Passaggio a Moccò. La Via dei Carsi

Febbraio secco e luminoso, vento di bora, temperatura quasi polare. Una brigata di camminatori, modello agili-veloci, parcheggia due Shooting-Brake dall’aria decisamente vissuta sulla piazza di Bagnoli. Dopo un rapido scambio di opinioni, si dirigono da Ota, bar-pasticceria fornita di dolcezze e ottimi tonici pre- scarpinata. Voci allegre affermano che è la giornata ideale per misurarsi con il sentiero che da Bagnoli della Rosandra sale verso S. Antonio in Bosco. E allora…che si aspetta? Pronti? Via!…

Paesaggio intorno a Borst
Paesaggio intorno a Borst

 

Chiesa di Borst - San Antonio in Bosco
Chiesa di Borst – San Antonio in Bosco

I camminatori attraversano Bagnoli fino a Konec, seguono il sentiero Cai n. 1 e salgono al bivio, poi sentiero n. 15 direzione colle di Moccò, ruderi del castello. Spiriti entusiasti, colti da un’affannata felicità spendono a voce alta alcune parole per onorare la Val Rosandra.

Tracce romane. Brevi memorie di un camminatore che «si intende di storia romana».

Riserva naturale, territorio di escursioni, splendide camminate, appassionate arrampicate,  e last but not least ottime mangiate.

La Val Rosandra è un crocevia, un’intersezione di tempi, un paesaggio di contaminazioni naturali. Gli appassionati di storia innalzano lodi alle competenze ingegneristiche dei Romani. Il tratto di acquedotto, visibile alla destra sul sentiero, è molto ben conservato. Le volte integre e alcuni tratti dei muri laterali in pietra e calce, testimoniano la razionale efficienza e la sobria funzionalità dei colleghi di Vitruvio. I Romani approdano a Tergeste, probabilmente una base costiera dell’antica popolazione degli Istri, per fermare le scorrerie contro le loro navi che trasportano grano e viveri in Adriatico. Tergeste, toponimo venetico formato da terg,  cioè mercato, viene duramente colpita, forse distrutta. Roma può così continuare in tranquillità i suoi traffici con le popolazioni dei Veneti e impadronirsi della città. Altre campagne militari portano, nel 177 a. C. alla tremenda e definitiva sconfitta degli Istri e alla distruzione della città di Nesazio. Le fonti documentarie raccontano del susseguirsi di spaventose carneficine e determinanti vittorie consolari che si concludono nel 35 a. C. con la  definitiva sconfitta dei Carni. Il regno di Ottaviano Augusto vede il termine  delle campagne militari mosse allo scopo di sottomettere definitivamente il territorio. Tergeste diventa municipium e colonia di diritto romano. Personaggi di alto rango, attratti dall’incantevole  posizione sul mare, mettono su casa in città e costruiscono le loro fortune.  Edificano ville rustiche, il teatro affacciato sul mare, il porto, onorano Giove a Atena e per proteggere salute e fecondità  omaggiano la Magna Mater. I traffici cittadini godono di notevole prosperità, grazie anche alla fioritura della vicina Aquileia divenuta uno dei principali centri imperiali per la compravendita di vino, olio, pelli, schiavi e bestiame. Tergeste, nel tempo si fa ancora più bella e dimostra di avere stile e vivacità nel suo ruolo di mercato in espansione. 

Marco Vaglieri - Teatro Romano di Trieste
Marco Vaglieri – Teatro Romano di Trieste

Viandanti moderni

La conversazione, alternata ad estatici silenzi, è piuttosto interessante.

I confini tra passato e presente  sono aperti. La magia delle rocce verticali, i boschi cedui, l’intersecarsi dei sentieri che tagliano la valle ispirano pensieri rievocativi, uno strano effetto di ritorno che a qualcuno appare come uno spettacolare déjà vu.

La brigata di viandanti è composta da un giovanotto spiritoso e da uno molto convenzionale che viaggia in compagnia di una signora bionda ricercata e affannata, da una nonna molto colta, due ragazze dal carattere spigoloso, due padri benevoli e una madre perspicace. Occhi spalancati e gambe agili, quattro menti sveglie di età compresa tra sette e dieci anni avanzano saltellando sul sentiero come giovani lepri. Sono i figli della madre perspicace. Intorno a tutti quanti, boscaglia fitta, rupi e ghiaioni, superfici erose, scabre, fessurate si alternano a testimonianze preistoriche, romane, medievali.

Muschio verde umido sonnecchia pigro tra le ombre carsoline. Le zolle erbacee attendono l’aria tiepida per la consueta fioritura gialla di primavera, il manto boscoso occupa Monte S. Michele. La solitudine è quasi assoluta, poche le presenze umane in zona a far compagnia ai  nostri viandanti in cerca di tracce. Una buona condizione per chi vuole mettersi in ascolto di voci antiche.  Pini neri, querce secolari e arbusti sussurrano storie inquietanti e molto, molto suggestive.

