La Cina, questa sconosciuta. Quando Roma amava la seta cinese.

Dal momento che è arcinoto quanto la porta chiusa dello studiolo segnali una mia momentanea disconnessione dal presente, nessuno mi scoccia. Passano davanti alla porta in punta di piedi. Vengo richiamata alla contemporaneità solo in caso di circostanze impreviste e quindi quasi mai. Qui si comprendono gli impulsi del lettore appassionato che ama ritirarsi in solitudine. Per ascoltare le parole scritte. Perché io credo che non sia sufficiente leggere con gli occhi, è necessario ascoltare con cuore e mente aperta, in attesa. C’è sempre una rivelazione dentro le pagine di un libro che vuole essere scoperta e compresa. Qualcosa da decostruire e reinterpretare e disegnare di nuovo, con tratti più armonici, vivaci, leggeri, talvolta invisibili. Ho tante domande, so che poche o sconosciute, saranno le risposte. Ma sono sicura che sia buono camminare nel presente in compagnia di ritagli di memoria, attraverso i filamenti del passato con un ricordo possibile, sapere che esistono interpretazioni ancora appellabili. Il passato è nostalgia, talvolta scintilla, magari fuoco che illumina la via della ricerca. Per perdersi tra le pieghe del tempo e dell’anima. Futuro e passato transitano nel presente, senza predominio, con simpatia. Con affetto. Per soccorrere l’esistenza. Senza dimenticare, ma andare, andare di nuovo trasportati da venti impazienti, su onde furiose verso la frontiera, non più limite ma orizzonte. Per fare della propria vita un uso saggio¹.

Fiore di loto
 

Immaginare tempi diversi, riaprire le porte di ieri per rischiare e progettare oggi e domani. Ma come leggere gli attori e le avvincenti rappresentazioni della Storia sulla scena del mondo? Provandoci gusto, direbbe Marc Bloch. Con il desiderio che l’immaginazione sia sedotta dal diverso e dallo strano, da quello che ci aspettavamo che fosse e che non è. Curiosità. Anche Leibniz, ricorda Bloch, passava dalle astratte speculazioni matematiche alle cronache della Germania imperiale, assaporando «la voluttà di conoscere cose singolari». In fondo, è proprio vero, la Storia è capace di appagare tanto l’intelligenza quanto la sensibilità. E allora vediamo un po’ che cosa c’è di tanto seducente nel mondo antico di cui io non posso fare a meno. Un po’ tutto direi. Ma andiamo con ordine.

