Peccati di gola e regole monastiche

«Essenziali per la vita umana sono l’acqua, il pane, la veste e la casa per proteggere la nudità», Ecclesiastico XXIX. Adesso invece ai golosi non bastano più i frutti degli alberi, o i diversi generi di legumi, le radici delle erbe, i pesci del mare, gli animali della terra o gli uccelli del cielo, ma vanno in cerca di spezie, si procurano aromi, si nutrono di pollame, scelgono gli animali più grassi cucinati dall’arte dei cuochi più raffinati e riccamente preparati dai servitori». 

Fino a pochi giorni fa eravamo immersi nella frenesia delle festività, affannosamente occupati a nutrirci di frutti proibiti ad alto contenuto calorico. Abbiamo affollato mercati e supermercati, cucinato per il palato di amici e parenti, rielaborato le vecchie e super collaudate ricette della nonna, commentato la reputazione e il duro lavoro degli chefs stellati. Abbiamo banchettato con lo stesso gusto di Nero Wolfe  alternato a qualche senso di colpa. La continentia doveva aspettare tempi migliori. Nonostante i consueti buoni propositi, abbiamo inseguito cibo e piacere. Ci siamo forse perduti in situazioni moralmente eccepibili?

Adriaen van Utrecht (Anversa, 1599 – Anversa, 1653) Banquet Still Life, 1644, Rijksmuseum
Adriaen van Utrecht (Anversa, 1599 – Anversa, 1653) Banquet Still Life, 1644, Rijksmuseum

A nostra discolpa per i chili di troppo e per la salute affaticata, ci scusiamo con noi stessi con un nuovo abbonamento in palestra e con il pensiero che Natale, per fortuna, si festeggia una volta all’anno. Scordiamo compleanni, aperitivi dopo lavoro, cene di fine corso e pranzi di inizio attività. A quanto pare, ma forse si tratta solo di una impressione, dopo il lavoro, mangiare sembra essere diventata l’attività più gettonata. Sobrietà e frugalità non appartengono al nostro secolo, sopraffatto dalla liquidità del pensiero e dalla solidità della dipendenza alimentare. Stiamo pericolosamente lontani da argomenti scottanti, relegati nella casella veloce lettura e rapidissimo commento. Temiamo il contagio di conoscenza e saggezza, notoriamente impegnativi e scegliamo di far occupare il nostro tempo dall’appiattimento del benessere. Il cibo ci tiene in ostaggio, nonostante le raccomandazioni di contenerne il consumo per questioni di salute, di estetica e di libertà interiore. Ci insegue nei libri, pervade le pagine dei giornali, tiranneggia i programmi televisivi, è dispotico nelle conversazioni tra amici. Gite, viaggi, seminari, convegni hanno la loro migliore conclusione davanti a piatti succulenti. Quando non ne sono argomento o motivazione, il cibo è diventato sinonimo esclusivo di cultura, autentica ancora di salvezza di un’umanità sempre più scarsa di autonomia di pensiero e buon senso. Rifiutare il cibo come ci viene proposto oggi, è cosa ardua. Esprimere un corretto rapporto alimentare significa darsi la possibilità di limitare il controllo del gruppo sulle nostre vite, incominciando con il dire di no ai soliti probabili party o invadenti riunioni di famiglia. Insomma abbassiamo il tono del diktat moderno che ci vuole ipersocializzati e dotiamoci di una consapevole e sana disciplina alimentare che sostenga il corpo e rallegri lo spirito.

Pinterest personale
Pinterest personale

La Salvezza bussa alle porte del monastero

Da sempre il rapporto tra uomo e cibo è denso di significati. Linguaggio universale e occasione di gradevoli conversazioni,  è imprescindibile dall’esistenza umana. Una vita senza cibo non è concepibile. Assicura sopravvivenza, valorizza convivialità e buone maniere, sollecita l’erotismo, acquieta e stimola conflitti, favorisce il controllo sociale, trasforma le emozioni in relazioni. Gli alimenti possiedono da sempre poteri magici e significati misteriosi che vanno ben al di là della sopravvivenza biologica del corpo. Uno spazio dove il cibo e i suoi significati vengono elaborati con estremo rigore, è la riflessione teologica del monachesimo occidentale. Era opinione dei monaci che l’astensione dal cibo rappresentasse un’offensiva potente alla vitalità peccaminosa del corpo, ricettacolo di sofferenze, falsità, inganno, rovina. La Salvezza aveva bisogno del sacrificio del corpo. Le membra magre, debilitate e spossate trovavano conforto nella incorporeità degli angeli. Non c’è dubbio che nella spiritualità unica ed esclusiva dei monaci, modellata da una creatività estrema, il cibo assumeva una connotazione perversa e diabolica.