Nel paesaggio c’è un qualcosa che riporta a un qualcosa d’altro che richiama ad altro ancora. Gli occhi incrociano il gioco delle trasformazioni del tempo. Tra questi sentieri si intersecano il passato e il presente di una città fatta di leggendarie rocce bianche e mare e cielo blu-verde. Una città interessante, dal fascino particolare, gaudente e malinconica. Talvolta intrattabile. A Trieste gli accadimenti di ogni giorno diventano singolari, inaspettati, intensamente intimi. O platealmente caotici, tipici di quelle personalità dall’animo complesso. Talvolta accade che mascheri i suoi connotati cittadini e diventi piuttosto una filosofia di vita. Meditata e attenta, con un’innegabile fascino enigmatico. Una città che si racconta con molti punti di vista diversi, che confonde e sconcerta. E resiste, resiste sempre mentre con stile, cultura, storia si adatta agli amanti del viaggio lento, si concede a chi sa assaporare ogni suo singolo ricordo.

Il tempo di ieri

Il profilo più conosciuto e visibile di Trieste è quello asburgico. Nel 1719 la monarchia dell’Aquila Bicipite, la dichiara porto franco. Trieste si sviluppa in maniera prorompente. Diventa porto di transito per il mondo. Qui arrivano e partono merci ricercate, beni di largo consumo, prodotti industriali, sul lato settentrionale del golfo corre la linea ferroviaria, fioriscono banche e  compagnie di assicurazioni. L’imperatore la nomina urbs fidelissima, suo fratello vi costruisce un castello da fiaba, mercanti e profitto la governano in maniera ordinata. Come ricorda Jan Morris, scompaiono nelle ombre della Città vecchia le discendenze delle antiche famiglie nobili per lasciar spazio a chi ha radici e origini molto lontane. Greci, ebrei, egiziani, armeni individuano nel profitto le loro somiglianze e conservano con grande consapevolezza la libertà delle proprie differenze. Prudenza, praticità, ordine e risparmio coabitano nella struttura di Trieste con fastose eccentricità, caotiche e irrazionali emozioni, animati labirinti dell’anima dove, sotto sotto circolano itinerari di malinconie e afflizioni, squisitamente vivide e poetiche.

Casa Smolars - foto di Sergio Vesselli
Casa Smolars – foto di Sergio Vesselli

Antica mercatura

Per questa volta la brigata trascura  lo sfarzo della città ottocentesca e, tra dubbi e perplessità, ripidi ghiaioni e pareti di pietra bianca, si muove alla ricerca degli indizi di quando la valle era una delle vie di comunicazione tra il Comune di Trieste medievale e il mondo di fuori. Questo è il percorso che i mercanti di Carniola, Stiria e Carinzia attraversano per portare le loro merci al mercato locale, dove, contemporaneamente, gravitano pure i mercanti toscani che hanno introdotto tra le mura cittadine un certo appeal internazionale con panni e tessuti che importano da luoghi lontani. Non manca di essere utilissimo il loro denaro, messo a disposizione per il prestito impiegato dalla popolazione di ogni ceto sociale e dal Comune stesso, spesso carente di liquidità. Gli utili ricavati dai prodotti dell’agricoltura e dell’allevamento, vengono usati per l’acquisto di altri beni fondiari, una solida garanzia per i momenti di luce e ombra o di eclisse economica totale. E proprio le incertezze non mancano su queste vie di ingresso alla città.

Il bosco dei mercanti
Il bosco dei mercanti

Alcune zone della Via dei Carsi godono, infatti, di pessima fama perché qui prospera pure l’attività criminale. Ladri, delinquenti e vagabondi trovano rifugio nei recessi stretti e profondi o in grotte e caverne nascoste nelle pareti di roccia. Questi luoghi, sepolcri di epoca preistorica, nell’Evo Medio nascondono malfattori e tagliagole. Così, per evitare che la malavita danneggi i traffici commerciali e metta a rischio i ricavi daziari, alquanto sostanziosi, l’autorità vescovile di Trieste ordina l’edificazione di un castello sulla valle di Moccò, a controllo della via. A suo supporto, a poco meno di due chilometri in linea d’aria, poco sopra l’abitato di Bottazzo, il vescovo Ulrico autorizza la costruzione di un altro castello, che concede in gestione ai goriziani de Vinchinberger. Ed è a Moccò che si ferma l’allegra brigata di turisti. I grandi ammirano il paesaggio della Valle, i piccoli giocano ai briganti tra i pochi lacerti di mura rimasti.

 

Quassù è bello, bello da togliere il fiato. L’altura si trova in una posizione straordinaria, la visione sulla valle è splendida. Ed è facile comprendere come dal castello il controllo di tutto il territorio che scende  verso il mare risultava piuttosto agevole. In questa zona la strada regia si divideva in due percorsi, verso Trieste e verso Capodistria ed era da qui che venivano trasportate le ingenti quantità del sale prodotto nella zona marina di Zaule.

