Tutti in Cina. Mario Varglien, Pearl S. Buck e la Juve.

Tardo pomeriggio di un giorno particolare. Ho in calendario una gita tra le nuvole. Avete capito bene, tra le nuvole. Mi è capitata l’eccezionale opportunità di fare quattro chiacchiere con Mario Varglien. Lo zio Mariolino, che non vedo da un bel po’ di anni.

Mario Varglien - Collezione privata.
Mario Varglien – Collezione privata.

La settimana passata ho messo ordine tra fotografie, carte e libri che gli sono appartenuti e la nostalgia mi ha pizzicata. Pure una significativa curiosità. Ci sono oggetti e ricordi di Mario che continuano a saltare fuori da cassetti, fondi di armadi, scatole e librerie. Di tanto in tanto, cerco di investire il tutto di nuovi significati perché i ricordi si trasformano con il passare del tempo. Questa volta dal cassetto è spuntato un elegante paio di bretelle da smoking nero proveniente da Sulka
di Parigi e il vecchio, ma incredibilmente raffinato cappello in panno nero di Battersby.  Che mi sta d’incanto. Poi ci sono i libri e le riviste in francese che a cui tengo in modo particolare. Mario aveva conservato un nutrito numero de L’Illustration di cui sono gelosissima.

Per recuperare gli articoli che lo interessavano, lasciava tra le pagine un sottile nastrino, code di topo blu cobalto. Ieri è spuntato uno dalla pagina di un articolo datato 1939, L’exposition des chefs-d’oeuvre du Prado a Genève della signora Noëlle Roger. E chi sarà mai? Indago e vengo a sapere che la Roger, il cui vero nome era Hélène, ha prodotto tra Ottocento e Novecento un certo numero di romanzi di critica sociale basati sul pensiero di Rousseau e sulla drammatica sofferenza causata all’infanzia dalla prima guerra mondiale.

Portrait de Noëlle Roger - Négatif argentique noir/blanc sur verre Bibliothèque de Genève
Portrait de Noëlle Roger – Négatif argentique noir/blanc sur verre Bibliothèque de Genève

Théophile Dufour, il padre (mi chiedo se ci sono legami di parentela con i produttori delle mitiche caramelle che furoreggiavano nella mia infanzia) frequenta le corti di giustizia e di cassazione ginevrine in qualità di giudice. Poi passa a dirigere l’Archivio di Stato e la Biblioteca pubblica della capitale dell’omonimo cantone svizzero. Non solo filosofia e infanzia, la Roger scrive di Dürer, Tiziano, El Greco, Velasquez. L’articolo è corredato da superbe immagini in black and white di artisti che Mario amava con silenziosa passione. Così mi sono detta che era ora di concedermi un pomeriggio diverso dal solito e indagare sulla vita privata di uno dei mediani più forti del panorama internazionale del suo tempo. Vi avviso che non sarà una cosa semplice. Una sua assidua corteggiatrice lo aveva definito “mio caro riccio spinoso”. Nonostante l’innegabile beltà, la signora non era riuscita a far breccia nel cuore di Mariolino. Mario non era molto loquace e di un imbranato estremo con le donne. Fuori dal campo, alla chiacchiera preferiva un musicale silenzio o il fruscio della carta stampata. Niente aperitivi, Mariolino andava forte con l’acqua minerale. Parco con l’alimentazione, prediligeva verdura, carne ai ferri, ben cotta, e formaggi. Non fumava. Vade retro! Aveva però il suo contraltare nel fratello Giovanni, one who lives well. Lo zio Nini, Varglien II, era un fenomeno scoppiettante. Affidabile sul terreno di gioco, nella vita di ogni giorno era un simpatico perdigiorno, amante superficiale e giocondo scialacquatore. Da non prendere ad esempio. O forse sì, dipende dai mulini a vento of your mind. Giorni fa, intenzionata a portar via dagli scaffali la polvere dei secoli, affido all’aria di giugno la collezione Medusa Mondadori di Mario e una certa quantità di altri libri. Un lettore straordinario! Ci sono Fallada, Maurois, Heinrich Mann, Galsworthy (che mi piace tanto) Aldous Huxley (che è una delle mie passioni) Dos Passos, Wassermann, Gide, Hermann Hesse, Virginia Woolf e Pearl S. Buck. Potrei continuare ad elencarli tutti, ma solo se scopro che avete intenzione di darvi alla lettura impegnata. Intanto noi discendenti siamo grati a Mario. Abbiamo sempre apprezzato e imitato i suoi gusti letterari. Beh, ecco la sua nuvola, finalmente! Sta sostando sopra casa.  Se la perdo chissà quando potrei essere favorita da una fortuna simile. Ah si, immagino vi stiate chiedendo come si possa salire e, soprattutto, starci su una nuvola. Vorrei rispondervi che è facile, che lo possono fare tutti, ma non è così. In questo caso vi comunico che sono una raccomandata di ferro. E quindi salgo… Che bello rivedersi! Siamo entrambi commossi. Una ovattata sensazione di atemporalità si muove tra terra e cielo. Ci salutiamo con un sorriso e una stretta di mano. La consueta riservatezza del “Cinese” non si è dissolta. Un momento… è vero. Non vi ho detto che sono stati i compagni di squadra a soprannominare Mario in questo modo. Reputavano avesse i tratti di un nobile guerriero orientale. Giudicate un po’ voi…Per rompere il ghiaccio inizio con un:

