Il bene comune e ammiratori moderni di Confucio

Leggo quasi ogni giorno che il Friuli Venezia Giulia è l’avamposto strategico per le relazioni economiche tra Europa e Cina, Italia e Repubblica Popolare Cinese. A quanto pare, il capoluogo giuliano e la regione si trovano al centro di alcune strabilianti strategie economiche che risvegliano negli animi di governanti vicini e lontani, considerevole suspance. Ma della Cina che cosa sappiamo? L’elenco è consistente: Grande Muraglia, fine porcellana, Bruce Lee, cucina cinese, tombe Ming, riso, té e monaci Shaolin (secoli fa alla tv faceva furore David Carradine con parate, doppi diretti, mossa del drago, serpente e leopardo. Da allora sappiamo che con il kung fu puoi eliminare farabutti e disgraziati di ogni risma). Poi c’è il sempre citato Marco Polo, mercanti, viaggiatori, missionari curiosi prima di noi… Ah si, il feng shui, l’invenzione della carta, seta, città proibita, impero e imperatori, regine e favorite, e le peonie, le peonie! Ci si appassionano così tanto che finiscono con il metterle su un altare e le venerano.

L’elenco di piacevolezze cinesi è lunghissimo e intrigante. Comunque, a scanso di equivoci la Cina non è stata da subito un grande impero, non ha avuto sempre un governo centrale e non ha beneficiato di un cospicuo numero di funzionari che l’amministravano con più o meno diligente onestà. Come unità politica e culturale risale alla metà del secondo millennio a. C. e la sua storia alterna periodi di unita concordia con fasi di lotte sanguinose per la supremazia. Piccoli e grandi stati feudali governati dalle lame di signori e signorotti bellicosi e tracotanti si contendono il territorio a colpi di tridenti, daghe, alabarde e sciabole affilate. Per fortuna, in questo Paese si pratica arte, scrittura, musica, poesia che è una meraviglia. Vera arte, vera bellissima arte! Peccato che non basti per generare pace e tranquillità. Meglio che niente, visto che, oltre alla belligeranza interna a fiaccare lo spirito positivo di tanti, ci pensano pure le continue scorrerie dei nomadi della steppa. Calpestano campi e campicelli faticosamente coltivati, razziano le scorte alimentari, seducono (diciamo così) le fanciulle dei villaggi e distraggono la nobiltà dalle trame contro se stessa. Poi, all’orizzonte finalmente una schiarita. È il 221 a. C. quando sotto l’autorità di un sovrano Qin si forma uno stato unitario. Il sovrano si fa chiamare imperatore e mette su una gerarchia di funzionari esaminati, nominati e pagati dall’autorità centrale. Per il resto, si continua a combattere, a conquistare territori confinanti, a dichiarare fuori legge scuole di pensiero ostili al potere dello stato, a bruciare libri e uccidere i soliti intellettuali che protestano. Questo per dire che dalla Storia non impariamo mai niente. O magari poco. Giusto per non buttarci giù. E oggi come oggi che ha raggiunto un’età matura, la Cina come pensa di vivere? Giusto per togliermi qualche curiosità, sfoglio un un buon numero di libri, leggo saggi e articoli. Per non perdere di vista  quello che fa il vicino della porta accanto. Proprio accanto accanto no, ma in questi tempi globalizzati, siamo tutti vicini vicini. Nobile signora dai capelli bianchi, poco propensa all’affettività pubblica ma, complimentosa, seduttiva e molto potente, la Cina porta veramente bene i suoi anni. L’età avanzata non le pesa, tutt’altro. Indomita, recupera gli slanci espansionistici della giovinezza imperiale e prepara i lavori per nuovi intensi programmi di conquista. Esalta forti cariche emotive e appassionanti ardori e li trasforma in investimenti multilaterali per infrastrutture e cooperazione internazionale. La Repubblica è consapevole che amministrare un territorio tanto vasto quanto diverso in termini di espansione territoriale e umana, necessita di un capo supremo investito di un potere senza eguali rinnovato e rinnovabile ma tradizionalmente non discutibile. Nel senso che deve rappresentare anima e forza di un nuovo autoritarismo che vuole trovare conferma culturale nel pensiero tradizionale di K’ung fu-tze. Niente paura, avete già sentito parlare di questo signore. Maestro K’ung non è uno qualsiasi, si tratta di quel famoso pensatore che i gesuiti stabilitisi alla corte imperiale latinizzarono in Confucius e che il presidente Xi Jinping cita amabilmente, con tanta frequenza, nei suoi interventi pubblici.

