Illustri coiffeur in antiche vie a Trieste

Una parrucchiera, una paleografa, un poeta e alcuni antichi gentiluomini di Trieste condividono la passione per il colore verde. Verde albero, prato, campo, bosco, arbusto, basta che sia verde, soprattutto verde. Che sia quercia, pino nero, faggio, gelso, ippocastano, non importa. Amano l’albero e il suo verde.

Raggi di luce nel bosco

 

Che sia per amore, per bellezza, per profondo misticismo o apparenza simbolica, non importa il ruolo, la motivazione, gli interessi, nemmeno il tempo della storia così diverso, c’è qualcuno che partecipa con intensità della funzione emotiva e sociale della natura. Un colore complicato, il verde! Simbolo di speranza e fortuna, libertà e natura, di velenose pozioni (vi ricordate il coloraccio dei filtri della strega di Biancaneve?) e di pecunia diabolica. Ma il denaro è diabolico o no?

La strega di Biancaneve

 

A sentire la paleografa, la parrucchiera e il poeta Hesse, l’albero è il luogo dell’anima, il bosco il luogo dove perdersi nell’attesa di essere accolti nel sogno. Hesse scriveva che chi sa parlare e ascoltare gli alberi, conosce la verità. Mi trova d’accordo. Vi è mai capitato di passeggiare in un querceto e non riuscire a sfuggire all’incanto delle piante che stormiscono nel vento?

Muschio e foglie cadute

Vi siete impressionati qualche volta al pensiero di quanti ricordi misteriosi giacciono silenziosi nel tronco di un albero? Beh, io si. A me capita spesso. La mattina volge al bello. Cielo limpido, qualche nuvola e il sole che gioca a nascondino. La casa è stranamente in ordine. Il silenzio impera e io assaporo il mio caffè. La famiglia risponde ai suoi doverosi compiti da qualche parte, il che significa lavoro e scuola. Se qualcuno sta marinando in modo illecito ancora non lo so. Mariti, figli, nonni e parenti prossimi sono tutti presi dalle loro occupazioni quotidiane. Il telefono dorme. Mi astengo dal voler sapere quello che fanno i cugini di secondo e terzo grado. In tanti concordiamo che più si allarga il raggio delle intromissioni parentali, peggio si mettono le cose. Io oggi mi sento particolarmente energica e felice perché sono in ferie. Un solo giorno, prezioso. Una cosa rara. Il silenzio è fermo ma l’aura è sacra e frizzante. Primavera in arrivo. L’aria vibrante di trepidante attesa accende ricordi sonnolenti. Si ricompone il pensiero di una bella vacanza verde e pietrosa a Villalago, all’eremo di San Domenico, alle scarpinate nelle Gole del Sagittario, le gite a Scanno e Anversa degli Abruzzi. Pace assoluta e situazione suggestiva, misteriosi canti e tesori nascosti sotto le pietre. Passaggio obbligato: il giardino botanico Gole del Sagittario. Gli animali selvatici hanno qui un rifugio sicuro. Evviva, peccato ce ne siano pochi di luoghi sicuri per i selvatici. Mi rende lieta sapere che ai cretini con fucile in mano è vietato l’ingresso perché comprendo bene il valore di un animale selvatico, lo sono anch’io. Gli umani spesso esercitano il loro diritto all’esistenza con maleducata prepotenza nella convinzione che tutto sia loro dovuto. Come bambini. Sono una che spera sempre che qualche sogno si realizzi, tipo non avere notizia di orse ammazzate a causa di umani (l’unico orso che si avvicina volentieri agli umani è Yoghi) carabino-maniaci. Giusto per fare un esempio. Beh, un sogno piccolo e poco selvatico in verità si è realizzato. Nessuna montagnola di maglie assopite sulla poltrona della camera da letto o asciugamani umidi e scomposti ai piedi della doccia, nessuna necessità di organizzare un comitato familiare per elaborare strategie sul valore dell’ordine casalingo, niente corse al supermercato. Tutto ciò che serve per la sopravvivenza di qualche giorno è depositato nella dispensa. All’apparenza non c’è nulla che possa impedirmi di sperimentare una possibile eccellente giornata di ferie, iniziata con modeste riflessioni su colori, animali e natura. Pensieri in libertà, insomma. E invece no, qualcosa c’è. La perfezione non appartiene a questo mondo. Ho modo di guardarmi allo specchio e con una certa incredulità noto, come non ho mai fatto prima, che quello che sta sulla mia testa è un groviglio elettrizzato di capelli.