Mario Varglien a Fiume - Collezione privata
Mario Varglien a Fiume – Collezione privata

«Hai visto che successo la Juve in Cina? Te lo saresti aspettato?». Risponde con una certa prontezza che sì, se lo sarebbe aspettato: «La Juventus e la Cina sono due vecchie Signore. Il loro temperamento è fatto di rispetto per tradizione e autorità, disciplina e fede. I canoni della filosofia di Confucio potrebbero essere girati allo spirito che anima la Juventus. I cinesi e la Juventus possiedono la discrezione di coloro che sanno cosa vogliono e operano con stile, sorridendo anche quando il destino non è benevolo. Non si arrendono mai.» Un’affermazione nata da una felicità profonda nel cuore. Le righe bianche e nere non scoloriscono mai. Mario prende fiato e mi ricorda che i reperti archeologici dimostrano che in Cina il calcio era molto seguito fin dall’antichità più remota. Manuali militari e manoscritti dell’epoca Han riportano che le popolazioni stanziali giocavano “a palla di cuoio sospinta con il piede”. Si trattava di un pallone ripieno di piume e capelli che doveva essere calciato. « Ti ricordi quando ti raccontavo che noi  ragazzini a Fiume, nelle strade di periferia usavamo come pallone un budello di maiale riempito d’aria? Mani femminili mosse da grande bontà lo ricoprivano con vecchie stoffe e via a calciare la palla in mezzo alla sterpaglia. Che divertimento!» Sorride benevolo e guarda sotto. Laggiù c’è il mondo che ha lasciato nell’afoso agosto di quarant’anni fa. Mario si oscura, improvvisamente. So dove vuole arrivare. «Partiamo da alcune certezze» dice categorico. «L’entusiasmo e l’allegria del calcio si sono trasformati in uno spettacolo lucroso. Oggi lo sport è industria e finanza, forza e velocità. La Squadra fa ormai accordi commerciali con i colossi industriali dei pneumatici. Gli imprenditori, comprano, vendono e prestano gli idoli del calcio con estrema facilità». Non sembra molto mutato. C’era in lui una certa tendenza ad incaponirsi su alcuni punti di vista molto soggettivi sulla conduzione dei rapporti interpersonali, sportivi e no. Schiodarlo da un’idea fissa poteva rivelarsi un’impresa ardua. Spesso impossibile. Fino alla fine, è stato un gentiluomo, molto d’antan. Sbuffo e lui cambia argomento. Meno male. « Comunque l’idea di Dybala di avere di nuovo in campo Pogba non è per niente peregrina. Sono entrambi coraggiosi e potenti. Giovani e dotati di notevole tecnica. Due talenti che stringono un’amicizia fuori dal campo è  un buon auspicio. Rivivo la mia simpatica amicizia con Orsi. Certo era un’altra cosa e noi eravamo diversi. A quei tempi si era ragazzi con la convinzione di essere uomini fatti e finiti. Ma l’amicizia, ieri o adesso, è un aspetto determinante per decidere la vittoria. Bettega e Scirea, due grandi giocatori e due affezionati e rispettosi amici. Così, insieme a Zoff, Platini, Boniek, Rossi, Gentile, Cabrini, Tardelli, Furino e Trapattoni sono stati una grande formazione.» Varglien I si perde nei ricordi della sua squadra. A me però preme parlare di altro. Vorrei trascurare la Juve (che i tifosi mi perdonino!). «Ho spolveratoi tuoi libri, l’altro giorno. Sono tanti e tutti di autori di notevole spessore». Arrossisce. «La lettura è un amore nato tardi. Non certo un’abitudine dell’infanzia. Figuriamoci, da ragazzino subivo solo il fascino del pallone, della strada e dei campi. Dove si giocava. Andavano bene il giardino di casa, il cortile, la piazza, i campi deserti e infangati, ogni posto adatto a tirar calci al pallone. Le porte ce le creavamo noi. Di libri neanche a parlarne. A scuola non ci andavo volentieri. Troppe ore seduto. Nuoto, corsa, ostacoli, salite in montagna. Questa era la vita!». Un sorriso fugace gli illumina il volto. Si ammorbidisce un po’.