Pane con i datteri - ricetta dal blog Il Gatto Ghiotto
Pane con i datteri – ricetta dal blog Il Gatto Ghiotto

Nei secoli di quasi completa oscurità che seguono la caduta dell’Impero Romano, i monasteri diventano luoghi di ricovero e studio. Le riflessioni che nascono tra queste mura protettive spingono a nuovi criteri interpretativi della realtà e alimentano sperimentazioni tanto rigorose quanto emendabili, in successivi momenti, sul cibo e sul suo rapporto con l’umanità. Gola, concupiscenza, eccessi, vizi, che sono propri di vanità, violenza del sangue, miseria, abusi trovano un baluardo in valori fondamentali come la mortificazione della carne, il digiuno estremo, la degradazione fisica. La condanna della brama immoderata del mangiare è assoluta, l’obesità è un male oscuro, mangiare troppo fa ammalare, appesantisce, ancora alla terra. Così il monaco Alano di Lilla: «Sai da dove vengono le infermità del corpo e i disturbi della mente? Certamente dall’eccesso di cibo, dal bere a fiumi. Da dove deriva la febbre se non dalla gola, da dove il mal caduco se non dalla crapula? Non è forse vero che la paralisi viene per l’ubriachezza e l’idropisia per l’abitudine al vino?». Convinzioni spirituali estreme certo, ma tuttavia nascondono un accenno di interesse per il benessere psico-fisico di cui  avvertiamo una preoccupazione talvolta ossessiva. In fondo che la pancia piena ottunda la ragione lo avvertiamo quotidianamente nella perdita di energia, nell’affaticamento, nel gonfiore, nella difficoltà di concentrazione. Mente e apparato digerente sono strettamente collegati e se il nostro sistema nervoso enterico è in cattiva salute, ne soffre la salute mentale. Se un’alimentazione eccessiva segnala nell’uomo moderno rapporti estremamente conflittuali, per il monaco medievale ingurgitare compulsivamente cibo rende sciocchi, volgari e sfrenati. Così la frugalità, ma soprattutto il digiuno, individuano l’aspirazione nostalgica per un mondo perfetto che ha il suo punto di ottenebramento nella necessità di sopravvivere in questo mondo. Tuttavia, l’estremismo spirituale dei padri del deserto si mitiga con Tommaso D’Aquino che, più permissivo, si richiama alla convinzione aristotelica che fa degli alimenti i fautori di buona socialità e benessere. Nel mondo occidentale, il digiuno ha subito nei secoli, un processo di desacralizzazione ed è stato trasformato in piano detox contro patatine, hambuger e merendine. Il rapporto cibo-vita e il processo di industrializzazione si sono trovati, e si trovano attualmente in aperto conflitto. Mangiare in modo consapevole, legato ai reali bisogni biologici sostiene il principio di libertà personale in opposizione alle logiche uniformanti e patologiche dei cibi preconfenzionati. In quest’ottica il digiuno può diventare una consuetudine terapeutica per prevenire l’insorgere di problematiche psicofisiche o un valido supporto per sanarle, un’ espressione dell’amore di se, la ricerca di uno stato di calma e di pace, il dono di un luogo e un tempo speciali, dove sostiamo all’ascolto di noi, più liberi dalla abitudini automatiche e più comprensivi della natura dei nostri stati mentali e delle emozioni. Sotto questo punto di vista, il digiuno diventa uno strumento che partecipa ad un processo educativo più sano e vitale. Un antidoto alle cattive abitudini che necessita, però, di una preparazione generale, una familiarizzazione alla saggezza che produce una nuova forza che permette di riconoscere le avvisaglie di ciò che ci è dannoso, dandoci la possibilità di fermare il loro ingresso nella nostra vita.