Specchio antico

Realizzo immediatamente che è una condizione deprimente. Penso subito all’eventualità di rompere la beata solitudo che mi ero prefissata di godere, per sottoporre il capello ad un taglio drastico nella speranza che mani esperte possano ammorbidire la tensione nitidissima presente nella mia chioma. Devo ammettere che i miei capelli hanno sempre posseduto un certo dinamismo interno, forse manifestazione concreta del temperamento ribelle della proprietaria. Talvolta è appena percettibile e si nota grazie ad alcune ciocche sfilate e affilate che cadono sulla fronte. Se le sposto, lì ritornano. Altre volte, la mia capigliatura se ne sta quieta nella sua riservatezza per poi esplodere a ritmo di mambo irrequieto. Mi guardo e riguardo, nella speranza che intervenga una trasformazione miracolosa che invoco, nonostante sappia non essere possibile. Passano cinque minuti, impiegati a gironzolare con il pettine sulla chioma tormentata fino alla decisione più consona alle circostanze: telefonare a Valentina, la donna dalle mani di forbice, colei che fa la differenza quando vuoi apparire trendy, sentirti glamour oppure preferire una soluzione di semplice eleganza. Va bene anche per un look soft o irresistibilmente a la page. Bene, basta, ho solo voluto dare l’impressione di sapermela cavare con alcuni termini molto in voga. Mi infilo nei miei soliti jeans battaglieri ed esco. Ho avuto una fortuna sfacciata. La messa in piega precedente ha dovuto rinunciare causa febbre e la sottoscritta l’ha sostituita con tempestività. Passo un certo tempo con la mente occupata nel tentativo di decidere quale forma far assumere alla mia chioma quando, allungata e rilassata su una delle poltrone del salone di Claudio, avrò alle mie spalle la magistrale espressione creativa di Valentina. Nonostante il mio subbuglio mentale, non arrivo a nessuna conclusione. Poco male, sarà una decisione corale, ossia io propongo, Valentina ripropone e poi dispone, cosa che io approvo. Con trasporto. Valentina mi piace. È una che va per boschi, che sa intuire la magia dello slancio festoso degli alberi. Vive con timidezza, in alto. È una civetta che si mostra senza mai farsi vedere veramente, nascosta lassù, tra i rami del pino tempestoso. È una così. Io quando guido, rifletto. Oggi penso in chiave liberamente boscosa. Intanto la fortuna mi accompagna. Va detto che Trieste non è certo una città da parcheggio libero, bisogna alleggerire di parecchio il borsellino per occupare il suolo pubblico. Stavolta invece mi divincolo con destrezza dal traffico ossessivo di via Rossetti, svolto a sinistra e imbocco via Crispi. Sono pronta. Sguardo profondo e fiero, prontezza di riflessi per agguantare il primo parcheggio libero, a destra o a sinistra. Possibilmente non in zona divieto con cartello occultato dalle incantevoli fronde dei platani. Incantevoli ma ingannevoli. Ingannevoli come le Smart posteggiate tra due siluri, Mercedes o BMW, per intenderci. Improvvisamente esulto. Ho trovato dove sistemare la macchina senza obbligo di spesa. Metto la freccia pronta a virare a sinistra e… niente… la superutilitaria che può parcheggiare in spazi limitati dimostra di essere altezza della sua fama, occupa uno spazio minimo, invisibile dalla strada. Procedo, sorvolo sul mio umore che si può ben immaginare. La fortuna mi assiste, o quasi. Incredibile, nonostante l’esasperazione e la pazienza esausta, individuo un furgone da trasloco in fase di allontanamento. Accelero con la cattiveria negli occhi e mi infilo, con le ruote infuocate, in uno spazio della larghezza di ben più di quattro Smart. Unico neo della questione, mi trovo in via Pindemonte, ad una distanza notevole da via del Toro, dov’è ubicato quell’ambiente tranquillo e rilassante che risponde al nome di CHS dove sono operative le brillanti forbici di Valentina, hair stylist. Supplico il tempo di fermarsi davanti a villa Franellich dove sosto per infilarmi gli auricolari.