Varglien I in zona Sestriere - Collezione privata.
Varglien I in zona Sestriere – Collezione privata.

Mario è schivo e riservato, spesso ombroso, ma quando sorride, si illumina tutto. Protettivo e cavalleresco ma scarsamente comunicativo. Fedele alla Juve e al silenzio. Quasi monacale e un tantino maniacale. Sottomesso alla disciplina dell’allenamento e soggiogato dalle ritualità strategiche dell’erba verde, dalle cariche demolitrici degli avversari e dal potere magico di scarpaccie dure come legno. Niente a che vedere con le comode suole contemporanee. «E poi mi sono iscritto all’Università, a Torino. Ma niente letteratura. Il tempo mancava.» «E poi?» lo incalzo. «E poi ha vinto la curiosità per la parola, la lettera, l’informazione. Per eludere la mia scarsa comunicatività e un conformismo che chiudeva la vita alla limpidezza, ho iniziato a leggere. Spesso concludevo le mie giornate a notte inoltrata. Sfioravo le pagine dei libri e il mio cervello vedeva i luoghi descritti, le persone e gli oggetti presentati. Non sono mai diventato un topo di biblioteca, questo no. Però posso dire che se il pallone è stato il mio grande amore, verso la maturità, i libri lo hanno sostituito degnamente. Le storie mi aiutavano a pensare con maggiore lucidità, ad avere una capacità di attenzione più ampia. E poi, la lettura è un piacere, un’avventura, una scoperta, un’abbandonarsi all’altrove. Con Pearl S. Buck mi sono inoltrato in territorio cinese. Ho conosciuto un luogo che da bambino mi aveva marginalmente sfiorato con ombrelli di carta di riso, giocattolini di bambù, un aquilone e altri oggetti che mio padre aveva portato dalla Cina. Durante il servizio militare nella marina austro-ungarica aveva fatto parte del contingente di marinai inviati con le navi europee a proteggere le delegazioni occidentali presenti a Pechino, minacciate durante la ribellione dei Boxer.»