Panorama di Trieste visto dalla Valle
Panorama di Trieste visto dalla Valle

Alla fine del Duecento, il castello di Moccò, già attaccato e demolito dai capodistriani, viene ceduto dal vescovo in custodia temporanea al Comune di Trieste per dieci anni. Trascorso questo tempo, il Comune, però, si guarderà bene dal restituirlo.

Nel tardo Medioevo i disordini dei tempi di guerra portano cambiamenti tragici anche a Moccò. Il castello, nel 1463, è occupato dai veneziani che lo tengono fino al 1511, quando, espugnato da Nicolò Rauber, capitano di Trieste, è raso al suolo. Per venire a capo della storia di questo paesaggio che conserva misteriosamente l’atmosfera di un tempo così lontano, impossibile da tracciare con linee sicure e definite, perché si sa, la storia è il luogo dell’incompletezza e della casualità, viene in aiuto un vecchio libretto Itinerari del Carso triestino di Carlo Chersi, presidente della Società alpina delle Giulie dal 1921 al 1960. Chersi riporta  che nell’Ottocento era stata disegnata una ricostruzione ideale del vecchio castello di Moccò.

I ricordi, trasmessi di padre in figlio, riportano in vita una fortificazione che si erge sul colle altera e minacciosa. La struttura doveva essere necessariamente alta, larga, probabilmente di pianta quadrata, quasi priva di aperture, la porta difesa dal ponte levatoio. Una seconda mole che si alza dal ballatoio merlato fa da sostegno alla torre, vigile e massiccia, coronata da sporti merlati, sotto ai quali si apre una serie di caditoie. Vista la posizione, il castello vanta un ruolo di difesa di tutto rispetto.

Ottocentesca stampa fantastica del castello di Moccò di Alberto Rieger
Ottocentesca stampa fantastica del castello di Moccò di Alberto Rieger

Chersi riporta alcune leggende che vedono nel castello il rifugio della famiglia Barbarigo o Barbardìco scampata alla distruzione di Aquileia. I suoi resti, dopo la distruzione del 1511 recuperano nuova vita nel corso del secolo seguente, quando il Comune decide la costruzione del Castello nuovo che diverrà erede di armi, munizioni e documenti  dopo la distruzione della vicina fortificazione di Vichinberg. Nella seconda metà del XVIII secolo, l’edificio acquista una nuova identità.

Acquistato prima dai conti Petazzi, divenne più tardi un albergo-trattoria, quasi a conservare la vocazione di luogo di passaggio datogli dalla posizione nella Valle. Divenuto proprietà privata, il castello sofferente per i danni subiti durante la seconda guerra mondiale, viene definitamente distrutto da un incendio. Dopo il fuoco e la demolizione, di lui rimangono solo le tracce delle fondamenta.

Lo sguardo punta a est verso il monte Stena con i fianchi occupati dalla pista ciclopedonabile Cottur, in alto la vallata superiore della Rosandra, i pendi del Taiano in fondo, il crinale sormontato dal Cippo che omaggia il grande alpinista Emilio Comici e, più sotto, la piccola chiesa di Santa Maria in Siaris. Più oltre, nel fondovalle, si scorge Bagnoli Superiore-Konec.

Visione di Bagnoli dalla vedetta di Moccò
Visione di Bagnoli dalla vedetta di Moccò

Tra le visioni e i suoni della Valle, la compagnia ha perduto il senso del tempo. Le ore scorrono veloci. Qualcuno intanto osserva che l’ora di pranzo è passata da un bel po’ e confida nella generosità dei ristoratori del Premuda, il rifugio a fondovalle. Meglio scendere con una certa celerità facendo  attenzione a roccette e ghiaino perché in alcuni punti è facile scivolare. Ecco qua, dice qualcuno, finalmente un luogo che parla di Medioevo. È vero, il volto medievale di Trieste non esiste più. L’antico tessuto urbano è stato distrutto o si conserva, schivo e modesto, spesso invisibile, tra le costruzioni moderne. Due sono gli edifici ben conservati, forse i più rappresentativi del volto medievale della città e delle sue istituzioni laiche ed ecclesiastiche. Solenne e magnifica, la Basilica di San giusto, nata dalla fusione di due chiese e resa ancora più particolare dallo splendido rosone trecentesco sulla facciata, appare in alto, sul colle omonimo. Sulla via che porta al colle, poco sotto l’imponente chiesa gesuitica di Santa Maria Maggiore, si incontra la piccola basilica di San Silvestro, ricca di valori simbolici e memoria dei legami che Trieste intrattiene con il mondo bizantino e il Patriarcato di Aquileia.

Ma per ora l’itinerario medievale della compagnia si ferma ai tavoli del Premuda. I camminatori conservano la certezza che, nonostante le tracce medioevali a Trieste siano crepuscolari o imbrigliate, invisibili fili di ragnatele tra le costruzioni moderne, sapranno apparire misteriosamente, luminose tra i raggi di sole, a chi le sa guardare e forse, nella migliore delle ipotesi, richiameranno a nuovi aneddoti e particolari dimenticati.

 

 

 

 

 

 

 

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