Villa Franellich, foto tratta da www.lamiatrieste.com
Foto tratta da www.lamiatrieste.com

La strada è lunga, la musica mette le ali ai piedi, i Simply Red sono un ottimo carburante. Sorpasso la scalinata di via Ireneo della Croce, il teatro Rossetti, attraverso la via omonima. Il rosso al semaforo mi indica che posso passare serenamente tra le macchine. Cosa che faccio con una certa celerità. Mi incomodo a pensare che la via Crispi, oggi stranamente silenziosa, abbia una estensione considerevole. Trascuro di considerare la voce della coscienza che mi dice che se mi fossi mossa prima, avrei potuto affrontare la strada senza affanno. Penso anche che sia inutile recriminare. Gli edifici della via attirano la mia attenzione. Non c’è molta luce ma i palazzi calati sulla strada rimandano all’antica bellezza della città.

Parte dell'Isola Chiozza
Parte dell’Isola Chiozza.

Una conferma della possibilità che il fascino della giovinezza si conservi anche nell’età matura. Una mia speranza. Ciò che incupisce il mio pensiero è che in questa zona della città (fosse l’unica!) è evidente l’assenza di verde pubblico. Per vedere un albero devo arrivare al viale XX Settembre. Che sarà dietro l’angolo ma non toglie nulla al fatto che le albe e i tramonti di queste strade non vedono niente che si avvicini ad un arbusto che non sia di proprietà privata. In compenso sui marciapiedi sonnecchia una quantità considerevole di immondizia, sparpagliata in colorato disordine tra i cassonetti. Basterebbe un colpo di vento per trovarla in bella mostra sulla strada… ma lasciamo perdere, sto divagando. Sono quasi, dico quasi, arrivata al salone di Claudio, parrucchiere di fama internazionale. Con il suo team solleva donne (e uomini) dal sentirsi trascurati, lamentosi e depressi e li restituisce ad un aspetto fresco, straordinario e pieni di gratitudine per la vita. Beh, forse esagero un pochetto, ma non proprio tanto. Eccomi, davanti alla porta dell’Eden estetico, praticamente di corsa ma in orario perfetto. Giusto il tempo di uscire dal guardaroba che arriva la Vale. Abbraccio con trasporto. Piccola, sottile come un giunco (chissà se dorme per una notte intera da quando è nato il pargolo), occhi brillanti di vibrante arguzia benevola, sguardo vigile e sorriso impertinente, la Vale è buona come una mela verde succosa. Ha il suo lato acidulo che la rende umanamente deliziosa. Supera ostacoli, risolve problemi e se ne procura altri. Tutto contemporaneamente. Lava, asciuga e taglia le chiome senza sbagliare un colpo. Sei forte e combattiva ma non vuoi rinunciare ai capelli lunghi? Vuoi un caschetto multicolor, un taglio asimettrico, sei minimale ed eccentrica e non puoi fare a meno della frangetta corta o di un pixie cut? Fatti vedere da Vale che farà sfoggio di tutta la sua bravura (e ironia) per rimetterti a posto la testa e l’anima. Mi sistema sulla poltroncina e dopo una riflessione profonda che facciamo insieme, la mia chioma verrà accorciata di molto per essere esaltata da un lob. Lob? Ammetto la mia ignoranza. Mi si informa che lob sta per “long bob” ossia un caschetto lungo che oltrepassa di poco le orecchie e sfiora quel minimo, ma giusto quel minimo, le spalle. Mi astengo dall’informarmi quale sarà lo styling. Nella vita ci sono delle cose che bisogna subire e basta. Valentina procede a colpi di forbice, schiuma e phon. Argomento di conversazione: avventure di donne e storie di mamme. Ovviamente. Ad operazione conclusa, non smetto di ammirarmi allo specchio. Effettivamente sono molto migliorata, umore e autostima hanno avuto una spinta all’insù, cosa che mi induce a pensare che posso aggiungere alle cose buone della giornata qualche acquisto in termini di abbigliamento. Ci salutiamo con particolare calore ed esco dal salone, chiudo la porta e… e… Allora, passi che nella vita accadono cose straordinarie, ma qualche garanzia di continuità è meglio averla. Oltre ai capelli è probabile che io abbia perduto pure la ragione o nel mondo sta accadendo qualcosa di straordinario? Alcune delle case sono scomparse, l’asfalto e le strade sono state sostituite da prati, campagne, rivoli d’acqua, un torrente sonnolento e stagnante, sentieri sassosi, orti più o meno incolti. Certo che non è facile descrivere una situazione così poco convenzionale. Almeno ci fosse stato qualche preavviso o un invito a provare la macchina del tempo. Invece niente. Esco dal negozio del parrucchiere e zac!