 

Compagnia dei Boxers - 1901 - Tien Tsin - Cina. Questa immagine è disponibile presso la divisione Stampe e Fotografie della Biblioteca del Congresso degli Stati Uniti
Compagnia dei Boxers – 1901 – Tien Tsin – Cina. Questa immagine è disponibile presso la divisione Stampe e Fotografie della Biblioteca del Congresso degli Stati Uniti

Questi ricordi sembrano rattristare  Varglien I. Aveva la consuetudine di tenersi lontano dalle situazioni spiacevoli, soprattutto quelle che sfioravano o rivelavano aspetti della sua sfera intima. Che io ricordi non ci sono stati momenti in cui il “riccio spinoso” abbia vinto le sue resistenze alla reticenza su emozioni e sentimenti. Possedeva un inaccessibile senso della vita privata. Più alcuni tocchi di sana diffidenza. Meglio effettuare un rapido dietrofront e puntare l’attenzione sull’argomento che mi sta a cuore. «L’infanzia non ci abbandona mai. Il ricordo di giocattoli e oggetti cinesi ti hanno portato verso i racconti della Buck», dico. «Sicuro. Molto spesso il passato rientra nella tua vita assumendo forme diverse. La Buck ha una scrittura interessante perché mette in luce le contraddizioni della vita di un Paese che ha attraversato momenti di altissimo splendore e di crudele decadenza. Mi interessava il punto di vista di una donna occidentale così rigorosa e intraprendente. Buck talvolta è aspra e inflessibile e tuttavia è sempre profonda. Il suo occhio perspicace rileva l’asperità di un sistema patriarcale inflessibile, dove gli antenati e la famiglia possono proteggere e insieme frantumare ogni istanza di autonomia. Famiglie dove l’affettività si trasforma in utilità per la sopravvivenza, dove i padri comandano con durezza e mogli e madri, apparentemente soavi e terribilmente eroiche, sopportano e tacciono, obbedendo a quell’insegnamento che era stato impartito a loro lungo i secoli. Quando si è uomini non si pensa tanto a queste cose. Prima della Buck questi aspetti della vita non mi sfioravano. Vedevo le cose, questo si. Ma le accettavamo tutti com’erano e non pensavamo di cambiarle». Mario si ferma. Riprende a parlare con un tono di amaro rimpianto:«Bisognerebbe vivere in una condizione di continua mobilità. Cambiare orientamento di pensiero, non in maniera frettolosa, ma preoccupandosi di riflettere. Per non addormentarsi nella replica di gesti e pensieri che bloccano e chiudono la mente. Entriamo in campo con il piede destro e con quello vogliamo uscirne. O portiamo sempre la stessa medaglietta al collo come portafortuna. In realtà sono gesti e pensieri che ci limitano.» Si ferma, poi riprende lentamente: «È innegabile il senso di stabilità che infonde l’insegnamento di Confucio. Ma l’accettazione della propria condizione, il comportamento adeguato a quest’ultima, l’ossequio e il rispetto profondo diventano dipendenza e immobilismo. Rinneghi te stesso. Non sai mai chi sei. Diventi quello che ti è stato ordinato di essere. Il tuo sangue vitale scompare nella sabbia del deserto e tu non lasci una vera traccia di te. Nonostante tutto, la Buck concede speranza e scongiura, con la sua scrittura paziente e riposante, il formarsi di una visione pessimistica sugli uomini e su questo paese così lontano. Ho letto Vento dell’est, vento dell’ovest La buona terra quando avevo poco più di trent’anni. In questo modo ho potuto diventare consapevole che esisteva un continente da incontrare. Che al di là delle terre di cui avevo esperienza, c’era un altrove fatto di uomini e donne molto diversi da noi, logorati dalla fatica dell’esistenza, piegati da forze crudeli e maestose e racchiusi in un sistema di vita immutabile. Dove sembrava non esistere un futuro diverso, ma solo un eterno presente forgiato dagli antenati. Quasi il miraggio di un perfetto e doloroso equilibrio, privo dell’illusione di un mondo ultraterreno che potesse accogliere in pace la gente.

