Paté, Parmigiano e Malvasia. Peccati di gola.

La S.V. è invitata a trascorrere la gelida notte della Candelora nella dimora di sir Roger de Coverley. Che non è un vero sir perché è il nostro amico Ruggero detto de Coverley in quanto amante della suddetta danza praticata su suolo britannico durante la Reggenza del principe Giorgio per onorare la stagione invernale. Le motivazioni per i divorzi sono infinite, le soluzioni per risalire la china, anche. Ruggero mitiga l’angoscia della solitudine, pardon dell’autonomia, con annesso carico/scarico lavatrice e stiratura camicie in solitaria, con corsi di ballo onnicomprensivi. Oltre ai consueti salsa, merengue, cha cha cha, i suoi maestri di volteggi e saltelli allungano il programma di apprendimento, costituito dalle consuete figure zeppe di giravolte e altre grammatiche danzerine, con alcuni ardimentosi movimenti ritmici più aulici e classici che descrivono balli come sarabanda, minuetto e la macchinosa Sir Roger de Coverley.

Thomas Rowlandson - Caricatura
 

Le incessanti pressioni della solitudine sentimentale incoraggiano prodigiose alchimie umane e procurano irresistibili desideri di novità.

Leggi tutto “Paté, Parmigiano e Malvasia. Peccati di gola.”

Condividi

Meditazioni spagiriche con Puligny Montrachet

Inaspettatamente, è rientrata al paese la zia Corallina.

Paesaggio rurale
Collezione privata

Priva di sue notizie da qualche mese a questa parte, ero giunta alla conclusione che eventuali informazioni su vagabondaggi e salute dell’ottuagenaria parente li potevo avere solo se avessi dato per prima segnali di vita. Insomma era da qualche giorno che mi ripromettevo di telefonarle. Corallina non ama parlare al telefono fisso, figuriamoci al cellulare. Di solito comunica con tradizionali lettere recapitate a domicilio dal postino. Di Corallina si può dire che gode da sempre di una robusta vitalità, poca propensione alle relazioni parentali e un’intensa nostalgia delle lontananze.

Leggi tutto “Meditazioni spagiriche con Puligny Montrachet”

Condividi

Tre parche e vini galanti

Manca poco meno di una settimana alla fine di gennaio. Per vedere bene il creato invernale salgo su in terrazza L’aria punge, gelida. Un velo di nebbia ripara il paese dagli occhi indiscreti del mondo.

Betulle
Pinterest personale.

Sono in arrivo i rigidi e fatidici giorni della merla. O almeno io spero che sia così perché sono affezionata a quei giorni freddissimi, cielo azzurro cristallo e nuvole zucchero filato. Il cuore dell’inverno è ancora ghiacciato ma le bacche rosso corallo del sorbo del vicino avvisano che posso dare inizio ai festeggiamenti per il sole che inizia a scaldare la terra.

Leggi tutto “Tre parche e vini galanti”

Condividi

Caccia al ladro. Moghul in fuga.

Edizione straordinaria. Rocambole è riapparso.

Rocambole
Pinterest personale

Spariti da Palazzo Ducale a Venezia, alcuni gioielli di grande valore appartenenti alla collezione Al Thani. Bellissimi. Si ritiene che l’autore del colpo sia il famoso e audace Rocambole. Abile e perfetto gentiluomo, di molto ingegno nell’arte del furto, Rocambole si è preparato con un lavoro certosino a prelevare in tutta sicurezza, alcuni bei gioielli che fanno parte del tesoro dei Moghul, esposto nelle teche della Sala dello Scrutinio. Nessun errore di concetto o di prassi, nonostante un’azione del genere impegni una «intensa carica emotiva». Questo ladro dall’innato spirito di avventura, ha saputo forzare la serratura senza apparente difficoltà e farsi largo tra gli altri visitatori con in tasca una spilla e un paio di orecchini di ingente valore. Raggiunta piazza San Marco, si è dileguato tra la folla. Che sia riuscito ad aprire la teca con tanta facilità è indice di perizia certosina e accesa vocazione per il pericolo e la gloria. L’eccezionalità dell’evento è data anche dal fatto che i gioielli sono spariti a poche ore dalla chiusura della mostra ai visitatori. I difensori dell’ordine pubblico operano nel più stretto riserbo. Personaggio inventato dal visconte Pierre Alexis Ponson du Terrail, Rocambole è un eroe positivo, un ladro gentiluomo dalle buone intenzioni, mai rovinate e immiserite da offese e atti violenti. Prode, valente, lesto di mano e di sagace intelligenza, questo simpatico ladro scivola tra la folla e le valenti guardie per svanire subito dopo in luoghi lontani e sconosciuti.  Voglio saggiamente anticipare che quello che scrivo non vuole essere uno stimolo a delinquere, non sia mai!, ma è innegabile che possedere anche un unico pezzetto dei gioielli Moghul potrebbe far esultare un cuore romantico o addolcire l’umore di qualche acida e affaticata signora alle prese con un consorte indifferente o un capo ufficio grossolano.

