Fruscio di seta e itinerari euroasiatici

Se sfogliamo i giornali economico-finanziari scopriamo che viviamo nell’epoca che molti definiscono della Quarta rivoluzione industriale. Il linguaggio economico e politico, a livello globale, ci propone in termini di condivisione, reciprocità e rassicurazioni, multiformi innovazioni, industrializzazione sempre più rilevante, opportunità di crescita, molteplici scambi di collaborazione sempre più aperti e non si sa come, ancora più globali. Innumerevoli delegazioni di diversa provenienza stringono mani, lavorano alacremente, siglano futuri contatti e contratti. Tutto questo all’interno di una stretta interdipendenza tra politiche economiche, finanziarie, sociali e geopolitiche. Magari anche culturali. Non se ne parla ancora o se ne parla poco, ma non si sa mai. Nei nuovi scenari che emergono diventa sempre più necessario rendere sostenibile il dialogo tra innumerevoli necessità e numerose entità nazionali. È in questa prospettiva che Pechino vuole ridefinire la sua posizione nel mondo apportando qualche ritocchino al concetto di globalizzazione con lo scopo di riportare il Paese, entro il 2050, ad un ruolo di potenza mondiale.

Pechino 2017. Foto di Francesco Maria Tuti
Pechino 2017. Foto di Francesco Maria Tuti

L’anno passato il governo cinese si è speso a mostrare che la nuova via della seta, di questi tempi meglio conosciuta come BRI, Belt and Road Initiative, non si limita ad essere un progetto infrastrutturale, quanto piuttosto vuole essere un punto d’osservazione privilegiato da dove esaminare la geopolitica della Cina che sta puntando ad accedere in settori d’interesse strategici esterni e a modificare con interventi intensi la situazione interna.

Pechino 2017. Foto di Francesco Maria Tuti
Pechino 2017. Foto di Francesco Maria Tuti

Lo straordinario programma messo in atto dal presidente Xi Jinping prevede una mole di lavoro enorme che movimenta un interscambio commerciale di miliardi di dollari. Le stime di Srm che fa capo a Intesa Sanpaolo riportano cifre intorno a 1.000- 1.400 miliardi di dollari d’investimenti infrastrutturali. Si tratta di un percorso lungo e complesso che ormai tutti conosciamo attraverso almeno due acronimi, OBOR (one belt, one road) e BRI, appunto. Per realizzare una maggiore comprensione intorno a questo nuovo corso ispirata dalla politica cinese, si è voluto utilizzare l’espressione via della seta, di cui oggi si intendono soprattutto i tratti finanziari e commerciali, ma che nel passato una rete di vie straordinarie non solo per scambi commerciali ma anche esperienze animate di interconnessioni e rapporti tra culture molto diverse e distanti tra loro. Coniata dal geologo e geografo tedesco Ferdinand von Richtofen, viaggiatore tra i più importanti durante la spedizione Eulenburg diretta in Asia sud-orientale, la formula via della seta voleva descrivere le antiche rotte commerciali che dalla Cina arrivavano al Mediterraneo orientale.

Corvetta reale tedesca Arcona- Spedizione Eulenburg
Corvetta reale tedesca Arcona- Spedizione Eulenburg

Un luogo dove sono movimentate le merci più diverse, sperimentate nuove forme di arricchimento e spazio di viaggio per i più disparati tra uomini, culture e saperi.