Nebbia tra le montagne
 

Parlare di economia e finanza va molto di moda. Quotazioni, rendimenti, politiche fiscali, obbligazioni, risparmi, investimenti alternativi, credito, differenziali, bond, spread. Avete presente? Chiari segnali di una realtà contemporanea complessa. Ma anche i nostri antenati non scherzano e creano un sistema economico articolato ed eccellente. Badate bene, i progenitori sono persone molto intelligenti. Anche nel passato remoto, per realizzare attività e gestire risorse ci vuole professionalità, rete viaria sicura e controllata, rotte marittime, leggi, politica forte e consuetudini stabili, emozioni e sentimenti. Come procedere dunque? Come si è soliti fare anche oggi. Sviluppano un sistema di trasporti ben articolato e una intricata trama di strade e rotte. Vie che si intersecano tra lande desolate e montagne dalle cime innevate, colline pungenti e profumate, deserti dove il sole bruciato appare nel primo mattino abbigliato di rosso arancio. Su questi itinerari commerciali si spostano da luogo a luogo carovane di mercanti pazienti e astuti, usurai scheletrici, sguardi duri, astuzie beffarde e la silenziosa dignità delle spie. Carpiscono notizie, cercano segreti e li svelano al mondo, guadagnandoci su.Tra balle di seta e oggetti di valore circolano pregiudizi, preconcetti e prodigiose informazioni che diventano sempre più preziose via via che conquistano nei paesi dell’Occidente, il giusto apprezzamento di un mercato curioso, raffinato e molto, molto ricco. Nel secondo secolo d. C. l’Oriente ellenistico e l’Impero romano d’occidente godono di una splendida fioritura economica. Nel Mediterraneo orientale il traffico delle merci converge in città come Antiochia, Seleucia e Alessandria mentre come scalo marittimo si privilegia Rodi e in misura minore Delo. Il commercio internazionale di cereali, schiavi e beni di lusso è movimentato a livelli mai visti precedentemente. Le politiche economiche varate dal governo greco macedone hanno reso l’Egitto tolemaico un paese straordinariamente ricco che incrementa un’economia complessa basata su più piani: mercato, scambio, pianificazione e redistribuzione. A seguito della creazione della provincia d’Egitto, i romani si appropriano delle tecniche bancarie, commerciali e contabili tolemaiche e le utilizzano per riorganizzare finanza e amministrazione imperiali. Tuttavia, la combinazione tra pianificazione interna, commercio statale e attività commerciali sempre più libere in campo internazionale, procurano agli stati del Mediterraneo orientale un’autorità mai superata dall’Occidente. A Roma fino alla fine della Res publica, fioriscono notevoli attività speculative, poi i mercati declinano nuovamente verso la redistribuzione e un’economia di natura. Di quale natura sia stato il capitalismo antico e quali influenze abbia avuto sull’ascesa e la caduta di Roma, hanno argomentato eminenti studiosi, chi preferendo un capitalismo antico che, di massima, aveva la stessa costituzione di quello moderno e chi invece vede nel capitalismo di Grecia e Roma una natura diversa da quella moderna perché fondato sulla politica e non sull’economia. Guardiamo invece, cosa accade dall’altra parte del globo quando Roma è tutta presa dalla Seconda Guerra Punica e Gaio Flaminio Nepote si dà lustro con la via consolare che porta il suo nome. In Cina il nuovo tirannico imperatore Qin Shi Huangdi appiattisce l’antico e bellicoso sistema feudale, unifica i territori in un unico impero e proclama l’antica Chang’an prima capitale. Di obiettivi politici ed economici se ne pone parecchi, dalla costruzione della Grande Muraglia alle vie mercantili più tardi conosciute come Via della Seta. Particolarmente temuto per la sua crudeltà, Qin Shi Huangdi è un soggetto complicato, di quelli che, a prima vista, non si vedono proprio di buon occhio. È tanto ossessionato dall’immortalità da spedire una piccola legazione alla ricerca della mitica terra di Penglai, che la tradizione vuole abitata dagli Immortali. Visto che gli immortali preferiscono tenersi celati e non hanno coraggio di andarglielo a dire, la legazione opta per la richiesta di asilo politico in terra straniera. La disillusione imperiale avrebbe tagliato loro la testa. Muore, probabilmente avvelenato da elefantiache dosi di mercurio propinategli come elisir di lunga vita da maldestri alchimisti e sepolto nelle profondità di un mausoleo veramente stupefacente e inquietante. La sua camera funeraria non è stata mai portata alla luce. Qin Shi riposa, in un sonno eterno. Forse sogna il suo ritorno. Secondo le fonti, a tutela del sacro corpo imperiale ci sono fiumi di cinabro ed eserciti di terracotta, artigiani e operai uccisi e sepolti nella tomba e, per allontanare la noia e la solitudine imperiale, pure le concubine senza figli. Qin Shi Huangdi lascia questo mondo durante uno dei consueti viaggi di controllo dell’amministrazione su territorio imperiale. Di successori ne ha solo due. Il primo, con scarsa spina dorsale, viene fatto assassinare nel 207 da Chao Kao, il cancelliere imperiale. Il nipote del morto regna per poco più di un mese perché, nel frattempo Liu Pang, fondatore della dinastia Han, muove le sue truppe nel cuore dell’impero Qin. Che ci dicono le fonti del primo Imperatore Qin? Beh, non ebbe buona fama. Ma ditemi voi quale personaggio politico ce l’ha veramente veramente? Pochi E oggi? Divago, lasciamo perdere… Qin Shi, fa politica in un’epoca abbastanza scombussolata. Non andava certo per il sottile ma forse non è stato proprio quel mostro dissoluto che la storiografia confuciana vuole tramandare. E sicuramente non l’unico. Una parte della storiografia cinese sottolinea l’importanza di Qin Shi per l’unificazione degli Stati Combattenti e la