Gioielli
Pinterest personale

Io lo capisco. Comunque lasciamo questi malandrini al loro destino perché vorrei soffermare la mia attenzione sulla dinastia imperiale dei Moghul. I bei gioielli in mostra a Venezia si sono prodigati a trasmettermi desiderio e opportunità di mettere il naso in qualcosa di scintillante come può essere la storia della discendenza timuride. Se qualcuno ha avuto la pazienza di leggersi in un articolo fa, le mirabolanti e feroci scorrerie imperiali di Tamerlano, ricorda che alla sua morte l’impero si frantuma nelle solite lotte tra poteri locali. Qualcosa di simile avviene in quegli anni in territorio indiano. Composto da una miriade di stati perennemente in lotta tra loro, l’India è già stata meta degli attacchi di Timur Lang di Samarcanda che nel 1398 si annette il Panjāb e devasta orribilmente Delhi. Chissà, forse a motivo di interessi comuni per il territorio, devozione allo spirito di conquista, la vicinanza territoriale, la ricchezza o perché i condottieri se la godono un mondo a fare la guerra, sia come sia, sullo scorcio del XVI secolo, il principe turco Bābur, discendente diretto di Tamerlano riunisce in un solo impero i vari sultanati indiani che, con culture parallele ma separate tra loro, alternano convivenza e affiatamento a saccheggi e persecuzioni. Con Bābur ha inizio la dominazione detta dei Moghul che si protrae fino alle soglie della conquista inglese. A porre le basi del nuovo stato sovranazionale e centralistico, dove indù e musulmani hanno quasi pari diritti, sono tre uomini singolari, decisi che in questa vita vale la pena di andare più in là dell’orizzonte: Bābur, Akbar e il fondatore della breve dinastia Sūr, Sher Shāh. Come ben si sa, la realizzazione di un impero comporta qualità personali, competenze innate e abilità acquisite, una certa dose di fortuna, alleanze leali e, last but not least, risorse finanziarie. Bābur è uno tra i più grandi generali del suo tempo. Abile stratega, introduce in India l’artiglieria moderna. Akbar ha una buona dose di imperturbabilità e autocontrollo, è uno che tifa per le azioni rapide. Se indispensabile, è brutale e spietato ma non trascura, in caso, di essere magnanimo. Non è imprevedibile, sta attento a non farsi impegolare da vischiosi complotti e pensa in termini ampi nel momento in cui pone l’India nella visione di un impero universale e di una cultura indiana unitaria. Attuare questi propositi comporta sacrifici e battaglie e infatti, nobiltà, ortodossia islamica, stati confinanti e non da ultimo i parenti, gli danno del presuntuoso arrogante, concupiscente sfrontato e gli oppongono decisamente. Tra sordidi intrighi familiari, guerre tra vicini di casa e qualche rivolta sociale, nel 1614 si conclude la resistenza dei  Rajput che, in risposta alla situazione esterna, diventano i suoi più fedeli sudditi, quel tanto di appoggio leale al potere Moghul che serve per tenere sotto scacco i turbolenti vassalli musulmani. Sher Shāh, di etnia pashtun, dopo aver sconfitto l’imperatore Humayun, figlio di Bābur, si prende per un po’ il regno e lo amministra che è un piacere. Alcuni tra i suoi investimenti migliori sono visibili nella città di Bhera e in Pakistan nel forte di Rohtas. Se mai doveste passare da quelle parti, non mancate di visitare a Sasaram, nello stato del Bihar, il suo mausoleo, qualcosa come centoventidue piedi di assoluta bellezza architettonica.