Da Ildegarda di Bingen a Bernardo di Chiaravalle

L’importanza della cultura del digiuno e dell’alimentazione si colloca con una certa speciale saggezza nell’intenso lavorio di Ildegarda di Bingen, sicuramente un personaggio eclettico e particolare del monachesimo benedettino femminile.  Filosofa e mistica aristocratica del XII secolo, consigliera di Federico Barbarossa e scrittrice prolifica, Ildegarda riesce a mettere sotto la protezione divina tanta parte della conoscenza sulla natura che la teologia, in maniera caparbia, confinava nel regno del diavolo. Saldamente legata alla tradizione, ma lontana dal misticismo che vuole assoggettare il corpo alla sofferenza e alla punizione, distaccata dal travaglio che piega il corpo e lo spirito sulla via dell’unione con l’Assoluto, osserva e medita piuttosto sul funzionamento di corpo e psiche per contrastare il dolore e la malattia. Nei suoi trattati di medicina compaiono molti capitoli che sembrano ricettari e veri e propri consigli alla tutela della salute. Le medicine sono indicate da Dio, è Lui che salva l’uomo e lo riporta nell’armonia del benessere che Lui stesso ha creato o lo libera per sempre dalla condizione terrena. Così scrive del digiuno: «Se gli uomini si astengono oltre misura dal cibo, sì da non offrire al loro corpo il giusto e dovuto ristoro dei cibi, o se sono instabili e leggeri nei loro costumi, oppure oppressi da molti e grandi languori, talvolta accade che nei loro corpi sorga una sorta di tempesta, quando gli elementi, che sono in loro, si dispongono in modo contrario. E quando il fuoco e l’acqua si osteggiano mutuamente, spesso accade che i due rivali confluiscano in qualche commessura delle membra o in qualche parte del corpo, e facciano crescere pustole accompagnate dall’enfiagione della carne. e queste pustole possono essere di tre tipi.». Il digiuno è sicuramente strumento indispensabile alla purificazione, tuttavia, aggiunge Ildegarda, è cruciale sia usato correttamente perché fragile è l’anima sulla strada del nutrimento interiore. 

Torta alle fragole con savoiardi in crema diplomatica - Pinterest personale
Torta alle fragole con savoiardi in crema diplomatica – Pinterest personale

Peccati, tentazioni, regole e discipline. La cultura medievale non è mai inoperosa o inattuale, piuttosto si manifesta con vitalità, è contraddittoria ed energica. Produce guide ragionate, prediche austere e veementi minacce. I libri penitenziali si sprecano. I vescovi incoraggiano e supportano la lotta contro le tentazioni, si appellano alle rivoluzionarie riflessioni degli antichi monaci su vizi e peccati. In auge Giovanni Cassiano che usa il termine aristotelico gastrimargia per indicare gli eccessi dello stomaco. Se Cassiano consiglia di alzarsi da tavola non ancora sazi, e insiste sulla frugalità, Gregorio Magno compila i Moralia in Job, unbest seller enciclopedico su tutte le questioni morali, subito punto di riferimento teologico. Una volta passati in rassegna tutti i peccati, è la gola quello che gli dà meno pace (si fa per dire). La sua azione è tremenda perché inguaia Adamo, lo fa cacciare dal paradiso terrestre e condanna il genere umano a vagare sulla terra, spaventato e miserabile. Ma non tutto in monastero è mortificazione e penitenza. In realtà, sono proprio i monaci ad essere i golosi più significativi. Vi ricordate le gioviali rotondità di Fra Tuck nel film Disney Robin Hood?

L’immagine del monaco ghiottone, consegnata alla Storia dalla letteratura novellistica e dalla poesia (molti di noi ricordano Boccaccio con il suo frate Cipolla, pelo rosso, viso lieto, ottimo parlatore), diventa presto cattiva pubblicità per la Chiesa.  Davanti a ingordigia e opulenza delle tavole dei monasteri, protesta il venerabile Bernardo di Chiaravalle, fondatore, con il contributo di Ugo di Champagne, dell’abbazia di Clairvaux. Temendo per la cattiva fama dei monaci e la perdita di principesche donazioni, così scrive l’abate: «Le portate si susseguono una dopo l’altra, e al posto di un unico piatto di carne, da cui ci si astiene, si raddoppiano i piatti dei grossi pesci…Giacché tutti i piatti vengono preparati dai cuochi con tanta cura e con tanta arte che anche dopo aver divorato quattro o cinque portate, le prime non impediscono di mangiare le ultime e la sazietà non diminuisce l’appetito…Chi potrebbe dire (per tacere di tutto il resto) in quanti modi sono cucinate e sbattute le sole uova, con quanta cura vengono rivoltate e strapazzate, liquefatte, rassodate, sminuzzate; e si portano in tavola ora fritte, ora arrostite, ora farcite, ora accompagnate da altri cibi, ora da sole.». 

Alla fine la divisione che si voleva netta tra anima e corpo, tra spirito e materia, che avrà storia lunghissima, per fortuna non è mai del tutto avvenuta. In realtà, anche quando il vento soffia impetuoso, è possibile cercare una conciliazione tra interpretazioni burrascose e opposte raffigurazioni del mondo. Il pensiero medievale percorre la strada più nascosta e interna dell’anima e coglie le diversità più essenziali, le contraddizioni più spinose, celebra la creazione, suggerisce soluzioni metafisiche a problematiche terrene e soluzioni passeggere a interrogativi filosofici che necessitano di molteplici attenzioni e prudenti soluzioni.

La citazione ad inizio pagina è tratta dal trattato ascetico Il disprezzo del mondo di Innocenzo III. Molte riflessioni nascono dalla lettura de I sette vizi capitali. Storia dei peccati nel Medioevo. Cause e cure delle infermità è il testo di Ildegarda di Bingen.

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