fondazione dell’Impero, un’altra lo vuole espressione degli interessi della classe nobiliare e mercantile o ancora un precursore della rivoluzione, non abbastanza deciso nei confronti dei reazionari che intrallazzano con affaristi o gente di egual risma. Insomma, tirano il vecchio imperatore da una parte e dall’altra, come la coperta. È innegabile che Qin Shi sia una persona volitiva. Oltre alla Via della Seta e alla Grande Muraglia, divide l’impero in trentasei marche, consolida l’interno e procede con fasi espansive verso tutte le direzioni che durano poi per altri secoli. Giusto per dormire sonni tranquilli, non sia mai che gli ex feudatari si volgano alla ribellione, ordina il ritiro di tutte le armi fabbricate in bronzo. Le fa fondere e le trasforma in campane enormi e dodici statue gigantesche che fa piazzare davanti al suo palazzo. In anticipo su Luigi XIV, decreta per tutte le famiglie più autorevoli sul territorio, il trasferimento nella capitale. Definisce l’autocrazia in maniera incisiva nell’unificazione di leggi, pesi, misure e caratteri scritti. Potenzia la costruzione della rete viaria per facilitare le manovre degli eserciti e la trasmissione della posta. Durante il suo regno tornano di moda i principi sostenuti più di un secolo prima da Shang Yang un riformatore molto noto nello Stato di Qin. Shang afferma il concetto dell’uguaglianza di tutti davanti alla legge ed esclude il valore del principio di nascita. Nel 219 sulla sacra montagna T’sai-shan, incarnazione della «dea delle nuvole di smeraldo» viene collocata un’iscrizione in cui si notifica la sacralità dell’eguaglianza davanti alla legge degli uomini e il rispetto delle differenze tra superiori e inferiori. Una condizione inalterata fino al II secolo, quando tornano in auge i costumi feudali e l’autorità impone ufficialmente alcune usanze rituali confuciane, come il lutto obbligatorio di tre anni per la morte dei genitori. Le autorità guardano lontano e per una migliore comprensione delle leggi colgono l’importanza della creazione di una scrittura unitaria. Il territorio cinese culturalmente è molto diverso e diversi sono i caratteri scritti. La riforma vuole semplificare i segni e unificare le forme, così che sotto il regno Han può svilupparsi li-shu, la scrittura di cancelleria. Nel contesto documentario l’ideogramma è tracciato con particolare acribia ma nel corso degli anni, da essa, discenderà ts’ao-shu, una scrittura corsiva più fluente. Le forme eleganti e agili, disegnate con leggerezza diventano un bellissimo mezzo di espressione artistica. Naturalmente, in politica non è tutto rose e fiori. La rottura con parte della tradizione durante il processo di riorganizzazione del governo infiamma un’opposizione veemente. La nobiltà elogia il passato per criticare la contemporaneità. Come talvolta succede anche oggi. Avete presente? Come si stava bene quando…Ti ricordi quella volta che… Non è cambiato nulla. E allora Li ssu, potente ministro dell’imperatore, sostenitore della politica di unificazione e fautore di buona parte delle innovazioni, ordina il sequestro di tutti i testi che si riferiscono all’antichità minacciando la condanna per i possessori e gli studiosi di tali opere. Il decreto afferma che poteva essere conosciuta solo la cronaca di Qin. Le altre opere vengono bruciate dagli appositi impiegati a cui era obbligata la consegna. Solo i funzionari di corte, i letterati della saggezza universale, possono conservare il Libro delle Odi, il Canone delle scritture e i Discorsi delle Cento scuole. Ai trasgressori, sorpresi a discutere le decisioni imperiali tocca la decapitazione sulla pubblica piazza. Per chi contesta il presente e ha un occhio di riguardo per il passato,l’uccisione di tutta la famiglia. Li ssu, acutamente, fa conservare ciò che serve: gli scritti di medicina e farmacologia, materiale sull’arte divinatoria, economia agricola e forestale. Uomo pratico!Ignoriamo in quale misura il decreto sia stato applicato ma abbiamo informazione che nel 212, per ordine imperiale sono condannati a morte qualcosa come cinquecento maestri. È quasi certo che non si tratti di letterati veri e propri, molti sono alchimisti incapaci di preparare le pozioni magiche per il superstizioso imperatore. I testi rimasti non sono molti. Lacunosi e mutili, suscitano l’interesse della dinastia Han, tanto attratta dalle glorie del passato quanto attenta ai benefici che ne possono derivare nel presente. Liu Pang, figlio di contadini destinato a fondare la dinastia Han, una volta conquistato il territorio centrale dei Qin, suggella i palazzi e le camere del tesoro e si appropria, grazie alla sollecitudine di un consigliere civile suo connazionale, degli archivi imperiali con annali e documenti. Liu Pang così dispone di una cospicua parte di informazioni documentali accumulati nel corso del tempo e oltremodo utili per il nuovo governo imperiale. Imperatori, burocrati e storici. Le fonti documentarie riscuotono da sempre la simpatia dei cinesi che hanno un interesse molto vivo per gli studi storici. La decisione di richiamarsi alla Via della Seta è il filo rosso che collega gli antichi con i nuovi itinerari eurosiatici in campo economico, finanziario e culturale. Fin dalle epoche più remote, un sistema commerciale unificato e multidirezionale va da Oriente ad Occidente e viceversa. Metalli preziosi usati come merce di scambio e attività manifatturiere altamente sviluppate danno vita ad un sistema di rapporti economici e culturali tanto intensi quanto interessanti, seppur non sempre di facile comprensione. Se alla creazione di una forma di governo potente e stabile concorrono le celebrate virtù di politici e militari, non va dimenticato il ruolo avuto dalla professione mercantile.

