Silente solitudine in zona S. Giovanni al Natisone.

È vero, siamo stati avvertiti. La giornata FAI a S. Giovanni al Natisone  avrebbe potuto subire delle variazioni. Ma noi, piccolo gruppo di impavidi archivisti paleografi, complici aria tiepida e sole garrulo, pensiamo solo a godere della visita a villa De Brandis con estrema fiducia,  cinguettanti come merli canterini e gracchianti come corvi.

 

Il parcheggio davanti alla dimora gentilizia è, ai miei occhi, inspiegabilmente vuoto. Stupore, meraviglia o ingenuità? Siamo tutti avvezzi a non trovare luoghi di sosta liberi che tanto spazio ci lascia sbalorditi. Ci incamminiamo verso la villa, sede dell’attuale biblioteca civica, dove troviamo, ahimè, i cancelli sbarrati.

Ma visto che siamo in anticipo e con un certo appetito, partiamo alla scoperta del centro di S. Giovanni al Natisone. Domenica. Strada principale e vie secondarie. Silenzio. Deserto. Quello dei tartari. Non passa nessuno. Anche le anime trascurano il centro, sono volate via. All’improvviso, qualche macchina, di passaggio. Arriva, percorre la strada e svanisce, nella campagna. Al paese gli ospite non sono attesi. Forse manca la vocazione turistica. I bar sono chiusi. La domenica mattina, il caffè si prende solo a casa. Non esistono ristoranti, mancano trattorie, pizzerie, osterie o gradevoli locande dove far riposare le stanche membra e ristorare la gola con un cosciotto d’agnello e una pinta di birra! (si fa per dire, sarebbe andato bene pure un panino al prosciutto).  Che disdetta! Area disabitata, presenze aliene o abitanti riservati? Atmosfera surreale, formato campagna friulana. Modello Edward Hopper.

Edward Hopper, Early Sunday Morning, 1930

Improvvisa parvenza di realtà: mamma, bambina e bicicletta. Chiediamo informazioni per una eventuale ristorazione sostanziosa nelle vicinanze. Il leggero appetito si è trasformato in stato di bisogno e formalmente abbiamo superato l’ora del pasto principale. Su di noi si posa lo sguardo sconsolato di chi ha consuetudine a forme spettrali di convivenza domenicale. Scopriamo che non vi è nulla di più avventuroso della passione storica. Porta ad una condizione di indigenza. In paese è operativo solo il produttore di pizza al taglio. Sopportiamo la fame. Homo sum et humani nihil a me alienum puto. Se non possiamo nutrirci di cibo, ci nutriremo di sapere. Ebbene si, la passione dei documenti ci divora, un mobile antico travolge la nostra immaginazione, i settemila volumi del fondo antico De Brandis si imbattono nella nostra dimensione più insaziabile di bibliofili. Amiamo la carta.

Ci proponiamo di nobilitare il nostro sguardo con i dipinti e le stampe antiche che già hanno conferito, o almeno lo speriamo, levità ai De Brandis, vogliamo farci affascinare dallo snodarsi placido del patrimonio librario del paese.

Segnalo a tutti gli amanti dei libri, agli ossessionati delle edizioni rare, ai cacciatori di volumi introvabili, ai potenziali collezionisti di libri maledetti, ai ladri di pubblicazioni apocrife, che la biblioteca civica villa De Brandis gode di un piacevole e profumato parco.

Che nient’altro vuole dire che se vi volete godere quel meraviglioso tormento che è la lettura, avete a vostra disposizione un piccolo bosco privato, un parco delle Muse primaverile, che qualifica il luogo come regno ideale del lettore. Lo stato selvatico di certi passaggi, le palme che recitano una scena tropicale veramente suggestiva e il laghetto centrale ne fanno un vero paesaggio organizzato di emozioni armoniche. Tipiche anima di giardino all’inglese, qui progettato dall’agronomo di origini lombarde Giuseppe Rho. Siamo entusiasti ma veniamo presto travolti dalla mutevolezza delle emozioni. L’ingresso di villa de Brandis resta sbarrato. Ci raggiungono alcune coppie, aspiranti  visitatori, ma provano la nostra stessa delusione, incalzante. Il lavoro dell’immaginazione si arresta e produce una piccola spaccatura nell’armonia della giornata. I minuti passano, inesorabili, nessun potente incantesimo muta la forma del portone, lo spirito della contessa Caterina sospira, chiuso nella sua camera appartata. Nulla riesce a strapparlo dallo stato di solitudine. Grande sarebbe stata la sua gioia nell’ascoltare le conversazioni dei visitatori che l’avrebbero informato di quanto accadeva fuori. Grande sarebbe stata la nostra felicità a poter, con gli occhi, scavare nei ricordi remoti.

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