Mausoleo di Sher Shāh
Pinterest personale

Vi dico ancora qualcosa di Akbar, nipote di Bābur, perché è un politico di razza, presupposto indispensabile alla vitalità militare e amministrativa di uno stato. Più o meno quelli che latitano oggidì. Precisiamo un attimo che nascere in famiglie così prestigiose non è quasi mai comodo, solo che pochi se ne accorgono. Tra elefanti e diamanti, danzatrici velate e spade affilate, si tramano macchinosi assassini e intriganti realtà oscure. Un bel po’ di emozioni che stancano. Tutti e tre sopportano una giovinezza difficile e devono farsi largo da soli con le proprie capacità in situazioni spesso disperate. Non è invidiabile, ma è certo una palestra di vita. Bābur orfano di padre a undici anni, resta impigliato nella guerre di successione per il trono di Samarcanda in opposizione sia ai parenti prossimi che agli Uzbechi. La città di Timur, però, gli sfugge di mano, i nomadi delle steppe hanno la meglio. Non gli resta che trovar rifugio in Afghanistan e mettere su un regno. Ma il sangue non è acqua e Samarcanda è un po’ cosa di famiglia. I persiani gli danno una mano a riconquistarla, ma la cosa non va a buon fine. Meglio cambiare direzione. E così, fa mente locale sull’impresa del vecchio Timur a Delhi e valuta l’idea di conquistarsi l’India. Prepara i piani di guerra, trova le alleanze, conquista i passi montani, sconfigge e spodesta i sovrani locali, si fa largo sul territorio con gli impulsi ardenti, ma muore prima di aver consolidato le sue posizioni. L’impero è debole. Che fare? Dove trovare un sovrano con le doti di abilissimo generale e prudentissimo uomo politico? I figli di Bābur si ritrovano un territorio immenso da governare e sono inetti. Più che all’amministrazione del potere preferiscono darsi all’anima festaiola e ad abbondanti dosi di oppio. I tempi sono quelli che sono e fanno una brutta fine. Chi viene accecato, chi muore esiliato alla Mecca, Humāyūn è in fuga per i deserti del Rājasthān. Cadono le ombre ma nel 1555 riconquista Delhi. Il vento ormai soffia gelido per il sovrano che muore poco dopo. Mentre Humāyūn soggiorna in Persia a casa dello shāh, in India governa il formidabile Shēr Khān Sūr. Politico di grande personalità e formidabile lavoratore, sente una certa responsabilità a migliorare il sistema giudiziario, propende a dare vita a una burocrazia efficiente (un sogno per tanti di noi contemporanei) e un sistema di pubblica sicurezza dipendente dal potere centrale. Super attivo, organizza il servizio postale e ordina la costruzione di una strada di lunga percorrenza nell’India settentrionale, intervallata da caravanserragli. Muore dopo solo cinque anni di governo, a seguito di un’esplosione durante l’assedio della fortezza rājputa di Kālinjar. Alla sua morte il figlio governa discretamente, nonostante molti governatori delle province danno il meglio di sé per svincolarsi dal governo centrale, con i soliti metodi spicci. I guai iniziano con un assassinio e un depravato al potere. In poco tempo quattro sultani Sūr si contendono le cure del governo. Situazione ottimale per i Moghul che li sconfiggono non proprio in un batter d’occhio, ma quasi e si riprendono l’impero. Akbar è un adolescente curioso e intelligente, un pizzico imprevedibile e con una psiche piuttosto complessa. Gira l’India e si fa un’idea precisa su quello che ha intorno mentre il reggente è borioso, altezzoso e schifiltoso. Poco male se viene assassinato per una faida