Cammello nel deserto
 

In una cornice ormai epica, i mercanti caricano le loro merci sui cammelli, pronti ad affrontare la durezza di territori assolati e senz’acqua. Le gobbe piene di grasso e i cuscinetti spessi sotto gli zoccoli li rendono un mezzo di locomozione più resistente rispetto al cavallo. Talvolta le carovane sono immense, lunghe, composte da centinaia e centinaia di cammelli carichi di merci preziose e indispensabili guidate da uomini che affrontano fatiche estenuanti, verso il profitto o verso la morte. Qualcuno non sopravvivere alle montagne, ai deserti, all’inclemenza del clima. Ma la seta silenziosa ama viaggiare e non va matta per la solitudine. È buona compagna per oro, argento, spezie profumate, giada, lacca, lino. Morbida, lucente e fresca svela i suoi itinerari, ben prima che qualcuno racconti la storia. Le sue peregrinazioni terminano nei silenzi delle tombe afghane ed egiziane e tra le pietre umide dell’età del ferro in Germania. Poi arriva a Roma e tutti impazziscono per lei. Durante il I secolo a. C. la città indossa l’abito imperiale e in una città imperiale chi conta deve fare bella figura. L’abito in seta fa tanto glamour. La città si espande e i mercanti romani movimentano quantità impressionanti di merci preziose che acquistano sulle coste orientali del Mediterraneo. Occupano le rotte orientali ellenistiche e arabe e creano un mercato sempre più ampio e desideroso di spezie, essenze e seta cinese. Tanta seta cinese. A favorire gli scambi ci pensano gli imperatori Han che tutelano il territorio dagli attacchi delle popolazioni nomadi. Vigilano sulle oasi per proteggere le carovane di diverse nazionalità asiatiche che si dirigono verso Ovest fino alle città del Mediterraneo con i carichi indiani e cinesi. Gli interessi strategici e commerciali in queste zone sono, da sempre, altissimi. Nonostante corra cattivo sangue tra Seleucidi e Tolomei che complicano gli affari, gli arabi qui si spartiscono il commercio e il controllo delle rotte terrestri a dorso di cammello e quelle marittime su dhow solidi e veloci. Nessun problema, comunque, le guerre stimolano l’astuzia. Per far arrivare oro, incenso e mirra che Roma usa in gran copia per ingraziarsi dei e onorare defunti, si battono vie più sicure e zone più proficue per intensità di traffico. L’antico regno di Saba, situato probabilmente a sud dell’attuale Yemen, gode di florido commercio, ma anche i Nabatei sono mercanti di tutto rispetto. Popolazioni nomadiche divenute stanziali e molto ricche, fondano in una valle di importanza strategica, l’incantevole Petra per controllare le vie tra Arabia meridionale e la costa mediterranea.