… mi ritrovo nella Trieste di due secoli fa o giù di lì. Come dite? Che non è possibile? A me sta succedendo e non so ben come sentirmi. Alla pancia mia piglia una strizza che mi aggroviglia i pensieri non poco. Che cosa posso fare? Non trovo elegante mettermi a strillare aiuto e comunque non è detto che qualcuno mi senta. E poi non ho molto fiato. Di sicuro non mi annoio, l’evento che mi sta accadendo è veramente incredibile. Spero non appartenga a quel concetto di vita spericolata che cantava Vasco Rossi qualche anno fa. Visto che niente fa pensare al pericolo, opto per una trasformazione mentale stile Pippi Calzelunghe e mi godo l’avventura. L’aria intorno è frizzante. Mi faccio coraggio e sfido la sorte. Poco più a destra, il tratto di strada chiamato viale XX Settembre nell’anno 2018, è immerso in un brusio sommesso. Davanti a me, filari di tigli e acacie frondosi, qualche panchina, sciami di insetti e alcune dimore di certa eleganza. È meglio che mi organizzi e vi racconti come stavano un tempo le cose qui da queste parti. Giusto un accenno. La strada dove mi trovo, la via del Toro è stata così titolata per l’usanza della caccia ai tori. Caccia ai tori a Trieste? Eh si, a quanto pare, si tratta di un’antica tradizione popolare, in auge in tempi medievali tanto a Siena come a Roma e Venezia. Ad un certo punto, a quanto ne so, parecchi secoli dopo, anche Trieste ambisce a provare emozioni fortissime e per questo fa erigere, durante il Carnevale del 1802, un anfiteatro provvisorio in legno per accogliere quei spettatori triestini bramosi di curiosità rosso sangue e urla strepitanti e ansiose. In tempi brevi, a quanto ne so, le autorità ne decretano la pericolosità e chiudono baracca e burattini. Probabilmente molti vigorosi signori e piumate gentildonne perdono l’occasione per esibire chiome brillanti, volant danzanti e gioielli di famiglia. E giusto per essere sicuri che a nessuno venga il ghiribizzo di riproporre questo passatempo, si cambia la titolatura alla strada che diventa via Bellinzona. Evidentemente ai contemporanei non suona troppo bene, magari qualcuno ripropone la titolatura con il Toro e così rimane. Senza tori e senza cacce. Non voglio fare una tragedia, ma non solo il salone del mio parrucchiere si è rivelato essere un passaggio spaziotemporale e questo capirete bene, ha il potere di suscitare un notevole timore e grande incredulità, ma peggio è che mancano quelle vetrine dove poter ammirare il mio nuovo taglio. Me ne accorgo solo adesso che, con notevole coraggio e nonchalance, considerata la mia posizione, affronto il paesaggio tipo selva arcadica con la graziosità del clima, i punti panoramici e le persone in giro che sembrano non vedermi (probabilmente sono invisibile). Saltello fino in viale XX Settembre. Erba verde menta di qua e di là, alberi giovani, uccelli fischiettanti, cielo turchino. Certo che in questi tempi, su per giù siamo ai primi dell’Ottocento, il “Viale” non è è conosciuto come viale ma “Acquedotto”. Vi racconto in breve che qui i Romani hanno impiantato canali, pilastri e arcate per approvvigionare la città di acqua. Il tutto con partenza dal Monte Spaccato, discesa in direzione saline, campagne e boschi per arrivare nella parte bassa della città. E visto che niente si crea dal nulla, l’imperatrice Maria Teresa pensò bene di riprendere le competenze romane e procurare una rete idrica di notevole funzionalità a Trieste. Non è un caso che dove c’è acqua, oltre a campi e prati, ci stanno pure le fabbriche e infatti l’imprenditore e chimico Carlo Luigi Chiozza apre nelle vicinanze del Ponte Rosso una fabbrica di saponi.

Ponte Rosso. Foto di Mauro Gladi in Trieste che non c'è più. Foto e stampe antiche
Ponte Rosso. Foto di Mauro Gladi in Trieste che non c’è più. Foto e stampe antiche

I guadagni cospicui fanno si che qualche anno dopo possa trasferire l’attività nella zona che assume il nome di “Isola Chiozza”. Il signor Chiozza, acquisto dopo acquisto, diventa proprietario del territorio che va dall’antica via del Torrente, a via Paduina, via del Toro, via Chiozza (via Crispi) e dall’Acquedotto alla via del Boschetto di fianco all’Ospedale.