familiare. Il guaio è che il potere passa nelle mani di gente di basso profilo politico: scandali e assassini inducono Akbar a prendere in mano tutti gli affari di stato. La famiglia non gli è grata e si impegna a procurargli un buon numero di guai. Ai Moghul non vanno a genio certe sue «stranezze», tipo abolire le restrizioni al culto e alla costruzione di templi, la concessione agli Indù degli stessi diritti dei musulmani, che ammette alle più alte cariche pubbliche, la promozione di una dottrina religiosa eclettica che lascia libertà ad ogni culto poiché si intende che tutti si rivolgono allo stesso dio, invocato però sotto nomi diversi. Il sovrano non ha simpatia per l’esclusività religiosa. Akbar ha un sacco di gatte da pelare: divampano rivolte sulle montagne, nelle città vi sono lunghe ribellioni, i ministri tramano le solite congiure contro il sovrano che risponde con le scontate impiccagioni contro i traditori. Si rallegra la vita con l’arte e incoraggia i suoi nobili a fare altrettanto nella protezione di poeti, letterati e artisti. Si prodiga in un’imponente attività costruttrice nella città di Fathphur Sikrī, le fortezze-palazzo di Āgra, Lahore e Allahābad, dove predomina l’influenza persiana straordinariamente modulata al gusto indiano. La raffinata corte dei Gran Moghul ospita poeti di grande fama come Tulsī Dās e altri impegnati in una letteratura contornata da fini edificativi. I successori di Akbar, spesso uomini colti e raffinati, sono sempre meno concilianti e più dediti a cacciare nelle foreste soffocanti, a viaggiare in strade, montagne e villaggi e a banchettare solennemente piuttosto che a governare con saggezza. Non mancano di erigere monumenti funerari splendenti come quello di Sikandra, per dirne uno. Nella zona del Kashmir ordinano la costruzione dei celebri giardini Moghul. Tutto questo in un’atmosferina in cui padri e figli si ribellano l’uno all’altro, alleanze filiali insorgono contro il genitore sovrano, le riforme ristagnano, l’esercito perde la sua potenza, le rivolte sono all’ordine del giorno e i portoghesi saccheggiano le navi indiane. Alla fine del Seicento e ai primi anni del secolo successivo, gli indù vengono ferocemente perseguiti in tutte le province che oppongono resistenza alla guida dei governanti locali. In questo tempo i Sikh si trasformano in un ordine militare. Capita ad un certo punto che l’erede al trono sia Aurangzēb, colto e coscienzioso, instancabile e valoroso, ma troppo severo e diffidente, il che non è un bene per un uomo di governo. Il clima che si crea a corte genera nell’amministrazione staff di adulatori inerti  e si sposa ad una corruzione dalle radici profonde che dilata le fenditure strutturali del sistema. È l’inizio della caduta incontrollabile dell’impero. In politica estera, invece, il sovrano ha grande successo. Assoggetta il sultanato di Golkonda, celebre per i suoi giacimenti diamantiferi e per secoli uno tra i principali mercanti di diamanti al mondo, devasta Hyderabad e adotta misure persecutorie contro indù e cristiani. Il pretesto glielo offrono i portoghesi, veri e propri pirati sul mare. Shāhjahān, augusto genitore di Aurangzēb è il sovrano che edifica il Tāj-Mahal di Āgra (non scordiamo che molte di queste bellezze architettoniche, sono monumenti funerari) e nella regione di Delhi costruisce la piazzaforte di Lāl Killa. Alla sua corte il lusso è inaudito e la pressione fiscale sempre più insostenibile. Insomma, le solite cose.