Tabula Peuntigeriana. Cyprus, Syria
Tabula Peuntigeriana. Cyprus, Syria

Ad essere ben frequentate non sono solo le vie terrestri, attraversate da ardimentose carovane transcontinentali. Intraprendenti mercanti e geniali avventurieri cavalcano le onde dell’oceano e veleggiano sui tratti della rotta che porta dal Marocco al Giappone mentre unità politiche forti garantiscono una certa sicurezza, controlli territoriali e processi di internazionalizzazione delle merci. Nonostante cadute imperiali, cambi dinastici, conquiste e conflitti, queste rotte sopravvivono e continuano a intercettare larghe fasce di mobilità commerciale e l’interesse di tutti i governi. Tra il VII e l’VIII secolo d. C., le rotte mercantili tra Cina e  Mediterraneo godono della tutela dei sovrani della dinastia Tang e degli Abbasidi di Bagdad. Da quanto precede, si può comprende per quale motivo la Cina abbia inteso adoperare come modello esegetico per la sua politica espansionistica le antiche vie commerciali, sebbene l’iniziativa strategica di integrazione economica, in cinese Yi Dai Yi Lu, non riprande in maniera esplicita l’espressione di via della seta. Tuttavia il precedente storico delle antiche vie di comunicazione tra Cina e Occidente è ben presente nel pensiero politico ufficiale, come sostenuto da Liu Xinru, studiosa di origine cinese e professore associato presso il Dipartimento di Storia del College del New Jersey. Nella consapevolezza che per comprendere il presente, così complesso, sia di grande supporto conoscere il passato in una prospettiva d’insieme, ci può essere d’aiuto la bella locuzione di Franco Farinelli, presidente dell’Associazione dei geografi italiani. Farinelli ricorda che la Terra è una sfera e che tutto, prima o poi, ritorna. Così, dalle ombre del passato, è riemersa la Seidenstraße. Fiorita in epoca Han tra Cina, Asia centrale ed Europa, con fattore motivazionale il commercio della seta, la via è sostenuta nel suo insieme da una trama molto fitta di relazioni culturali. Mercanti ricchi d’iniziativa e altri risoluti intermediari portano seta, beni di largo consumo, idee, invenzioni e nuove tecnologie,  fino a Roma. Insieme a loro, nelle carovane che attraversano montagne, steppe, foreste, deserti e oasi, si spostano avventurieri ribelli e affabili monaci, missionari letterati ed esploratori esaltati da fiumi perduti e terre ventose. Attraversano da Est verso Ovest e da Ovest verso Est territori profondi dalle temperature spietate e dalle solitudini suggestive, in luoghi dove gli spiriti parlano al vento e alle tempeste e i colori si accendono e spengono all’improvviso e mentre contribuiscono alla conoscenza e all’integrazione di elementi culturali e religiosi, sfidano la morte in tutte le sue apparizioni.  È indubbio che in questa antica e intensa prima forma di globalizzazione, la seta sia stata il simbolo di tutte le merci preziose movimentate sulle rotte terrestri e marittime. Già a partire dalla fine del II secolo a. C., i cinesi sono conosciuti da greci e romani come Seres (da ser, baco da seta) e si è il termine cinese utilizzato per indicare il prezioso tessuto. Articolo di lusso, la seta rappresenta l’autorità e la ricchezza, evoca la flessuosità del giunco, la morbidezza del silenzio e l’incresparsi delle onde nei giorni di lieve brezza. A cortel’imperatore Wu -ti lamenta la morte della sua favorita Li Fu-jen: «Quel suono di veste di seta non l’odo più; sul pavimento di marmo la polvere cresce. La camera vuota è fredda e silenziosa; foglie cadute si ammucchiano contro le porte. Sospiro sempre per quella bellissima Dama. Come farò riposare il mio cuore dolente?». Fibra nobile, dunque, raffinata, sinuosa e lucente, la seta è splendida, come lo è stata la Dama dell’imperatore. La sofferenza di Wu-ti è così intensa da chiedere ad un mago la proiezione dell’ ombra di Li Fu-jen su di una tenda bianca. Un tipo molto interessante, questo Figlio del Cielo.