David Roberts - Petra - La facciata di El-Deir
David Roberts – Petra – La facciata di El-Deir

A Petra, il passaggio carovaniero promuove una mentalità cosmopolita che fa uso della lingua semitica per la comunicazione quotidiana e del greco in ambiente militare e amministrativo. Intorno al II secolo d. C. quando diventano più concorrenziali i viaggi in territorio partico, la fortuna di Petra, come snodo commerciale, sfuma. Altro famoso accesso al mercato romano è la città di Palmira. Il ritrovamento di frammenti di lino, lana, cotone e tessuti di seta provenienti dalla Cina di dinastia Han conferma il vorticoso giro d’affari che confluisce in zona.

Palmira
Palmira

A Palmira e Petra si aggiunge la colonia macedone di Dura-Europos, fondata sul sito dell’antica Dura, transito e riposo per le carovane. Roma la conquista intorno al 165 d. C. e la perde dopo la metà del III secolo. Intanto seta e merci preziose arrivano attraverso le rotte mercantili tra Mar Rosso, Golfo Persico e la costa del subcontinente indiano. È curioso che in questo via vai, romani e cinesi non si siano mai incontrati. Le fonti a nostra disposizione non parlano della presenza di qualche legazione del Celeste Impero su suolo romano. Nel 166 d. C. dignitari di Da Qin, esonimo cinese per indicare l’Impero romano, sono accolti alla corte Han. Chi scrive è convinto che si tratti di abitanti romani, in realtà i doni, zanne d’elefante, gusci di tartaruga e corna di rinoceronte, parlano la lingua dei mercanti siriani, spacciatisi per inviati di Marco Aurelio. Dando credito a Plinio, i romani sanno e non sanno. Sono al corrente delle popolazioni dislocate in zona Mar Nero, Caucaso e dei nomadi orientali. Della seta pensano sia una sostanza lanosa ricavata dalle foreste alla cui tessitura si dedicano le donne. Quei furboni dei Parti fanno il possibile per evitare che romani e cinesi si incontrino e decidano di prendere un tè insieme. Ve li immaginate? Ah ciao, sei uno nuovo? Eh si, mi son fatto un giro fantastico sul cammello per mesi per venir fin qua! Dai!… e che cosa porti in quei pacchi? Seta, vuoi vedere?…Seta? Nooo, non dirmi, sei mica un cinese? E via avanti. Così i Parti, i profitti se li sarebbero giocati. E invece no. Gli utili da intermediari sono cosa da far sfavillare gli occhi e gli astutissimi e fantasiosi Arsacidi raccontano un sacco di storie complicate per continuare a guadagnarci su. Nel 97 d. C. per tenere lontano da Roma l’ambasciatore Gan Yin, inventano una tal quantità di notizie false su distanze, costi e pericoli, da farlo desistere dall’impresa. Marc Bloch secoli dopo disse che «una falsa notizia è solo apparentemente fortuita, o meglio tutto ciò che vi è di fortuito è l’incidente iniziale che fa scattare l’immaginazione; ma questo procedimento ha luogo solo perché le immaginazioni sono già preparate e in silenzioso fermento». Comunque le impressioni che i cinesi si son fatti dei romani sono abbastanza lusinghiere: mercanti onesti, prezzi fissi, capelli in ordine, abiti eleganti, vita cittadina, giro di monete di oro e argento, commerci con India e popolazioni partiche via mare.