Paesaggio cinese – Yangtze – Le tre gole

Quattro anni fa, in occasione del 2.565° anniversario della nascita di Confucio, il presidente ne ha onorato la memoria durante una cerimonia celebrativa invitando il governo a incoraggiare nelle scuole lo studio dei testi del Maestro e dei classici del pensiero cinese. Ottima idea, mi sono detta. Il nuovo Figlio del cielo interviene su alcuni argomenti che mi stanno a cuore.

Huangshan – La Montagna Gialla

Educazione, tradizione, rinnovamento, consapevolezza, studio e… capperi! tanta generosa devozione all’autorità…(mi preoccupo per l’assenza di un pensiero che “lieviti” verso l’autonomia). E’ necessario comprendere il perché. La via del sapere sincero è lunga, diceva Gentile. E la strada va in salita, aggiungo io. E non sempre tra panorami di questo splendore! Comunque non si sa mai che una volta acquisita una sintesi efficace e dotta del pensiero confuciano, uno studente di qualsivoglia nazione, non abbia voglia di trasgredire alle attuali logiche di depauperamento intellettuale e si appropinqui, in aggiunta a quelli cinesi, ai classici greci e latini e già che c’è, volga la sua attenzione al sapere umanistico (ormai scarsamente conforme alla prosperità economica) piuttosto che stare a naso in giù su qualche coloratissimo gingillo tecnologico. Capiamoci bene, non c’è l’ho con gli studenti e con la tecnologia, ci mancherebbe. Ma ogni volta che si parla di cultura è come se mettessi le mani in un vespaio. Mi viene su quel pensiero strano che magari Confucio, in allegra compagnia di Aristotele, Platone, Leopardi, Manzoni o qualsiasi altro professionista del pensiero, possa aiutare giovani e vecchi a sostenere una riflessione articolata sui problemi quotidiani dell’esistenza e sul valore della cultura. La cultura non è mica  quella cosa irrazionale priva di riferimenti concreti nella vita di ogni giorno. Il sapere dovrebbe essere un mezzo sorprendente di supporto per quando ci dobbiamo sobbarcare tutti i problemi dell’esistenza. Che poi ci capitano ogni giorno e ce li teniamo per anni perché non sappiamo districarci. Quelli insomma che esulano dalle cose pratiche che richiama a gran voce la vita. Ma Confucio che ci dice? E per quale ragione Xi Jinping cambia rotta rispetto ai suoi predecessori e si appella al pensiero dell’antico filosofo? Esiste un solo modo per scoprirlo. Farsi qualche domanda, leggere le fonti, ascoltarle e chiacchierare con i suoi interpreti, girare tra i libri di storia e contestualizzare il tutto. Prima domanda: a chi giova recuperare Confucio e perché? Xi Jinping! Visto che tutta la settimana è stata una corsa e ho sopportato tante di quelle situazioni noiose e pestifere che ti privano di quel giusto numero di soddisfazioni, ho deciso di rimediare a tutto questo e invito il Maestro K’ung per un buon tè. Cinese, ovvio. Ne approfitteremo per fare due chiacchiere.