L'imperatore Wu-ti
L’imperatore Wu-ti

Nato nel 141 a.C. e diventato imperatore a sedici anni, Wu-ti ha un ruolo fondamentale per lo sviluppo dell’Impero. Riprende l’espansione militare e commerciale, anche al di là delle terre culturalmente cinesi, un’impresa già tentata durante la dinastia Qin, il cui nome è la radice del toponimo odierno. Durante il suo lungo regno riesce a controllare ed eliminare il potere politico dei nuovi signori feudali, a sviluppare e stabilizzare l’amministrazione centrale grazie alla creazione di una classe di funzionari scelti con attenzione attraverso esami di stato e ad arginare gli abusi e le illegalità dei  potenti membri delle famiglie locali. Sicuramente è stato tra i più importanti imperatori della dinastia Han. Fondata nel 206 a. C., la dinastia governa la Cina fino al 220 d. C. e contribuisce a consolidare l’identità dell’impero cinese.

Mappa dei territorio sotto il controllo della dinastia Han attorno al 100 a. C.
Mappa dei territorio sotto il controllo della dinastia Han attorno al 100 a. C.

Wu-ti aggiunse ai suoi successi interni non meno splendide vittorie sui nemici esterni. Nonostante la difficoltà  imperiale a regnare su tutti i possedimenti e la percezione interna ed esterna dell’impero come universale, è durante il periodo Han, che si consolida l’ideologia di un governo sul mondo intero «per mandato del Cielo». La politica espansionistica di Wu-ti conquista parte dell’attuale Indocina del nord, lo Yünnan, nome dal significato fiabesco (a sud delle nuvole), la Cina nord-occidentale, rafforza il dominio nella Manciuria meridionale e nella Corea nord-occidentale. Verso il 120 a. C. anche l’Asia centrale entra nella sfera d’influenza dell’Impero celeste. Se vogliamo parlare del commercio cinese, è ancora estremamente difficile avere un’idea precisa intorno alla sua  nascita. Il documento più antico, scritto su ossa, risale al periodo Shang (1765 a. C.-1122 a. C.) ma non ha per noi alcuna informazione nè su commerci nè su mercanti seppure l’esistenza di movimenti di merci è confermata dai ritrovamenti nelle tombe di oggetti che sicuramente provengono dalla penisola malese. L’autorità imperiale degli Han investe molto, in termini politici, militari ed economici, nei contatti relazioni  con le popolazioni nomadiche di cavalieri -pastori che vivono oltre la Grande Muraglia, innalzata proprio per contrastare le rivalità tra le diverse entità politiche. Questa linea di confine culturale propone innumerevoli possibilità di scambi molto convenienti, realizzati spesso sotto forma di donativi che presuppongono forme di libertà e gratuità, ma in realtà concretizzano atti di obbligo e interesse reciproco. Inoltre, la protezione dei flussi commerciali si rivela molto costosa, in relazione all’ostilità delle popolazioni esterne. Gli imperatori decidono l’uso dei mezzi più opportuni, secondo le circostanze, per mantenere una reciprocità relazionale. La corruzione dei potenziali avversari va alla grande, l’uso della forza militare anche e, in caso di necessità, si combinano entrambe le opzioni. Tuttavia i contributi onerosi che i cinesi versano ai nomadi non impediscono a questi ultimi di saccheggiare il territorio imperiale che continua a pagare tributi onerosi anche dopo campagne militari e opere di corruttela. La prudenza, si sa, è un’ottima virtù che i cinesi applicano con costanza, nonostante la reciprocità generalizzata e la perdita della compattezza politica tra le tribù nordoccidentali, di solito le più aggressive. Le tribù hanno l’obbligo di versare tributi in beni e donare ostaggi costretti a risiedere a corte, in qualità di garanti. È inoltre imposto un limite ai saccheggi delle terre dell’impero ma si sa, tentazioni e necessità sono di difficile gestione. I barbari a cavallo continuano a razziare provviste alimentari e beni di lusso. Piace soprattutto la seta cinese. Se dallo scambio epistolare sappiamo che i doni imperiali inviati ai capi tribù comprendono seta vivacemente colorata e istoriata, generi alimentari e principesse cinesi, dai contratti veniamo a conoscenza che le consegne, da modeste, acquistano proporzioni ragguardevoli tanto da influenzare il commercio del prezioso tessuto. Come fattore permanente di questo commercio senza mercato, inserito in un sistema di rapporti sociali e politici, il sistema di pagamenti bilaterali è utile ai cinesi per confermare l’autorità imperiale ex omnibus gentibus, serve a controllare gli scambi e a gestire le spese di difesa dei confini. In questo scambio di doni, nella reciprocità, si concentrano così vari aspetti di vita umana: contratti, alleanze matrimoniali, mercato, credito arbitrati e pace.