Onde e Sole
 

Ma a furoreggiare per primi sul mercato mediterraneo sono i mercanti greci. Dalla loro hanno il vantaggio delle conquiste territoriali di Alessandro Magno e l’occhio lungo. Non scansano avversità e timori pur di affrontare avventura, profitto e rifornimento di materie prime pregiate e generi alimentari, fondamentali visto l’aumento della popolazione mediterranea. Così avanzano le carovane: varcano il Tigri verso Ectabana, attraversano il Khorasan e arrivano al deserto di Karakum. Chi passa per Merv ha una doppia scelta: Pamir verso Faizabad e Serkhed o verso nord Bukhara, Samarcanda e il valico del passo di Turgat a 3.500 metri. A Kashgar si trova la convergenza delle due carovaniere. Arrivati ai piedi del Pamir si è quasi a buon punto. Non manca molto per Lithinos Pyrgos, probabilmente l’attuale Tashkurghan. Una volta arrivati nella zona degli empori, nell’attuale Tagikistan, c’è un via via intenso di mercanti occidentali, indiani e cinesi.

Foto di Oleg Grigoryev
Foto di Oleg Grigoryev

Questo ultimi, in cambio di seta, che smerciano come una specie di muffa raccolta sui tronchi degli alberi, ottengono pepe, chiodi di garofano, incenso e avorio. Da qui fino a Chang’an, la capitale imperiale che Tolomeo chiama Sera Metropolis, la strada non è particolarmente difficile. Nonostante le altre piste di percorrenza, è la più bazzicata. Chi parte dal mar Nero verso i Monti Altai e vuole raggiungere il Lob Nor, di solito è alla ricerca di oro, zenzero, curcuma e rabarbaro. Le rotte marittime rispondono ad altre esigenze. Verso Oriente è zona di mari nervosi e tempeste furibonde. Divinità dispettose giocano d’azzardo con venti e paure umane ma, nonostante il timore di naufragi e di tentacolari creature, i mercanti veleggiano lontano, sempre più lontano. Le navi scivolano via sull’acqua e trasportano gli uomini verso il mondo dell’altrove. Partenze e ritorni sono affidate ai monsoni che soffiano periodici nell’Oceano Indiano. Dal I al III secolo d. C. se ne avvalgono le navi greco-egiziane che gettano l’ancora nei porti indiani e nei grandi empori malesi. Navi indiane e cingalesi acquistano merci prodotte in Cina, Indonesia e Indocina. Le testimonianze dei rapporti commerciali con Roma sono stati rintracciati nell’attuale area di Pondicherry provenienti da Arretium (Arezzo) e a Pompei, dove è stato trovato il manico di uno specchio proveniente dall’antico e ricchissimo regno di Gandhara. Dall’Arabia all’Asia sud-orientale, il mare brulica di navi, uomini e merci che affrontano il bello e il brutto tempo. I venti qui, soffiano rabbiosi e i temporali sono pericolosi. Da giugno e luglio le imbarcazioni a vela possono imbattersi in seri pericoli, la traversata dall’Arabia all’India è possibile, in tranquillità, solo tra agosto ed ottobre. Pertanto è di vitale importanza sapere del complesso regime monsonico che non si attiene alla semplice alternanza est-ovest. Abbiano notizia che verso il 100 a. C. le merci di origine mediterranea viaggiano grazie ai venti di sud-ovest verso l’India meridionale, dove giungono a fine settembre, quando soffiano molto meno nervosi. Ebrei, egiziani e altri levantini che praticano il commercio sul territorio imperiale si insediano più o meno stabilmente su questi territori. È probabile che conoscano la zona grazie al Periplo del Mare Eritreo, un documento scritto in greco della prima metà del I secolo d. C. e compilato forse da un mercante greco-egiziano. Sappiamo in questo modo quali sono i porti più trafficati. Tra gli altri, l’attuale Quseir sul Mar Rosso e Ras Banas, l’antica Berenice, collegati con l’entroterra somalo e Adulis porto del ricco regno di Axum. Molti altri scali sono situati lungo la penisola arabica, alle foci dell’Indo e sulla costa occidentale dell’India dove approdano le vie carovaniere provenienti da nord. Anche il commercio marittimo cinese è molto antico. Durante l’impero Han, Canton, detiene una posizione privilegiata per lo spostamento di merci verso sud. Tutto il Mar della Cina meridionale è sotto il controllo dei mercanti cinesi che navigano su imbarcazioni e con tecniche di orientamento molto innovative per l’epoca. Gli indiani, invece, scorrazzano per il golfo del Bengala. Roma, dall’altra parte del mondo, domina e consuma articoli di lusso: seta e spezie ma anche pietre preziose e perle. Partite grezze dai porti indiani, nella Caput mundi occidentale vengono lavorate e riesportate nelle altre province dell’Impero. Apprezzatissime: serpentino, turchese e lapislazzuli, perle dell’Oceano Indiano scambiate con corallo rosso del Mediterraneo, richiesto soprattutto per i poteri magici che gli vengono attribuiti. L’elenco delle gemme che arrivano e restano a Roma è impressionante: tormaline, diamanti, rubini color sangue di piccione, granati, agate, madreperla nera prodotta esclusivamente a oriente della Malesia, zaffiri, gusci di tartaruga e spezie, tante spezie per usi alimentari, cosmetici, farmaceutici e magici. Cinnamomo cinese, noce moscata delle Molucche, pepe nero indiano sono indispensabili. E ancora riso, zucchero di canna, olio di sesamo e animali, tanti animali: fagiani dorati della Cina, bufali e yak da traino, tigri per il circo. Ricercate pelli e pellicce cinesi, stoffe di lana del Kashmir, stoffe tinte con la murice, alabastro arabo. Roma, di suo, esporta artigianato di alto livello. I cinesi apprezzano il vetro, sospirano per vini, profumi e gemme intagliate. Non possono fare a meno di metalli semilavorati in rame, stagno e piombo.