Fiore di loto.
Fiore di loto.

Mi chiedevo come un popolo potesse mantenere una dignità così intensa e una deferenza commovente per il sapere in un periodo così depresso e sanguinoso: i signori della guerra si creavano piccoli ma feroci centri di potere e si combattevano tra loro, la filosofia rivoluzionaria di Sun Yat Sen si avviava a rinnovare la storia cinese, i Manciù rovinavano e tradimenti e assassini erano all’ordine del giorno. Quasi un ritorno al passato quando si millantavano proposte di pace e si imbandivano banchetti per assassinare generali e stati maggiori.
E ancora, il governo nazionalista, le misure repressive contro il movimento comunista che muoveva i primi passi, la stupefacente e crudele invadenza straniera. E intorno, la vita della terra e dei contadini scandita da ritmi millenari.» Mario ha un tono di voce diverso da prima. Scuote la testa. I suoi occhi diventano malinconici. «Mentre in Cina scoppia la guerra civile, a Torino il barone Mazzonis, uomo della famiglia Agnelli, progetta e costruisce una grande squadra. Dall’Argentina vengono chiamati Orsi e Cesarini, Ferrari dall’Alessandria e dal Padova Giovanni Vecchina. La Juventus di quegli anni aveva una tecnica superba, accresciuta dalla personalità grintosa e dallo stile di Luis Monti.» Varglien I rincorre il passato. C’era una velatura di ingenuo romanticismo in lui che pochi comprendevano. «Il mare, le montagne e poi la morte, separano gli uomini e le loro vicende. C’è un qualcosa di fortemente inimmaginabile nella nostra vita.  Appoggiamo i piedi nella sabbia. Combattiamo disarmati e non lo sappiamo. Ci dimentichiamo del potere delle stelle e poi diventiamo solo forme indistinte nel ricordo di chi ci ha amato.». Mi lancia uno sguardo lungo e sorride. «Non posso fare a meno di collegare ogni mio pensiero alla Juventus. Alla fine è come un tornare a casa.» Penso a quanto io sia lontana a poter esprimere appassionate considerazioni tecniche sulla squadra. Considero la Juve di famiglia, come tifosa sono infantile, mi appassiono a lei come storica. Il mio tempo sulla nuvola di Mario si sta sfilacciando, come zucchero filato. «L’Oriente mi è ancora molto sconosciuto e sono affascinato dai suoi misteri. Comunque, da quassù, con i venti favorevoli, posso viaggiare, quasi come in sogno. Mi sa che raggiungerò quelle terre così enigmatiche, magari sospinto dall’alito del drago. Tra una trasvolata e l’altra, chissà che non riprenda a giocare a bocce!».

Mario con amico imprecisato ad Abbazia negli anni Trenta. - Collezione privata.
Mario con amico imprecisato ad Abbazia negli anni Trenta. – Collezione privata.

«Santo cielo, non ti facevo così divertente!». Rispondo divertita.  «Sono contenta di averti pescato quassù, magari ripasso, così mi racconti dei tuoi viaggi. E dei tuoi libri. Oggi non sei stato mica tanto esaustivo».«Ecco, anche i giovani mi rimproverano di essere poco comunicativo. Nessun rispetto per gli antenati. Chissà cosa penserebbe Confucio!». «Risponderebbe che la vita è davvero semplice, ma che siamo noi ad insistere a renderla complicata». In lontananza c’è un nuovo chiarore. Un alito di vento mi sospinge verso il basso, lentamente, molto lentamente mi punge già la nostalgia. La temperatura è calda e sono di nuovo davanti casa mia. Varglien I, silenzioso come sempre, starà prendendo la via verso il Celeste Impero.

Bibliografia.

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