Divisione amministrativa dell'impero Han
Divisione amministrativa dell’impero Han

Durante il movimento espansionistico  verso nord e verso ovest, Wu-ti  incarica Zhang Qian, primo diplomatico ufficiale, a svolgere un impegnativo lavoro di intelligence sul territorio dell’Asia centrale in generale e in particolare nella zona delle città-oasi del bacino del Tarim. Gli anni che Zhang trascorre in missione si rivelano molto importanti per i cinesi. La sua relazione, di cui si sono conservati alcuni preziosi frammenti, mette in luce le opportunità militari ma soprattutto enfatizza le vantaggiose possibilità economiche. Nel 120 a. C., dopo la conquista del corridoio di Gansu, gli imperatori Han danno il via a molte azioni diplomatiche, che non riscuotono sempre grande successo in patria. Lo storico Ssu-ma che, Prefetto dei Grandi Scribi alla corte di Wu-ti, è estremamente critico nei confronti di queste manovre diplomatiche nelle quali, egli ritiene, si sciupi molto denaro. In effetti, alle missioni  partecipa un certo numero di mercanti avidi e ambiziosi e non proprio di specchiata fama a cui vengono però affidati doni di valore inestimabile per i principi asiatici.  Degni della loro reputazione sinistra, questi affaristi privi di scrupoli ne approfittano e mettono in piedi  attività commerciali a proprio vantaggio. Forse il commercio della seta ha il suo avvio durante queste ambascerie. Dei mercanti attivi in questo settore si sa ancora molto poco. Un documento dell’81 a. C. racconta che il primo ministro cinese ritiene il commercio della seta esclusivo ai funzionari dello stato, ma è comunque un dato acquisito che esistono scambi commerciali di questo tessuto da e per l’Asia centrale con il supporto di abili e ricchi mercanti. A ovest dello Xinjiang, quello che nel IV secolo è il territorio più distante del dominio ellenistico in Asia centrale, si trova la provincia della Transoxiana. Qui, dove Alessandro viene costretto a fermare i suoi eserciti stanchi, ormai convinti di essere arrivati alla fine del mondo, durante la dinastia Han, la regione è divisa in piccoli stati. I due più importanti sono Sogdiana e Ferghana. Da queste zone il commercio regolare viaggia fino all’Impero romano e, attraverso le catene montuose dell’Hindu Kush, nelle regioni centro meridionali dell’Asia.

Passo del Salang nella catena dell' Hindu Kush
Passo del Salang nella catena dell’ Hindu Kush

Tracce di integrazione commerciale di merci e in particolare di seta cinese in India sono conosciute, infatti, da almeno il IV secolo a. C., tuttavia non vi è ancora una certezza assoluta sui percorsi utilizzati. È probabile che i carichi viaggino via mare anche non si può escludere il passaggio attraverso Yunnan e Birmania che però presenta una certa problematicità. Secoli dopo, a partire dal I secolo d. C. i rapporti commerciali  tra Cina e India godono di ottima salute e i romani subiscono l’attrazione dei prodotti cinesi, anche se non risulta, se non scarsissima, la presenza di cinesi sul territorio.