Via del Torrente. Foto di Franca Marini in Trieste che non c'è più. Foto e stampe antiche
Via del Torrente. Foto di Franca Marini in Trieste che non c’è più. Foto e stampe antiche

E siamo su per giù nel 1801 quando, pensa che ti ripensa, decide che potrebbe essere fantastico aver la casa padronale a portici accanto alla fabbrica e magari anche altre dodici case in stile neoclassico. Cent’anni dopo, ai primi del Novecento, incuranti del costo della demolizione e dello smaltimento dei materiali, come invece funziona oggi, tutta l’Isola verrà demolita per costruire il nuovo complesso delle Assicurazioni Generali.

Ma questa è una storia ancora di là da venire. A occhio e croce, l’evento straordinario che mi sta capitando, lo daterei alla metà dell’Ottocento, quando Assicurazioni Generali, Lloyd Adriatico e RAS sono una realtà alquanto espansiva sul territorio. Panciotti candidi, orologi da taschino e pantaloni affilati sono impegnati a rafforzare il legame tra mondo assicurativo, commerciale e bancario. I triestini e quelli che aspirano a diventarlo, perché a Trieste quando arrivi o non te ne vai più, o te ne vai con tristezza, sono pronti per la nuova ferrovia e il porto. Il completamento della Südbahn è datato 1857. Intanto l’ingegner Talabot fa centro con il suo progetto portuale ma i lavori sono lunghi e alla fine del secolo è necessario metter mano al potenziamento di moli e banchine. In un primo tempo, prima dei gioiosi utili, anche Suez e il suo canale danno qualche preoccupazione. Trieste vanta pochi profitti mentre Napoli, Genova e Venezia incassano molto di più. Che dirvi ancora? L’atmosfera è tiepida, l’aria languida e rilassante, le ville si arrampicano fino in alto verso il colle del Farneto. Il nome deriva dalla farnia o anche quercia comune. Inizio a salire, i miei piedi avanzano e guardo l’ora. Ops… il tempo si è fermato… le lancette sono ferme a un’ora di marzo del 2018. Essendo una schiappa nella lettura del sole, ignoro l’ora di questo imprecisato anno del 1800. Preferisco soprassedere ed evitare mi farmi accecare. Silenzio, poche voci smorzate. Solo due carrettieri alzano i toni, aspri e promettenti futura roventi per il mondo. Una lavandaia cammina svelta con i panni in equilibrio sul capo, alcuni gentiluomini, volti seri e accigliati, barba e baffi trionfanti passeggiano in look nero, austero e rigoroso. Medito e arrivo alla veloce conclusione che non sento la mancanza dell’asfalto e di ogni altro puzzolente e rumoroso mezzo motorizzato. Mi ricordo l’angoscia e i non pochi dispiaceri durante i tentativi di conquista posto macchina in via Crispi, pardon, via Chiozza. Ragazzi che pacchia! Piano piano la natura soccombe alla costruzione della città. Ma non c’è il teatro Rossetti. Probabilmente le autorità ne stanno discutendo la costruzione con Niccolò Bruno e il marchese Malaspina. Bisogna aspettare il 1878, in primavera. Rossetti, Rossetti… chi era costui?… vi chiederete. Mi farebbe piacere fare la sua conoscenza. Chissà che tipo è.

Collezione privata. Monumento a Domenico Rossetti
Collezione privata. Monumento a Domenico Rossetti

Ufficialmente Domenico Rossetti è un giurista, umanista e patriota. Uno dei molti figli, dodici per la precisione, di Antonio armatore, ricco mercante e proprietario di una fabbrica di rosolio. Anche la madre è figlia di mercante, ma di Venezia. I documenti ci informano che i Rossetti in laguna sono di casa, al servizio della Serenissima Repubblica. Veleggiano tra Venezia e Trieste dove si dimostrano mercanti illuminati, proprietari di beni mobili, immobili e di una linea di navigazione che frutta il titolo nobiliare all’allora Antonio che, ammesso prima nel patriziato triestino, diventa poi conte per volontà del duca di Modena. Questo nel 1779. Tutto bene per la famiglia, finché a rompere le uova nel paniere non ci pensa il piccolo Napoleone che con una conquista oggi e una domani, fa precipitare gli affari della famiglia. Domenico, nato nel 1774, dimostra di essere un bimbetto sveglio e vivace così lo mandano a studiare dai Gesuiti a Prato, al Cignonini. Istituzione scolastica che cent’anni dopo ospita pure il Vate abruzzese. Passano gli anni e nella vita, si fa uomo di sentimenti romantici, sforzi poetici, studi filosofici e giuridici. Armato di spirito pragmatico, a Trieste, mette mano alle finanze disastrate della famiglia, tappa buchi e falle grazie all’impegno profuso nel suo studio legale.