Tāj-Mahal
Pinterest personale

Più di ieri, meno di domani, solo che qui non si parla di un amore travolgente, ma di fiscalità esosa e iniqua. Che travolge lo stesso, ma in altro modo. Comunque, per tornare ad Aurangzēb, è durante il suo regno che si compie il destino dell’impero del Gran Moghul. Sull’altopiano del Deccan, passatemi l’entusiasmo, di una bellezza naturale unica, popolazione ed esercito Marāthi possiedono tenacia, audacia e fervida coscienza nazionale. È gente di montagna, forte e resistente, abituata ad un ambiente che è una fortezza naturale. Hanno un capo che è un eroe, Shivājī, scaltro e dalla lama veloce. Personaggio degno di un romanzo di Salgari, scorreria dopo scorreria, Shivājī alla fine viene messo sotto assedio, catturato e condotto a Delhi. Imprigionato, evade e con una fuga rocambolesca rientra nella sua terra.

Da questo momento, per i Moghul la faccenda si fa seria. Il conflitto con i Marāthi è interminabile. La macchina da guerra imperiale è pesante, i Marāthi veloci e facili ai colpi di mano. Nonostante le condizioni spesso disperate in cui combattono, sono inarrestabili.

Mausoleo di Sher Shāh
Pinterest personale

Ad Aurangzēb viene in soccorso la sconsiderata dissolutezza del successore di Shivājī. Una volta preso all’amo, lo fa morire tra torture atroci. Ma è mai possibile, dico io, che gli umani per essere trendy devono torturarsi tra loro? Il Moghul pensa di essersi alleggerito almeno di qualche  problema serio, invece i Marathi, scorrazzano su e giù per l’impero e seminano un caos infernale tra indù e musulmani. In tutta l’India scoppia la guerra religiosa e il fisco spreme tutti fino all’osso. Si capisce che l’amministrazione è più corrotta di un cesto di mele marce. Insomma tenebre e oscurità. E Aurangzēb che fa? Se la prende con i Rājput. Smembra gli stati, saccheggia le residenze sovrane, distrugge i templi e fa man bassa delle successioni ereditarie. Occhio per occhio, dente per dente. Scoppiano rivolte da tutte le parti. L’esercito moghul, un vecchio con pochi radi capelli sul cranio, privo di denti affilati, si muove stanco. L’impero, che nelle estati torride dell’Afghanistan sta perdendo pezzi, è ridotto a un teatro di guerra. Con la morte di Aurangzēb crolla il governo centrale, i principati che si formano sono in continua lotta tra loro. La solita manovra di indebolimento che offre alle comunità europee, portoghesi e olandesi, una fantastica occasione per commutare le loro potenze commerciali in potenze politiche grazie alle negoziazioni dirette che intercorrono con i singoli principati ormai indipendenti.  La Francia, entrata nella competizione commerciale dopo la conquista dei principali porti da parte inglese o olandese, usa questa manovra per prima, nel 1644, durante il regno di Luigi XIV. Un sovrano potente e un governo centrale non interessano più a nessuno. Gli stati Rājputi eleggono un comodissimo imperatore: il nipote di Aurangzēb amante di locali notturni e seducenti cortigiane. L’impero scivola verso la decadenza, tra ordini e contrordini emanati dal sovrano. L’apparato fiscale e burocratico è allo sfascio, i sovrani vengono rapidamente assassinati, un mood che risente dei tempi. Prima di morire, però, indugiano in focose relazioni con ugole d’oro, sinuose danzatrici e affabili cortigiane, sveltendo la scivolata finale dell’impero con sperperi tanto allegri quanto sconsiderati. A peggiorare la situazione ci si mette pure il crudele e sospettoso Nādir che fa il re in Persia. Indiscusso genio militare, venuto su con un carattere da tagliagole, Nādir ha i suoi idoli che guarda caso sono Genghiz khan e Tamerlano. Una conferma che si tratti di un soggetto non proprio dipendente da pregiudizi e convenzioni, ce la offre la ritrattistica  dell’epoca che parla per lui. Cipiglio fiero, sopracciglia aggrottate, bocca stretta sotto il pelo folto e nero tipo Barbablù, occhio penetrante. Rendo l’idea? Insomma questo signore poco rassicurante punta su Kabul, sconfigge l’esercito moghul e si fionda a Delhi. La saccheggia e siccome è un tipo puntiglioso e vendicativo, passa per le armi tanta di quella popolazione che neanche un calcolatore della Nasa riuscirebbe a conteggiare. Ciliegina sulla torta, tortura i redditi alti. E visto che è un genio del male si porta via una montagna di belle cose tra cui il trono del pavone e il koh i noor estratto più di