate, condite con un filo invisibile di olio, rosmarino e prezzemolo. Magdalena, così sottile, faceva risaltare le spalle larghe e il torace robusto di Harmon. Aveva la fronte alta della persona diligente che ha attitudine allo studio, le sopracciglia dritte e il naso rivolto in su. Il viso della donna era leggermente arrossato. Harmon sorrideva, leggermente imbarazzato. Julian scoprì di avere il raffreddore. Gli venne da ridere, ma si trattenne. Era riuscito per un attimo a non morire congelato. Si sentiva infantile. Domattina sarebbe rientrato nella normalità gelata. Anche lì dentro era una ghiacciaia. Si morse le labbra. Lo strazio era nascosto in loro ma palpabile nell’aria. Eppure stavano passando una bella serata, seduti uno di fronte all’altro, galleggiando nella conversazione, sempre più stanchi. Era bello vedere Magdalena in abito da sera, sentirla parlare: «Lo champagne ha il suo segreto. Per ottenere un prodotto equilibrato, i francesi mescolano le diverse partite di vino, anche se di annate differenti. Nondimeno, io credo nei migliori Champagne, quelli provengono da un unico terreno e da uve della stessa annata.» Guardò  Harmon, pensierosa poi aggiunse: « C’era un mare, qui, sessanta milioni di anni fa. Se noi scavassimo sotto la superficie, solo per qualche metro, troveremo uno strato di calcare bianco formato grazie all’attività instancabile di quei antichissimi abitanti marini.» Magdalena si alzò e si diresse verso la credenza. Teneva in mano un mozzicone di candela. Nel buio si intravedevano le porte del mobile, intagliate con motivi di pesci e selvaggina. Da un ripiano tolse un piatto coperto da un tovagliolo di cotone ricamato. «Ecco il dolce. Una torta di pane. Si prepara con gli avanzi di pane duro. Che non è stato facile trovare. L’ho scambiato con un uovo. Al posto del latte, ho usato acqua. Lo zucchero mi è stato dato in cambio di una giacca. Cannella, noce moscata e frutta secca facevano parte del nostro tesoro. Dovrebbe essere servita con salsa al rum o caramello. Noi abbiamo lo champagne.» Harmon la guardò, come se le leggesse nella mente. Ebbe la certezza che stessero dividendo tutto il loro cibo. Gli occhi di Magdalena erano fissi sul piatto con un’espressione indecifrabile. Sembrava cercasse la forza per continuare la conversazione. La stanza, occupata dai loro tormenti, era inquieta, come l’atmosfera di un altro Natale di guerra. La prospettiva di un futuro invisibile raddoppiava la portata della loro afflizione e l’ostilità a chi aveva causato tanta sofferenza. Magdalena appoggiò il piatto sul tavolo e preparò delle piccole quantità per ciascuno. Disponeva il dolce su piccoli piatti fiorati. Le tremavano leggermente le mani. Alzò il volto con aria di sfida. Gli occhi avevano un’espressione severa quando disse, con sdegno e tutto d’un fiato :«Il regime nazista ha avuto un vasto consenso popolare. La società tedesca non si è ribellata. Si è posta in posizione subordinata, ha manifestato il diritto di essere irresponsabile firmando una delega in bianco su tutte le scelte che la riguardavano. In cambio dell’ordine e della buona amministrazione promessa ha offerto l’acquiescenza a un’ortodossia perversa. Kant ha già condannato questa complice minorità, questa mancanza di uso pubblico della ragione nella Risposta sull’illuminismo». Porgeva i piatti con le piccole dosi di dolce. « Il regime ha volutamente promosso la disgregazione della società civile. Siamo immersi in questa carneficina dove ogni giorno migliaia di persone usano armi, fanno esplodere bombe e divorano le nostre vite.». Smise di parlare e si alzò per avvolgersi intorno alle spalle uno scialle di lana nera pesante. Saint James si passò una mano sul volto e intervenne stancamente: «Lei ha ragione. Decisioni violente e fatali  possono anche sgorgare dai vertici politici e militari, ma non coinvolgono solo loro. Questa tragica guerra e tutto ciò che l’ha proceduta sono date dal consenso di massa al regime.» Saint James finì contemporaneamente di parlare e mangiare. Il silenzio era nervoso. Julian intervenne: «La politica tedesca ha avuto un consenso quasi unanime. Il Führer è vissuto circondato da lodi sperticate, in maniera diretta o indiretta anche i più riottosi si sono adoperati a sostenere la sua politica. Dovevamo immaginare che cosa avrebbe significato il massiccio appoggio al movimento hitleriano ben prima della conquista del potere». Magdalena guardò l’orologino che aveva al polso. Le era rimasto solo quello. Tutti i suoi gioielli erano stati trasformati in cibo e legna. Mancavano pochi minuti alla mezzanotte. Saint James intervenne, parlando piano: «Il regime ha adottato una politica di epurazione degli avversari politici. Tutte le organizzazioni che potevano rappresentare un ostacolo sono state  eliminate, come ogni forma di individualità. Ciò che c’era prima andava distrutto per far confluire tutti in una conformità forzata che ha unito il nazismo e la popolazione in un rapporto che doveva essere indissolubile». Harmon aggiunse: «Bisognerebbe interrogarsi  sul legame affettivo che la maggioranza della popolazione, tedeschi e