L’antico Maestro e i tomi che parlano di lui sono disposti in bella mostra sul secondo scaffale dal basso della mia libreria. Meno male, sono così pesanti! A pagina 579, tra i pensatori, il primo a saltare fuori è proprio lui, Confucio. «Gentile Maestro, lei mi fa veramente onore a saltare con questa agilità dalle pagine del libro, al mio salotto» dico. «Cara signora, non voglio essere troppo orgoglioso ma riposare sugli allori del mio pensiero è corroborante e inoltre sono sempre stato una persona elastica, nonostante le apparenze. Sono lieto che lei si stia interessando a me». Il Maestro ha il volto sereno. Temperamento riflessivo e intelligenza acuta, gli occhi vivaci e penetranti trattengono lampi di pungente, consapevole ironia. Giro due o tre pagine, sorpasso alcuni capitoli, leggiucchio qualche riga e chiedo:«Maestro K’ung, vorrei rivolgerle alcune domande. Ultimamente nel suo Paese le autorità parlano spesso di lei. Il suo pensiero suscita sempre più interesse e vuole essere portato a modello di buon governo. Leggo in lei la differenza tra pensiero orientale e pensiero occidentale. Vorrei capire meglio. L’Occidente si cura delle questioni metafisiche e ontologiche. Ricerca il senso della vita, vuole scoprire la sua origine, darle una motivazione e un fine. Per secoli abbiamo avuto un guaio dietro l’altro di problemi quando ci relazioniamo con il divino. Abbiamo faticato a discutere sulla predestinazione e sul libero arbitrio, diviso materia e spirito. Così non è per il pensiero cinese che non è disgiunto dalla vita. Teoria e pratica si muovono insieme.» Il Maestro respira piano e poi:«Le racconto in poche parole la storia dei miei tempi. L’epoca era sventurata. Il comportamento degli uomini disordinato, le organizzazioni dei governi insufficienti, le leggi insoddisfacenti. La brama di potere ottenebrava le menti più brillanti. La struttura tradizionale della nostra società  cadeva a pezzi e le antiche virtù avevano perduto da tempo il loro valore. Bisognava provvedersi di un pensiero concreto e forte che stimolasse la dignità di un buon agire e che tenesse a bada il turbine emotivo dei sovrani come dei grandi e piccoli feudatari. E questo non è una cosa facile a farsi. Richiede coscienza e conoscenza, impegno e applicazione agli obblighi virtuosi della tradizione. Accadevano poche cose buone e care durante il Periodo della Primavera e degli Autunni, mi creda. La guerra, la corruzione e il sangue sparso dai capi militari rendevano impossibile qualsiasi forma di crescita serena e unitaria. E come se non bastasse, i barbari calpestavano le nostre terre con gli zoccoli dei loro cavalli, saccheggiavano e incendiavano città e campagne. Da questa situazione emersero alcuni stati principali. Era il tempo della seconda era della dinastia Chou. Anche loro combattevano incessantemente e mancarono di servire in maniera virtuosa e leale la dinastia al potere. La macchina bellica dei grandi signori feudali sovrastava quella dei re che venivano assassinati per loro mano. Era un continuo formarsi di piccoli regni che combattevano tra loro e si scontravano con i regni più grandi e potenti. Le lotte per la successione erano feroci quanto le rivolte e le violente repressioni. Ci fu un momento che per contrastare tutte queste disgrazie, gli stati cinesi si unirono in una lega che si mantenne in vita per circa due secoli. Erano tempi di profonda afflizione e l’assenza di una vera e salda unità interna riducevano le possibilità di pace e stabilità.

Molte persone partecipavano con la morte nel cuore alla dissoluzione del mondo terreno, della società e dell’uomo stesso. Le notti non erano calme, la saggezza era scomparsa, nessuna quiete che permettesse di godere le verdi primavere e il sole che splende. Le emozioni umane sono armi molto affilate, sa?». Il Maestro si acciglia leggermente, poi socchiude gli occhi e per un attimo smette di parlare. La tradizione tramanda che Confucio visse tra il 551 e 479 a.C., durante l’ultima parte del Periodo delle Primavere e degli Autunni. La datazione non è precisa, di certo si conosce la sua appartenenza ad una famiglia della piccola nobiltà e la perdita del padre all’età di tre anni. Nonostante il disagio economico, studia e ottiene un impiego nell’amministrazione pubblica, ma con un incarico di scarso prestigio. A questo, aggiunge l’insegnamento nelle scuole tradizionali dove si cercava di far diventare uomini i giovani rampolli della nobiltà con le sei arti: riti, annali, calcolo (scrivevano e facevano di conto), musica, tiro con l’arco e guida del carro da guerra. Non lascia nulla di scritto. Il suo insegnamento è orale e ciò che rimane del suo pensiero è raccolto dai suoi discepoli nei Quattro libri, conosciuti anche come Ssu shu.