1831. Avvocati e Notai in Trieste. Foto di Iure Barac in Trieste che non c'è più. Foto e stampe antiche.
1831. Avvocati e Notai in Trieste. Foto di Iure Barac in Trieste che non c’è più. Foto e stampe antiche.

 

Si specializza in diritto marittimo e nelle amicizie che contano. La seconda occupazione francese non gli fa un baffo. Piuttosto incappa in qualche guaio con il Governo centrale austriaco in merito a questioni di ripartizione fiscali. La Ragioneria imperiale non incassa un centesimo e il Rossetti si ritrova alle costole un certo numero di spie che lo controllano per un tempo lungo lungo. Dopo le difficoltà con gli austriaci, finisce nel gorgo del maelstrom all’ennesima calata dei francesi. Incaricato, in qualità di preside magistratuale, di spremere la città, Rossetti adotta invece un atteggiamento favorevole alla cittadinanza, deludendo i gallici con il suo operato. Destituito, viene spedito in fortezza a Palmanova. Gli austriaci, una volta ripreso il potere, gli danno del voltagabbana e gli tengono gli occhi incollati addosso. Mai una gioia! Ma perché nessuno lo lascia studiare in pace? Quante seccature! La politica lo distoglie dagli amati documenti triestini e italiani, che più italiani di così non si può. Esterna la sua passione per Petrarca nei commenti e nelle raccolte. La sua è una passione talmente appassionata che nei tempi contemporanei, Trieste beneficia di uno dei tre musei esistenti al mondo dedicati al Petrarca. Nonostante i guai con le politiche, Rossetti trova joie de vivre immerso tra le carte del vescovo di Trieste Piccolomini, che poi fece anche il papa. Enea Silvio, così faceva di nome il Piccolomini prima di diventare Pio II, a Firenze, frequenta la crème de la crème degli umanisti del tempo: Poggio Bracciolini, Leonardo Bruni e il Filelfo. Ha una certa propensione anche alle frequentazioni femminili, ma questo è un altro discorso. E dove si possono compulsare serenamente carte e documenti dei nostri cari antichi? Si chiede il Rossetti. Dopo una attenta riflessione, penso io, gli viene su l’idea di farsi costruire una casa in zona Acquedotto. All’epoca, praticamente una Arcadia in miniatura. Domenico, che un deciso super attivismo nel sangue ce l’ha, decide che questo è il luogo confacente per allontanarsi dalla volgarità degli affari e appagare i sensi di umanistica cultura. Si fa tirar su una villetta niente male tra alberi, serre e varietà di fiori, statue e sedili in pietra. Intorno torrenti romantici, polle salubri e agili cipressi. E mentre noi, comuni mortali, ce ne saremmo rimasti in giardino con qualche bel libro giallo, un bicchiere di bianco fresco e qualche stuzzichino, lui, mai pago, oltre ai documenti antichi, si ritrova ad avere il pallino del bene pubblico. Considerata la situazione attuale, anno 2018, Rossetti è veramente un esempio di un uomo d’altri tempi. In pensieri, opere e omissioni. Risolve di far interrare il torrente che gli produce nugoli di zanzare fastidiose ( l’Autan non lo avevano ancora inventato, penso) proprio sotto il naso e, visto che ha a cuore l’interesse dei cittadini, allunga pure la zona di passaggio. Che va da casa sua fino al ponte di Chiozza. L’idea costa e parecchio. I concittadini ricchi plaudono al progetto ma non sborsano un centesimo. Il cuore batte d’entusiasmo ma la mano resta distante dalle banconote. Come sempre. Rossetti non demorde. Mette la sua parte e anticipa un sacco di soldi che nessuno gli restituirà mai. Nel 1808 il Governo intende mostrarsi benevolo e impone a chi abita lungo il torrente di partecipare all’interramento della zona. Meno male. Ma non basta. Non sarebbe utile pubblico piantare un bel viale alberato? Di non immediata realizzazione, ma alla fine si fa. Due file di alberi, a destra e a sinistra ed ecco a voi un vero viale. Manca ancora qualcosa per rendere la zona culturalmente vivace. Si decide per il teatro. Un teatro praticamente in campagna?