Isole Molucche
Isole Molucche

Nel gioco dell’antica economia mondiale, i mercanti sono figure uniche e straordinarie. C’è qualcosa in loro che incuriosisce, emoziona, trascina e inganna. Sono genti vittoriose o avidi avventurieri? Cercano giorni migliori e si nutrono delle stelle del deserto. Sopportano il ricordo e si perdono nell’oblio. Cosa provano quando anche la luna dorme e giacciono nel buio più nero?

Foto di Oleg Grigoryev
Foto di Oleg Grigoryev

Li immaginate? Sbarcati da navi robuste e inquiete, dopo attraversate sonnolente o burrascose, sacrificano a divinità minacciose e partecipano a prodigi straordinari. Si separano e si ricongiungono con le forze profonde della vita. Sporchi di polvere opaca, procedono su sassose vallate sotto la luce implacabile del sole. Varcano montagne d’argento, riposano sotto fitte nubi viola. Caratteri forti, temperamenti coraggiosi, senza scrupoli, procedono passo dopo passo. A testa bassa, nel vento che ulula tra gli alberi, sorpassano costoni rocciosi tra baratri abissali, aggirano montagne, si inerpicano su colline verde menta. Conoscono tutto ciò che c’è di buono e cattivo in natura e nell’animo umano. Ciò che conta è la fiducia in loro stessi. Purificano mani e volti in acque gelide di sorgente. Scrutano il cielo con occhi socchiusi, viaggiano di luogo in luogo e tengono stretta a se benevolenza, asprezza e durezza per affrontare il lato più miserabile della natura umana. Forse riflettono, con prudenza, sulla loro mortalità. Forse hanno una relazione molto personale con il divino. Ridono e si divertono. Avidi di guadagno e di avventura, poco amati, spesso molto potenti. Invidiati e rispettati, intensamente formidabili. Indispensabili a tutti. A Roma più che mai.

Vi lascio una piccola nota di letture che mi hanno ispirato. Ho citato alcune volte Apologia della storia¹ e La guerra e le false notizie. Ricordi (1914-1915) e riflessioni (1921) di Marc Bloch, Liriche cinesi (1753 a. C. -1278 d. C.), a cura di Giorgia Valensin, una vecchia edizione Einaudi del 1958 che mi molto cara e Ombre sulla Via della Seta di Colin Thubron. Un’edizione decisamente più recente. Per letture economiche mi riporto a Rostovtzeff, Weber e Polanyi.

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