Confucio riprende a parlare. Ascolto con molta attenzione. «Il pensiero cinese investe molto sull’uomo e sul suo comportamento in relazione alla società in cui vive nel suo divenire. Io ho pensato a come realizzare un ordinamento politico pacifico e produttivo che tenesse conto di una relazione equilibrata tra vicende cosmiche e umane. Esiste un’influenza reciproca tra la comunità umana e il Cielo. Io stesso penso di aver ricevuto dal Cielo (T’ien) la responsabilità di studiare e insegnare. Così sono anche certo che le azioni degli uomini condizionano lo svolgimento della natura. L’agire benevolo e utile come quello crudele e personalista ricadono sull’andamento dei processi cosmici. L’agire umano è imperfetto e deve essere perfezionato. Così ho orientato le mie riflessioni sulla responsabilità dell’uomo verso la società e ho ritenuto, dopo una attenta meditazione, che il modello sociale ideale era l’ordinamento feudale della beneamata dinastia Chou. La tradizione dei miei antenati è una guida inviolabile per orientare tutta la vita. Ricchezza, appagamento, salute e fortuna appartengono a coloro che seguono gli insegnamenti. Chi disdegna la tradizione e la oltraggia con i suoi comportamenti  ottiene la giusta punizione». Il Maestro si ferma. Sembra in attesa di qualcosa. Quando gli pare opportuno, riprende a parlare, le mani nascoste sotto le maniche dell’abito: «Mettere in opera i buoni comportamenti significa rispettare l’armonia della natura, allontanare la discordia, l’inimicizia e le ribellioni. La natura umana è molto turbolenta. Quando l’uomo sconvolge il naturale svolgimento della natura, allora anche la società ne risulta turbata. I nostri tempi erano molto travagliati, ma anche i vostri non se la passano granché bene!». Confucio sembra leggermente preoccupato per essersi lasciato andare ad un’esternazione emotiva così…contemporanea, ma tant’è, ormai è scappata. Si guarda attorno e per un momento si mette a scrutare i libri. Approfitto di questo attimo per dare una scorsa, di nascosto, al significato del termine tradizione in senso largo che in cinese è li. Li comprende pure la legge. Il maestro di diecimila generazioni investe tutto su li e aggiunge qualcosa di suo nella tradizione con un contributo di natura etica. Riprende a parlare, con autentica benevolenza:« Nei miei insegnamenti insisto molto sulle regole perché la vita non è davvero semplice. È molto complicata e a volte può essere un brutto affare, soprattutto quando i principi diventano avidi di potere e sangue. Se l’individuo sa di essere vincolato al tradizionale legame con l’universo e al costume degli antenati, allora pone se stesso e le sue relazioni al centro del mondo. Ogni individuo ha il dovere di tendere alla virtù, te, convinto del valore sociale dell’essere veramente jen, buono». Il Maestro non è un innovatore o un contestatore, egli afferma semplicemente di ricordare e ripetere ciò che già c’è nell’universo. Il bene del mondo sta nell’uomo perché il bene dell’uomo vive nell’uomo stesso a cui spetta l’impegno di dover lavorare per la conquista del benessere e della pace.