quattrocento anni prima dalle miniere di Golkonda. Un gran bel colpo. A quanto sembra c’è un desiderio incontrollabile per i gioielli Moghul che supera i tempi! A partire dal XVIII secolo sembra il territorio ospiti i cavalieri dell’Apocalisse. Sovrani deposti e accecati, imperatrici madri giustiziate, saccheggi, amare considerazioni e gli inglesi che si godono la situazione grazie all’operato di Robert Clive. È tempo di iniziare a signoreggiare sull’India. Ma questa è un’altra storia, fatta di inerzie, abbandono del potere effettivo, conflitti tra i partiti, lusso, instabilità, tradimenti degli amici e alleanze con i nemici e giusto not to miss anything devastazioni e corruzione generale  che polverizzano quello che è rimasto del senso di nazionalità, religione e tradizioni culturali dell’impero. In questa fase caotica, la Gran Bretagna si impegna a non scocciare gli Olandesi in Indonesia e questi ultimi si adoperano a lasciare il commercio indiano nelle mani inglesi. Pari e patta. L’ultimo imperatore Moghul, Bahadur Shah II muore a Rangoon nel 1862. Quasi novantenne e prigioniero degli inglesi decisi a cancellare il ricordo del leader che capeggia la guerra di indipendenza. Che si conclude a Delhi con la cattura del sovrano e relativo massacro britannico. Salito al trono già vecchio, l’ultimo discendente di Timur lo zoppo, è un uomo di grande cultura. Poeta in urdu e persiano, sensibile ed esperto calligrafo, studioso del sufismo, ama l’architettura e ha un debole per i giardini. Non è certo un impertinente poco di buono, uno sciupafemmine scialacquatore come qualche suo antenato. Così, un bel giorno (si fa per dire) sepoys e cavalleggeri segnano il suo destino. Dopo un massacro di cristiani a Delhi, lo eleggono loro imperatore e lo chiamano alla rivolta contro gli inglesi. Questa volta alquanto imperativi in un’opera di conversione al cristianesimo di indù e musulmani. L’adesione popolare così partecipata intorno al vecchio sovrano può sembrare inconsueta, ma non lo è se consideriamo che per entrambe le religioni, l’imperatore ha quel tanto di sacro che lo rende rappresentante della Divinità in questo mondo. Però non basta. Mancano i soldi, non esiste classe dirigente, i sepoys sono sgraditi ai benestanti. La drammatica insurrezione scoppia a Meerut, nell’India del nord per motivi religiosi, quando gli indù si oppongono all’uso dei fucili Enfield impermeabilizzati con il grasso delle vacche sacre. La diffusione della ribellione su tutto il territorio spinge gli inglesi a sciogliere la Compagnia delle Indie  e a prendere direttamente in mano la situazione politica del paese. Iniziano con una carneficina a Delhi. Il kàlos géron, il bel vecchio Moghul finisce i suoi giorni tra le sbarre, sepolto tra le stratificazioni mute della Storia. Correre per conquistare potere, denaro e territori annulla i limiti umani. Eminenti studiosi hanno dimostrato che sulla Terra non c’è tempo in cui non si siano combattute guerre. Ma se qualcuno si azzardasse a pensare allo stress postbellico accumulato nei secoli, ne verrebbero fuori dati da brivido. Uccidere il proprio simile è un atto antinaturale, ma a quanto pare per niente anticulturale. Le lame scivolano agevolmente sui corpi, il sole luccica sulle punte delle lance, roteano le spade, menti spietate e calcolatrici assorbono misteriosi veleni, le scintille del fuoco politico bruciano il sorriso, accecano le città, i padri uccidono i figli e i figli eliminano i padri. Un’oscurità insondabile. Tutto questo senza scomodare Edipo che resta a Tebe a chiacchierare con la Sfinge. Essendo favorevole alle esperienze intersoggettive (per questo scrivo qui) preferisco trascurare il rumore assordante delle battaglie e sospendo il giudizio sull’operato di spade, archi e frecce. Nonostante i fiumi rossi assorbiti dalla Terra, c’è qualcosa in questi tempi che educa alla piena bellezza ed è la straordinaria sintesi culturale in cui si intersecano elementi di diverse tradizioni. Akbar e i suoi successori sono grandi protettori delle arti. Del primo periodo moghul restano poche tracce di edifici a pianta cubica, esagonale o ottagonale, i tempi sono troppo turbolenti per pensare di affrontare una progettazione di ampio respiro. Dal regno di Akbar si iniziano a costruire sfarzose dimore principesche a Delhi come il Forte Rosso, la fortezza-palazzo ad Agra, Lahore e Allahābād.