Dettaglio presente nella tomba Dahuting risalente al periodo degli Han orientali. Descrizione dell'uso dello hanfu, l'abito tradizionale cinese
Dettaglio presente nella tomba Dahuting risalente al periodo degli Han orientali. Descrizione dell’uso dello hanfu, l’abito tradizionale cinese

Le fonti greche e romane ci mettono al corrente che la seta a Roma è molto apprezzata già nella seconda metà del I secolo a. C. Orazio e Virgilio parlano di «stoffe seriche» e l’imperatore Tiberio ne vieta l’uso. Ma siccome la seta piace e molto, tutti fanno orecchie da mercante (è proprio il termine giusto) davanti alle leggi suntuarie e nessuno si sogna di mettere fine all’importazione del ricercato bene tanto che Plinio e Seneca lamentano la sofferenza delle casse statali indebolite dai costi imposti annualmente dall’uso degli articoli di lusso importati dai paesi esotici. Il commercio con «l’estero», ossia Arabia, India e «Seres» ha per Roma, sempre secondo i conteggi di Plinio, un costo di cento milioni di sesterzi all’anno. Ancora bisbigliano le fonti classiche, le importazioni di seta cinesi variano da preziosi rotoli istoriati a semplici stoffe bianche. Le scoperte archeologiche hanno riportato alla luce entusiasmanti frammenti di seta risalenti al periodo Han sia ai confini dell’Impero Romano che di quello cinese. Rapporti politici tra Cinesi e Romani non sono mai stati confermati e non è stato possibile accertare se vi sia mai stato un contatto diretto. Dalla lettura delle fonti classiche e cinesi si coglie piuttosto che sono i Persiani, popolazioni del regno partico degli Arsacidi, a ottenere, grazie alla posizione territoriale e commerciale, profitti così elevati da non tollerare contatti diretti tra gli operatori economici dei due imperi. Quello dei Parti, è un impero fondato intorno al 247 a. C. da popolazioni nomadi di lingua persiana. Dalle zone del Mar Caspio, si espandono sul territorio dei Seleucidi e come questi ultimi, si dimostrano molto abili e attenti al profitto commerciale. Sulle rotte carovaniere istituiscono  caravanserragli e stazioni di sosta ma mantengono un rigoroso controllo sul proprio territorio. Sui tratti interni della via della seta sono autorizzati ad agire solo mercanti partici mentre la concorrenza è accettata unicamente ai posti di frontiera. Fondamentale, senza dubbio, è il ruolo dei mercanti siriaci che commerciano nei territori dominati dai cinesi. Nella parte occidentale della provincia del Gansu si trovava la Throana dei geografi classici, l’attuale Dunhuang, nome che significa “faro scintillante”. Gli scavi archeologici effettuati in questa zona, hanno riportato alla luce tessuti di seta decorati con caratteri grafici indiani, a conferma che il territorio cinese è ben frequentato fin dalle epoche lontane da mercanti dell’Asia centro-occidentale. Le fonti sono molto taciturne per quanto riguarda eventuali spedizioni di mercanti cinesi. Siamo a conoscenza però che Gan Ying, un militare cinese è stato inviato come ambasciatore verso Roma nel 79 d. C. su ordine del generale Ban Chao. Sennonché, una volta alla costa orientale del Golfo Persico, viene mal informato sulle effettive condizioni politiche e si dissuade dal continuare il viaggio per mare. In questo modo, Gan Ying perde l’opportunità di entrare in relazione con i siriani. Colpa dei persiani?  Consideriamo che la mediazione persiana ha un costo talmente elevato che, sempre secondo le voci classiche, si preferisce attraversare impervi passi montani per commerciare tessuti e cascami di seta e farli arrivare a Bharuch, l’antico porto di Barygaza, e trasportarli via mare fino all’Impero romano, piuttosto che passare attraverso l’avidità dei partici. Fatta l’idea? Gli scavi archeologici nell’antica città-oasi di Kroirana, l’attuale Lou-lan e quelli effettuati nella magnifica città commerciale di Palmira, nella Siria orientale, hanno rinvenuto splendidi tessuti con motivi floreali e animali. Nel II secolo d. C. la loro bellezza è celebrata da Dionigi il Periegeta ammaliato dalle raffinate abilità degli artisti cinesi che intrecciano i fiori delle loro campagne su tessuti e abiti confezionati in maniera tanto elaborata e splendida da avere l’impressione di essere immerso nei loro stessi paesaggi. Di questi tessuti ci racconta anche il Chi-chiu pien  una guida pratica compilata intorno al 40 a. C., sempre nel periodo Han. Ancora nel sito di Lou-lan, gli archeologi hanno recuperato i resti di un arazzo di lana raffigurante il volto di un uomo di probabile provenienza romana. Il sistema dei commerci, grazie al controllo sull’Asia centrale, permette alla Cina di importare piante utili come la vite e l’erba medica, corallo, impiegato per la produzione di gioielli e ornamenti e il vetro colorato, sicuramente di provenienza siro-romana. È certo che i mercanti presenti sul territorio prediligono gli scambi legati alle merci di lusso, come è comune per tanta parte del commercio estero ma, in modo particolare quando questo si svolge tra territori molto distanti tra loro. Durante la dinastia Han, molti sono i paesi di transito per quantità di merci anche di piccole quantità, ad eccezione della seta. Sicuramente gli squisiti articoli occidentali e tanti objets d’art hanno riscosso successo tra la nobiltà cinese e le classi colte che si entusiasmano per tutto ciò che proviene dall’Impero romano. L’attuale provincia cinese dello Xinjiang, al cui centro si trova il deserto del Taklimakan, è una zona di grande interesse commerciale in questo periodo. Il deserto è delimitato dalle catene montuose del Tien Shan e del Kunlun Shan, entrambe ricche di fiumi che scorrevano verso il Taklimakan creando nel deserto, considerato dai mercanti uno dei luoghi più pericolosi al mondo, una continuità di oasi che favorivano il traffico carovaniero.