«Mia cara signora» continua il nobile Sapiente «mentre osservavo gli uomini e le donne vivere mi accorgevo che l’umanità ama la stabilità e tende con una certa intransigenza a voler sempre controllare ogni cosa. Aspettiamo conferme e ricompense, abbiamo bisogno di anticipare le cose negative e soffriamo dell’eterna insicurezza sul nostro futuro. Le genti sono pigre a superare le proprie paure, preferiscono lavorare per le proprie debolezze e adottare comportamenti moralmente reprensibili. L’uomo preferisce una vita inquieta piuttosto che impegnarsi di più a modificare il proprio modo di comportarsi». Indiscutibile ciò che dice. Scientificamente dimostrato. E allora, come fare perché l’uomo si scuota dalla sua inerzia? Il principio che l’individuo è responsabile del proprio bene e della salute dello stato costituisce uno dei pilastri del modello della società ideale. Per Confucio la felicità è un bene che si raggiunge sulla terra attraverso il rispetto che tutti hanno per li, senza alcuna distinzione sociale, sulla base di un sapere puntuale del ruolo di ciascuno. «Gentile Maestro, così però, viene limitata la libertà individuale, la possibilità di vivere secondo una propria idea personale e il suo pensiero crea una società immobile. Se nulla può fluttuare libero nel vento, se le disposizioni intellettive, emotive e spirituali personali non possono esprimersi, la società invecchia, irrigidisce i suoi animi e si spezza.».«Questa è una cosa da considerare, certo. Ma dedicarsi al perfezionamento e allo sviluppo di se stessi per uno scopo esclusivamente personale non è sufficiente. Bisogna mettere in pratica questo e prefiggersi di farlo per la società umana e per l’universo tutto. Gli equilibri umani sono molto fragili e per questo motivo le fondamenta della vita devono essere molto forti. La società più giusta è quella in cui il re è veramente re, il suddito veramente suddito, il padre veramente padre e il figlio veramente figlio. Ognuno è chiamato a svolgere un compito e non può esimersi dal farlo. Mantenere Li è dovere giusto e perfetto per tutti ed è disonorevole non rispettare i propri compiti. Lo svolgimento dei riti che spettano al sovrano non devono essere usurpati né dai feudatari né tanto mano dalla piccola nobiltà!». Confucio sbuffa davanti all’ipotesi di una diversa possibilità di gestire la propria responsabilità personale e puntualizza, per fare maggiore chiarezza: «Imparare è indispensabile per trovare il punto di equilibrio tra il ruolo che la sorte ha deciso per noi e il bene della società alla quale apparteniamo. Se sapesse a quanti allievi poveri ho insegnato, tutti animati dalla buona volontà di apprendere per rispettare il proprio ruolo nello stato. Così sono diventati nobili uomini E che dire dei nobili di nascita, soprattutto il ceto equestre che ha perduto tanto potere da andare a costituire un nuovo ceto sociale? Una condizione di incertezza politica pestifera!». Cambia posizione e si lascia sfuggire un’esclamazione di soddisfazione. Mi guarda con aria sorpresa, riprende la conversazione e precisa:« Il nobile che detiene cariche importanti al governo centrale dovrebbe essere disposto a perdere anche la propria vita per mantenere vive e salde la virtù del jen. T’ien mi ha onorato del prendermi cura della crescita della personalità degli uomini per il bene della società. Per tale motivo ritenevo fondamentale wen, la cultura degli antichi re Chou. Modelli di vera maestà e saggezza erano il re Wen, il re Wu e il duca di Chou! Ma non scordi, tra gli eccellenti, gli imperatori mitici della preistoria, Yao e il suo successore, il saggio Shun.». Abbasso la testa. Sulla mia fronte si allargano rughe di apprensione. Chiedo con garbo: «Venerabile Maestro, allora come ha inteso lei la società giusta?». «La migliore possibilità di sviluppo della mia società prevede solo due classi. La nobiltà e il popolo comune. Il mio pensiero si rivolge per prima cosa all’aristocrazia, ai governanti, a tutti coloro che hanno il compito di condurre sulla retta via il popolo che è tenero e fragile come l’erba sotto l’alito del vento. La gente comune è molto delicata, va protetta e tutelata. E come possono gli uomini sanare da soli i mali che loro stessi provocano? Io credo che il sovrano debba