Il forte rosso di Delhi
Pinterest personale

L’eclettismo diventa sempre più eleganza. Shah Jahan fa edificare il Taj Mahal, la tomba dell’imperatrice Mumtāz-Mahal, una costruzione di rara bellezza in marmo bianco tempestato di pietre dure. Ma ai Moghul, Uzbeki e Persiani non stanno mica simpatici, culturalmente li definiscono come provincialotti. Shah Jahan ha una spiccata preferenza per le colonne a fascio di fiori di loto del Deccan e del Bengala e usa senza limiti il marmo ad Agra, Delhi, Lahore, nel palazzo giardino di Ājmer, mentre a Fatehpur Sikri, la Città rosa, Akbar dà il via a sfavillanti esperimenti. La città è un laboratorio in cui vengono fusi tutti gli stili presenti nell’impero. A decorare la tomba di Humāyūn viene utilizzato un mosaico indo-islamico in pietra a sostituire le piastrelle dei tempi più antichi. La trasformazione avviene con il marmo bianco per i palazzi imperiali anche se non fu abbandonata l’arenaria rossa. Aurangzēb ordina la costruzione di un bel numero di moschee, bellissima la Bādshāhī Masjid a Lahore insieme ad edifici più economici edificati in mattoni e stucco, come la tomba dell’imperatrice Bībī-kā-Rauza presso Aurangābād. Una bellezza da sogno resa plausibile dell’eredità della tarda epoca timuride di Samarcanda e della corte safawide di Persia con un adattamento elegante e in tempi brevi alla cultura musulmana dell’India.

Influenza persiana. Principessa e ancella
Influenza persiana. Principessa e ancella

Ad essere determinante è soprattutto lo stile del sultanato del Deccan. Con quest’ultimo si fonde la cultura dei Rājputi che a loro volta assorbono i cangianti aspetti della cultura moghul almeno fino alla prima metà del XVIII secolo. Nella danza e nella letteratura giocano un ruolo importante  le suggestioni della tradizioni indù. Al contrario, nell’estremo sud dell’India, nel Mysore, sulla costa del Malabar e nella regione dei Tamil, la tradizione preislamica mantiene un’identità meno influenzata dalla cultura timuride. In campo artistico questo è un periodo molto fecondo.

Parasurama, una delle incarnazioni di Visnu, uccide Sahasrarjuna. Miniatura del XVIII secolo conservata al Museo Nazionale di Delhi
Parasurama, una delle incarnazioni di Visnu, uccide Sahasrarjuna. Miniatura del XVIII secolo conservata al Museo Nazionale di Delhi

La pittura e in particolare la miniatura raggiunsero livelli stilistici meravigliosi. L’arte pittorica predilige soggetti di corte, ritratti di personaggi influenti, scene di caccia e di intrattenimenti. Uno stop lo dà il rigore di Auragzēb che allontana dalla corte i pittori e bandisce ogni forma di divertimento artistico e letterario. A Shah Jahan va il merito di aver favorito l’artigianato: mussoline e broccati estivi ricamati in oro e pietre preziose, cristallo di rocca intarsiato, armi damaschinate e vasellame di porcellana.

Elsa di spada a testa di cavallo in giada e pietre preziose (Londra, Victoria and Albert Museum)
Elsa di spada a testa di cavallo in giada e pietre preziose (Londra, Victoria and Albert Museum)