Collezione privata. Politeama Rossetti
Collezione privata. Politeama Rossetti

Per un po’ la gente nicchia, poi, un’operetta oggi, una commedia domani, musiche trionfali e vorticose danze mascherate attirano un pubblico sempre più numeroso. Api sul miele. E come è giusto, il teatro, colonnato superbo e scalinata elegante, viene dedicato alla memoria delle virtù di Domenico Rossetti.

Collezione privata. Politeama Rossetti
Collezione privata. Politeama Rossetti

Uomo decisamente poliedrico, poco amante dei tumulti della modernità, questo concittadino, estenuato da francesi e austriaci e che al tedesco preferisce la lingua di Dante, nel 1810 fonda la Società di Minerva e la rivista Archeografo triestino, pubblicata dal 1829. Intanto la via dell’Acquedotto si allunga fino all’altezza della via Kandler e poi ancora, arriva in via Margherita. Sapete che per vincere ogni forma di spaesamento la cosa migliore è la storia? È potente la storia, ti aggancia alla materialità della vita, in qualunque epoca tu possa essere stato catapultato. La storia spiega, racconta e introduce al riconoscimento delle valenze contraddittorie dell’umanità. Ma probabilmente una simile chiave di lettura è destinata ad essere ostica, nei tempi attuali. Questo balzo indietro nel tempo è una situazione alquanto singolare, suscita un certo languore e non riesco certo a passare sopra a questo disagio. È pressapoco ora di pranzo, l’orologio è fermo, ma la debolezza parla chiaro, mi avvio verso via Nordio, direzione DiVino in Vino ma, ma, ma… non c’è. E certo che non c’è, sono stata catapultata nei primi anni dell’Ottocento e pretendo di trovare DiVino in Vino. Che sciocchezza! L’Arcadia triestina è godibilissima, ma mi punge la nostalgia d’ asfalto. Grigio e puzzolente come non mai, ma più praticabile dalla mio immaginario. In ogni modo non è una giornata emotivamente noiosa, questo è certo. Il sole si allunga e sulla via si distendono le prime ombre. In sottofondo, i torrenti scorrono rumorosi, compagni delle solide radici dei gelsi, sistemati in filari e gustoso nutrimento per i bachi da seta. L’acqua qui è dovunque, nel torrente di via Carducci, in via Battisti e nelle sorgive d’acqua potabile: la contrada delle Acque, una denominazione quasi fiabesca. Una storia che mi piace far iniziare così: c’erano una volta i bachi da seta che abitavano nelle vie Polonio e Brunner. Fino alla metà del Settecento, in un mondo verde di boschi e prati, i filari di gelsi, generosi di legna da ardere e legname da lavoro, ombreggiano tutto intorno la zona di via Nordio e danno abitazione ad animaletti di notevole appetito che mangiano notte e giorno le foglie del gelso. Per riassumere: in zona ci fu un tempo in cui si cacciavano tori, le acqua scorrevano sotto gli alberi di more dove trovavano ospitalità i bachi e la seta si lavorava in casa. C’è vita in zona Chiozza! Così tanta e intensa che bisogna aprire nuove strade, tagliare vie e allungare camminamenti. L’attività ferve. I Francol e i Marchesetti in via Paduina fanno coltivare i terreni di proprietà, Muzio de Tommasini, che fa l’illustre botanico e podestà di Trieste fino al 1861, promuove l’ospizio dei poveri, il museo di Storia Naturale, scopre più di trenta piante e nel 1854 crea il Giardino Pubblico.

Collezione privata. Ingresso del Giardino Pubblico
Collezione privata. Ingresso del Giardino Pubblico.