Deserto del Taklamakan
Deserto del Taklamakan

Nel frattempo, la lingua cinese è diventato la lingua per comunicare al di fuori del territorio imperiale e la frontiera si è allungata fino al passo montano di  Yumen. Conosciuto anche come Porta di Giada, indica la direzione commerciale della regione del Khotan, conosciuta fin dall’antichità per il commercio della giada. Dall’altra parte, nell’Asia sud-occidentale, le rotte verso Oriente partono dal centro  romano di Palmira, in Siria, raggiungono ad est Babilonia e arrivano a Merv attraversando l’Iran settentrionale dove si dividono per dirigersi in India passando per l’Afghanistan o verso la Cina passando per l’Amu Darya, allora conosciuto come Oxus, la via della seta e la regione dello Xinjiang. Quando la politica dei Parti vive momenti di stanchezza, allora si può effettuare un percorso alternativo che inizia da Petra, ai confini del deserto. Dalla città carovaniera romana, il percorso svolta verso la bassa Mesopotamia, tocca l’Iran meridionale, il Belucistan e si dirigere verso l’India. Certo, non c’è che dire, un bel po’ di strada. Sono arrivata fino a qua. Adesso mi fermo, ma il viaggio continua. La dinastia Han ha ancora molti segreti da svelare…

Grazie alla mia passione per i mercanti e i loro commerci, per la Cina e i suoi stupendi panorami, ho letto un esplicativo saggio del ragguardevole studioso A. F. Paulus Hulsewé nella traduzione di Maria Attardo Magrini, La Cina nell’antichità. Per rinfrescare la memoria sul pensiero economico ho preso nuovamente in mano Saggio sul dono. Forma e motivo dello scambio nelle società arcaiche di Marcel Mauss. La via della seta di Liu Xinru è un’ottima compagnia.

 

 

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