austriaci, ha stretto con la propria guida. È stato questo legame a permettere il consolidarsi di questo nuovo, maledettissimo ordine che ha dato un fortissimo senso di appartenenza della comunità al suo buon padre». Julian sentì il gelo farsi più intenso. Harmon continuò: «Il fallimento dell’attentato di quest’anno in luglio ha scatenato la felicità della gente. Il Führer è sicuramente un mito per questa popolazione. Nonostante la sconfitta sia certa e il loro Reich stia crollando.» Si rivolse a Saint James e continuò accigliato: «Nella primavera del 1934, gli alti gradi dell’esercito espulsero gli ebrei all’interno di un’operazione di eliminazione avvenuto senza alcuna richiesta del partito. Provate a immaginare i cambiamenti nelle persone. Amministratori pubblici, alta magistratura e burocrazia hanno dato un apporto fondamentale. La categoria medica è stata estremamente zelante e collaborativa nello sterminio di malati cronici e disabili, a trasformare studi medici in laboratori per esperimenti su cavie umane.» La tensione e la rabbia era palpabile nella voce di Harmon. «Un attimo» lo interruppe Julian «non dimentichi che grandi industriali, proprietari e amministratori di imprese automobilistiche, chimiche e siderurgiche interagirono strettamente e calorosamente con il regime, sempre munifico di commesse. Non solo, per evitare turbolenze all’interno degli stabilimenti, la dirigenza chiese aiuto alla Gestapo. Gli intellettuali corsero a schierarsi con il potere. Sapete bene come un numero molto elevato di artisti, intellettuali e professori universitari hanno goduto di privilegi economici e prestigio grazie all’appoggio dato al regime. Sapete quanto hanno partecipato all’esclusione degli ebrei dalle istituzioni? È spaventoso, maledizione! Il consenso è stato strategico al governo. L’appoggio degli uomini comuni è stato vitale.». Magdalena disse, leggermente assente: «È tutto così spietato, duro, ingiusto». Julian si maledisse per aver parlato con poco tatto. O almeno così credette. Erano tutti esausti. Si chiese se era possibile cercare di recuperare la situazione. Ma quale situazione? Erano in guerra. Tra poche ore avrebbero attraversato chilometri di gelida e spettrale desolazione. Faceva talmente freddo che forse non sopravvivevano neanche i lupi. Si ripromise di chiedere se li avessero visti nei boschi lì attorno. Forse la guerra aveva ucciso o fatto fuggire anche loro. Ma fuggire dove? E loro tre? Potevano essere fatti fuori dai tedeschi, imprigionati, fustigati dal vento aspro, dalla solitudine dell’anima che aveva superato il livello di guardia. Dovevano abbandonare quella casa, lasciare i suoi abitanti ad un destino che nessuno conosceva. Patrick Lauwers era un vecchio ancora forte e solido, distinto, con la capacità di ridere di se stesso. Alleviava il tormento e la paura con bicchieri di champagne bevuti di nascosto. Forse era riuscito a conservare ancora qualche bottiglia. Magdalena, gli occhi pieni di buio, stava affrontando con molto coraggio la scelta di rimanere con il padre nella casa di famiglia, ma la paura e la solitudine la stavano divorando. Fingeva, affrontando con il silenzio, il perenne stato di allerta nel quale viveva, senza progetti e senza nostalgia. I contorni del suo profilo si espandevano e perdevano consistenza, lambivano le pareti della stanza. Harmon interruppe le loro voci. Gli sembrava di esercitare una prova di coraggio. Scosse il capo, cercando di contrastare le emozioni che gli procuravano i ricordi degli ultimi giorni: «È il giorno di Natale. La notte per un nuovo punto di partenza è di una bellezza struggente. Anche le persone che ci hanno ospitato sono così, forse senza rendersene conto. Vi siamo grati per la salvezza che ci avete offerto. I giorni sapevano di  vite distrutte, esplosioni infuocate, case sventrate, di occhi bagnati. C’è un che di misterioso in questa notte che mi impedisce di immaginare la giornata di domani. Non ci riesco. Posso solo dire che non conosciamo ancora la fine di questa storia iniziata questa sera. Esprimo solo il desiderio che tutti noi possiamo sopravvivere per diventare vecchi tranquilli, consapevoli e sereni. Come Patrick!» Harmon alzò il bicchiere. Li altri lo accompagnarono e vuotarono i loro. Gli auguri di Natale furono tutti lì. Nessuno poteva più tenere sotto controllo la stanchezza. Saint James, a voce bassa, affermò che avrebbe fatto il primo turno di guardia. Magdalena augurò loro la buona notte e con la mano abbozzò un piccolo gesto di saluto prima di salire le scale e sparire in un corridoio gelido e pieno di spifferi. Silenziosamente Julian e Harmon cercarono conforto in due vecchie poltrone, la mano stretta sui fucili. Si avvolsero nelle loro coperte con la speranza di non sprofondare in qualche incubo. Patrick Lauwers e Saint James si abbandonarono alla seduzione di un’ultima sigaretta. Saint James si chiese di quanto tempo avrebbe avuto bisogno la sua memoria per blandire l’essenza sfuggente e sotterranea dei ricordi dei bagliori delle fiamme infernali in cui era entrato.

Bibliografia

 

 

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