A quanto ho scoperto durante i miei training archivistico/paleografici, sul fondo appartenuto alle Reverendissime Benedettine, così tanto turbate nei loro animi religiosi che l’autorità comunale decise l’erezione di tre Case del Signore per salvarsi l’anima. Il giorno è alto da guardare da un altro tempo così lontano, le emozioni cadono addosso e sorprendono. Lo sguardo si posa sul verde pieno, sui rami che scoppiano di germogli, sui tronchi giovanili che si apprestano a diventare gloriosi combattenti contro le forze potenti ed equivoche del tempo. Istante per istante, il fascino di questo mondo si dispone negli interstizi della forza creatrice della fantasia. È il momento giusto che io rientri e collochi questa giornata sinistramente fantastica nell’apparente disordine del sogno. Se stamattina ho percorso la via Crispi, adesso salgo verso il Passeggio del Boschetto. Il tempo sta cambiando. Nuvole di pioggia e aria fredda. Ancora alberi, doppio filare di rami protesi verso il cielo, la porta alle falde del Farneto, alberi dal temperamento protettivo, affettuosi custodi della memoria, celano sorpresa e disappunto davanti alle brutte poltiglie prodotte dall’opulenza contemporanea che galleggiano tra macchine, bottini delle immondizie e viandanti opachi stanchi del giorno. Piantati in giorni soleggiati hanno visto poca ricchezza, tanta modestia e miserabili povertà, avvolti nella velina dell’ordine e del senso civico che a volte era solo timore di solenni punizioni. Lividi e palpitanti raccolgono nel fogliame l’acqua che rasserena lo spirito e persuade alla meditazione. Tra 1700 e 1800 inoltrato, a Trieste si piantano alberi e arbusti in ogni dove, si rivestono colli bruni, si rimboscano desolate lande carsoline e si ombreggia il viale cittadino. Un entusiastico e utile fervore politico di uomini illuminati e ferventi sostenitori del bene comune (estinti da parecchi anni) si danno un gran da fare. Grandi profitti e fervida intraprendenza si sposano ad un senso dell’estetica di alto profilo che latita negli anni a venire. Verde profondo, verde felice e silenzioso, verde novello e verde di passaggio, verde timido in radici profonde, chiome giovani e fresche. Ammettiamolo, i Biasoletto, de Tommasini e Marchesetti hanno fatto la felicità di molti. Alla fine dell’Ottocento, tramway e omnibus portano cittadini e comitive a divertirsi dalla città al Boschetto e viceversa. Orchestrine, bande militari, concerti. Rigore e abbandono, ingenui incanti e inflessibili doveri, vitalità prodigiose e avidità incontenibili, amori anonimi e passioni turbolente, contestazioni, contumelie e approvazioni, tutto questo insieme, tra la dolcezza sconcertante degli alberi. Prendo la strada in salita e mi intrattengo in una conversazione molto animata con me stessa. Anche se so che non è buona cosa da fare, un confrontino veloce veloce tra amministratori passati e presenti mi scappa. L’analfabetismo funzionale ha riempito i centri di potere, notoriamente privi di motivazioni razionali e sentimenti ragionati. Non è strano che in un’epoca che si accompagna all’instabilità e all’incertezza, a fragili vulnerabilità e a un soggettivismo spesso delirante non si approfitti della possibilità che può offrire una decorosa educazione scolastica che dovrebbe avere la sua ragion d’essere nella trasformazione ormai indispensabile della realtà in poesia e solida bellezza? A volte produco eccellenti pensieri complicati. Ho l’impressione che in questo giorno così misterioso gli eventi si siano mescolati in modo bizzarro. Pensieri e silenzi lasciano alla vita solo la parvenza della forma. Il tempo diviene un luogo di passaggio, l’estensione delle storie immaginate che fanno capolino tra quello che rimane della dolce malinconia e la selvatica sensibilità dell’esistenza. Il passato resta nella memoria, in un altro luogo, completamente differente, ma uguale, al presente. Ieri e oggi si confondono. Il vetro della mia automobile riflette l’immagine di una chioma vibrante e intensa. Di profilo, il naso rimane in penombra. Meno male. L’occhio si immerge nella perfetta opera d’arte di Valentina. Forse è l’illusione della bellezza. Ma anche alle illusioni bisogna credere.

Ringrazio il signor Sergio autore del sito www. lamiatrieste.com per la bella foto della villa Franellich. Sono riconoscente a tutti i partecipanti della pagina Facebook “Trieste che non c’è più. (Foto e stampe antiche)” per il superbo lavoro di raccolta di immagini e ricordi, in particolare Iure Barac, Mauro Gladi e Franca Marini.

 

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