preoccuparsi che il suo popolo abbia il giusto benessere, poi può indirizzarlo verso la conoscenza delle regole della tradizione. La disposizione d’animo chiara e limpida e la coscienza di adempiere ai propri obblighi è la via alla pace e alla prosperità. La chiave della felicità è aderire alla verità dei costumi e possedere la consapevole responsabilità di allontanare dalla società ogni inquietudine e turbamento. Pensi al senso di reciproca soddisfazione tra gli uomini che operano per il bene comune! Questo territorio è gravido di futuro, attaccamento alla terra e vive con un senso fortissimo della dignità. Come farebbe altrimenti la gente a sopportare con rassegnazione guerre, pestilenze, carestie e alluvioni? Ma questa è anche una bella terra perché veneriamo i sapienti e onoriamo i nostri antenati. Questo è Hsiao, amore filiale, pietà e venerazione.» Detto questo, inclina in avanti la testa e per qualche istante il silenzio è perfetto. «Per quello che ho scoperto dell’uomo, dall’amore filiale per chi ci dato la vita discende il rispetto e la protezione del corpo. Questo regala affetto e gioia all’anima e regola i rapporti con ogni persona. Così, vivendo in sintonia con lo jen, nasce l’amore per tutta l’umanità. Altrettanto importante è il concetto di I, la giusta comprensione dei propri doveri in relazione alla precisa posizione sociale. I è la responsabilità di riconoscere, soprattutto ai superiori, i diritti che gli competono. Io sono sicuro che negli uomini ci sia molta bontà e che l’educazione aiuti a portare alla luce quel sentimento d’amore che risana ogni cosa e fa ricercare il reale desiderio di Li. Ma badi bene, se lo studio non si accompagna ad una riflessione profonda, non serve, diventa inutile e pericoloso. Invece di realizzare una  vitalità sociale responsabile, crea atteggiamenti che assecondano soprusi, collera, corruzione e guerra». Mi accorgo che il Maestro si guarda attorno con aria impaziente. Comprendo bene che abbia voglia di rientrare nella sua dimensione eterna. Che cosa ci sta a fare qui? Che si sia accorto che di questi tempi si studia poco, si mediti ancor meno e si assecondino piuttosto le debolezze dell’animo? Sono lieta che mi abbia illustrato alcuni punti del suo pensiero. Ci salutiamo con un leggero cenno del capo, Confucio si perde tra le lettere delle pagine. Chiudo il libro e lo ripongo sullo scaffale. Dopo questo sopralluogo nel passato, ci vuole proprio un buon té. Ritempra le forze. Quello che ho letto mi lascia un po’ scombussolata. Ma allora, se Xi Jinping, moderno autocrate, si affida a Confucio, perché da noi nessun uomo politico cita Platone e Aristotele? Nessuno si fida più del pensiero della tradizione? Invece l’abilissimo presidente cinese che si è prefissato l’obiettivo di fare della Cina una superpotenza mondiale con la filosofia del suo paese ci si fila, eccome! Più veloce del fulmine nel consolidare il suo potere, Xi Jinping incarna l’arte dello stato nella sua veste espansionistica. La politica diventa  economia propulsiva, militare e strategica includente la forza di un rapporto positivo tra principe e sudditi. La partecipazione virtuosa della popolazione per la realizzazione di un capitalismo di stato, all’interno di un nuovo sistema di ordine internazionale è un tema caldo. Uno snodo fondamentale è rappresentato dall’aumento del reddito che non corrisponderebbe ad alcuna liberalizzazione del pensiero. La Cina è un paese super controllato e supervisionato che sta producendo una moderna filosofia politica dalle sorgenti antiche. Dalle istituzioni, alla dirigenza, l’eliminazione degli avversari e la coesione statale, la riorganizzazione di una forza militare dipendente dallo stato, il consenso benevolo di tanta parte dell’élite politica ed economica, il recupero della tradizione e per ultimo, il dissenso di intellettuali e parte della classe benestante richiama vistosamente agli insegnamenti di Confucio quando rivendicava il valore unificante e sacro di un potere unico e assoluto, tanto severo quanto benevolo, tanto pragmatico quanto efficace nel tendere a tutto il buono che c’è nel mondo. Xi Jinping sembra voler diventare un imperatore che è veramente un imperatore. Così ho capito io.

 

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