Tutti in Cina. Mario Varglien, Pearl S. Buck e la Juve.

Tardo pomeriggio di un giorno particolare. Ho in calendario una gita tra le nuvole. Avete capito bene, tra le nuvole. Mi è capitata l’eccezionale opportunità di fare quattro chiacchiere con Mario Varglien. Lo zio Mariolino, che non vedo da un bel po’ di anni.

Mario Varglien - Collezione privata.
Mario Varglien – Collezione privata.

La settimana passata ho messo ordine tra fotografie, carte e libri che gli sono appartenuti e la nostalgia mi ha pizzicata. Pure una significativa curiosità. Ci sono oggetti e ricordi di Mario che continuano a saltare fuori da cassetti, fondi di armadi, scatole e librerie. Di tanto in tanto, cerco di investire il tutto di nuovi significati perché i ricordi si trasformano con il passare del tempo. Questa volta dal cassetto è spuntato un elegante paio di bretelle da smoking nero proveniente da Sulka
di Parigi e il vecchio, ma incredibilmente raffinato cappello in panno nero di Battersby.  Che mi sta d’incanto. Poi ci sono i libri e le riviste in francese che a cui tengo in modo particolare. Mario aveva conservato un nutrito numero de L’Illustration di cui sono gelosissima.

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Torino va di moda. 2

(continua dalla prima parte)

Fiat 3A Torpedo
Pinterest personale

Le suffragette rivendicano i diritti delle donne che vanno in giro in macchina, divertendosi un mondo. Per difendersi dalla polvere sollevate dalle ruote delle macchine, indossano mantelli e soprabiti con raffinati cappucci. Elegantissime, si fanno fotografare con gli occhi nascosti da vistosi occhialoni protettivi. Frequentano le spiagge e fanno i bagni di mare, ma l’abbigliamento è rigidamente scomodo. Si immergono in acqua con calzoni, tuniche e scarpette. Sulla spiaggia sfoggiano abiti leggeri e vaporosi. Indispensabili guanti, cappello e ombrellino. Nel 1914, l’eccidio di Sarajevo  spezza l’incantesimo: la guerra travolge tutto.  L’euforia e la frivolezza si acquietano, poi si spengono. Il futuro è incerto. La belle èpoque muore e la tragedia è immane. Gli uomini sono al fronte, le donne entrano in fabbrica. Perdono il loro posto nel mondo come guardarobiere e stiratrici e acquistano quello di operaie. Le signore della buona società scendono in campo come infermiere, si occupano delle attività dei loro mariti, fanno le donne d’affari. Si ha poco tempo per abiti elaborati e tenute sofisticate, le guarnizioni preziose vengono dimenticate. La vita va sempre più di fretta. Si corre di più, i tacchi si abbassano e le gonne si alzano: dal 1916 dalla caviglia sono scoperti più di venti centimetri!  Il nero prevale sul colore, le tinte usate sono molto sobrie. Bisogna essere pratiche e per questo va alla grande il tailleur di linea severa, che tanto piaceva già prima della guerra. Le giacche si portano più lunghe e nel frattempo spariscono quasi del tutto ventagli e ombrellini da sole. La semplicità del guardaroba  si rivela nell’abito-camicia  con la scollatura leggera, il taglio diritto e la gonna a mezzo polpaccio, che altro non è che una copia molto più elegante del grembiule indossato delle operaie e dalle infermiere. Scarpe e calze assumono un ruolo fondamentale. Décolleté raffinate con cinturino a lato e chiuse con un bottoncino, le scarpe calzano più morbide di un tempo. Si portano di color nero, marrone e bianche. Le calze di seta, nei toni del color carne, del nero, grigio e bianco hanno una cucitura verticale nella parte posteriore della gamba. La seta abbellirà le gambe delle donne  fino al secondo dopoguerra, quando il nylon entrerà con forza sul mercato. Anche i copricapi subiscono  trasformazioni importanti.  Le teste delle donne indossano cappelli di feltro e cappellini tondi. Dagli anni Venti, il cappello a cloche avrà una fortuna strepitosa.

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Torino va di moda. 1

Immaginate che un sabato mattina vi svegliate particolarmente felici. Non sarà un sabato come tutti gli altri: avete in mente di fare qualcosa di particolare. Trascurate l’idea di andare a visitare musei e mostre d’arte, boschi e campagne faranno a meno di voi in questa giornata. Schivate l’acquisto di un nuovo paio di scarpe o un insolito e inaspettato tête a tête con vostro marito. A me succede spesso qualcosa di simile, di essere pervasa da un’ urgenza impellente a realizzare qualcosa di “usualmente femminile e sobriamente elegante”. E’ un momento particolare in cui il bisogno di  confidarmi con le donne forti e dal cuore grande della mia famiglia bussa alla porta del cuore. Allora vado loro incontro, negli spazi nascosti della memoria e nelle immagini che conservo gelosamente nel mio piccolo archivio fotografico. Sono  ricordi di grandissimo valore intagliati nell’anima, portati nel presente come piccoli gioielli preziosi perché del passato niente è perduto per sempre. Chiudo le finestre, l’aria è fresca e profuma d’autunno. All’interno del mio nido silenzioso, sfioro con tenerezza il grigio e l’ocra delle vecchie fotografie.  Conservate scrupolosamente, vi ritrovo donne garbate e  sorridenti, signore malinconiche dell’epoca de «i cappelli alati». La loro compagnia mi aiuta a rifuggire da «la lentezza peccaminosa delle folle domenicali» che non amo. Mi fanno compagnia i racconti colmi d’entusiasmo della Nonna, l’influsso magico che le sartorie di Torino avevano esercitato su di lei e su Luigia Maria, cugina direttissima. La pura seduzione poetica  di Marinetti, così amato dalla raffinata Angiolina : «i grandi sarti Parigini che mediante l’invenzione veloce della moda, creano la passione del nuovo e l’odio per il già visto».

Lussuria - Marinetti
 

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