Insomma quella grazia del cielo che abbiamo visto nella Sala dello Scrutinio a Palazzo Ducale. La miniatura briosa, colorata e frizzante è di base turco-persiana. Passione di Akbar che fa illustrare molte composizioni epiche, traduzioni dalle lingue indiane e opere di valore storico. A corte, Akbar piace confrontarsi con menti brillanti come Rājā Bīrbal, il generale Mān  Singh, rājā di Āmber, Tōdar-Mal il ministro delle finanze. Sono indù coltissimi che usano poetare in lingua hindī, secondo forme artificiose, l’argomento erotico che narra delle avventure amorose, fini ed eleganti tra Rādhā e Krishna. Ormai manca solo da ricordare che origine la lingua moghul è il turco. Babur e il figlio compongono poesie e scrivono le loro memorie in questa lingua che continua ad essere usata per molto tempo nell’harem imperiale. L’altra è il persiano usata sia in letteratura che nella pubblica amministrazione. Akbar incarica a Faizī, poeta e studioso, la traduzione in persiano di opere scritte in sanscrito come il Mahābhārata, il Rāmāyana, il Līlavatī e altre opere di enorme successo. Mi dimenticavo, l’ultimo imperatore, il fecondo poeta usa lo pseudonimo di Zafar. La poesia ha grandi nomi: Maujī, Bīrbal, Mīr Ma sūm Safawī, Vaslī e Muhammad Tālib. Qua mi fermo, i poeti di corte sono tantissimi, letterati e mahārājā. Tutti intrattengono l’India moghul  con una certa poetica raffinata condita da  deliziose analisi psicologiche, un tantino sottili e magari raffinate, su amanti, corteggiatori, ragazze cotte a puntino e ragazze da cuocere a fuoco lento. Una psicologia erotica musicata e descritta nei libri illustrati che ebbero, come dubitarne?, delle tirature di tutto rispetto. Al tempo di Akbar, va di moda  Tān Sen di Gwāliōr, attore e cantante famosissimo, che pretende e ottiene compensi da urlo. Un divo insomma che nelle sue rappresentazioni mette in scena relazione psicologia erotica e tonalità musicali in un susseguirsi di ore, mesi e stagioni. Spettacoli così oggi li fa Lady Gaga. Ha talmente tanto glamour che ad Akbar non resta che trascinarlo a corte con la forza. Poi la musica cambia. Al principio del XIX secolo restano stanze buie, odore di polvere e decadenza. Nei palazzi sonnecchiano mattonelle rotte, tappetti consunti, stoffe a brandelli. Da qualche parte, le tigri vagano sornione, con passi felpati.

Mausoleo di Nawab Safdar Jang a Delhi
Mausoleo di Nawab Safdar Jang a Delhi, uno degli ultimi esempi di arte moghul

Ma quando le guardi bene, certe cose sono talmente belle che neanche la patina del tempo, i soprusi delle guerre e l’occhio superficiale possono impedire di toccarti l’anima nel profondo, giù giù, sempre più giù dove non ti ricordavi che potevi trovare l’armonia, l’immaginazione e il sentimento. La bellezza, quella vera, è così.

Condividi

Tamerlano va a Samarcanda

  • Guarda a te d’intorno ora in Samarcanda!
  • Non è regina del mondo? Non è la prima
  • fra tutte le città? Non ne regge i destini
  • con la sua ferma mano? In tutta l’immensa gloria
  • che il mondo conobbe non sta nobile e sola?
  • Se mai cadesse il suo estremo gradino
  • già offrirebbe il piedistallo ad un trono! 
  • E chi ne è sovrano? Timur-colui
  • che la gente attonita vide procedere
  • a gran passi, altèro sopra agli imperi,
  • un bandito col diadema sulla fronte!

Samarcanda trova la sua forza vitale nelle radici solide della storia. È una delle più antiche città del mondo, famosa per la sua posizione invidiabile sulla  «via della seta», aperta dai mercanti cinesi che cominciano a viaggiare verso occidente, attraverso l’Asia centrale. Di qua passano seta, lacche, perle, ambra, tessuti di lana e lino, corallo, vetri e altre pietre preziose. È una città da primato. Non ultimo, quello di essere talmente ricca e splendida da far sì che i Mongoli di Genghiz khan riversino la consueta energia esplosiva nel suo saccheggio. Nonostante i drammi bellici, chiamiamoli disorientanti per la popolazione, a Samarcanda la meravigliosa, abitanti e governanti si rimboccano le maniche per recuperarla all’antico splendore e riportarla ad essere punto di riferimento per chi si sposta avanti e indietro sulle rotte commerciali. Se da una parte, le conquiste dei Mongoli si accompagnano a drammatiche distruzioni, dall’altra i nuovi sovrani unificano una parte molto vasta degli immensi territori asiatici e promuovono, con la sicurezza di viaggiatori e mercanti, la curiosità della conoscenza e il gusto per l’ignoto. Infine, forse in una notte blu mistero,Tamerlano ne fa la capitale da Mille e una Notte del suo vasto impero. Di un incanto ammaliante, Samarcanda è uno scrigno di monumenti architettonici, belli da togliere il fiato. Il cuore della città medievale, è il Registan, la piazza pubblica circondata da tre grandi madrase, la Madrasa di Ulugh Beg, la Madrasa Sher-Dor, la Madrasa Tilya-Kori. 

Foto di Stefano Motta
Foto Stefano Motta. https://triestemongolia.expandev.com/

Leggi tutto “Tamerlano va a Samarcanda”

Condividi