Mercanti in fiera. Pordenone.

Se avessi dovuto contare le volte che mi sono trovata davanti l’espressione stupefatta di quelli a cui ho risposto in quale disciplina mi fossi laureata, avrei dovuto usare qualche megasupercalcalcolatrice costruita sul pianeta Krypton, la cui popolazione era notoriamente molto sviluppata dal punto di vista tecnologico. Mi sono laureata in Storia. E allora? Sostengo gli sguardi attoniti che mi dicono chiaramente che ho mancato di: saggezza, esperienza, lungimiranza, buon senso, coerenza con l’epoca (storica) in cui con la cultura non si mangia, equilibrio, disciplina e, come se non bastasse, giudizio.

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Nuits Saint Georges di fine estate

Una sera di quasi metà settembre. Estate sul finire. Aria fresca, luce attenuata. Un’amica con una personalità imponente, inguaribile amante delle cose buone e particolari, mi invita a cena.

Il suo approccio alla vita è molto ardito. Priva di peli sulla lingua, per alcuni irresistibile, per altri letale, ha sviluppato un talento speciale  nell’inanellare una frase dietro l’altra fino a farla divenire un incantevole racconto.  A questo mescola un’irresistibile inclinazione per scarpe, jazz e  gatti.

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Torino va di moda. 2

(continua dalla prima parte)

Pinterest personale

Le suffragette rivendicano i diritti delle donne che vanno in giro in macchina, divertendosi un mondo. Per difendersi dalla polvere sollevate dalle ruote delle macchine, indossano mantelli e soprabiti con raffinati cappucci. Elegantissime, si fanno fotografare con gli occhi nascosti da vistosi occhialoni protettivi. Frequentano le spiagge e fanno i bagni di mare, ma l’abbigliamento è rigidamente scomodo. Si immergono in acqua con calzoni, tuniche e scarpette. Sulla spiaggia sfoggiano abiti leggeri e vaporosi. Indispensabili guanti, cappello e ombrellino. Nel 1914, l’eccidio di Sarajevo  spezza l’incantesimo: la guerra travolge tutto.  L’euforia e la frivolezza si acquietano, poi si spengono. Il futuro è incerto. La belle èpoque muore e la tragedia è immane. Gli uomini sono al fronte, le donne entrano in fabbrica. Perdono il loro posto nel mondo come guardarobiere e stiratrici e acquistano quello di operaie. Le signore della buona società scendono in campo come infermiere, si occupano delle attività dei loro mariti, fanno le donne d’affari. Si ha poco tempo per abiti elaborati e tenute sofisticate, le guarnizioni preziose vengono dimenticate. La vita va sempre più di fretta. Si corre di più, i tacchi si abbassano e le gonne si alzano: dal 1916 dalla caviglia sono scoperti più di venti centimetri!  Il nero prevale sul colore, le tinte usate sono molto sobrie. Bisogna essere pratiche e per questo va alla grande il tailleur di linea severa, che tanto piaceva già prima della guerra. Le giacche si portano più lunghe e nel frattempo spariscono quasi del tutto ventagli e ombrellini da sole. La semplicità del guardaroba  si rivela nell’abito-camicia  con la scollatura leggera, il taglio diritto e la gonna a mezzo polpaccio, che altro non è che una copia molto più elegante del grembiule indossato delle operaie e dalle infermiere. Scarpe e calze assumono un ruolo fondamentale. Décolleté raffinate con cinturino a lato e chiuse con un bottoncino, le scarpe calzano più morbide di un tempo. Si portano di color nero, marrone e bianche. Le calze di seta, nei toni del color carne, del nero, grigio e bianco hanno una cucitura verticale nella parte posteriore della gamba. La seta abbellirà le gambe delle donne  fino al secondo dopoguerra, quando il nylon entrerà con forza sul mercato. Anche i copricapi subiscono  trasformazioni importanti.  Le teste delle donne indossano cappelli di feltro e cappellini tondi. Dagli anni Venti, il cappello a cloche avrà una fortuna strepitosa.

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Torino va di moda. 1

Immaginate che un sabato mattina vi svegliate particolarmente felici. Non sarà un sabato come tutti gli altri: avete in mente di fare qualcosa di particolare. Trascurate l’idea di andare a visitare musei e mostre d’arte, boschi e campagne faranno a meno di voi in questa giornata. Schivate l’acquisto di un nuovo paio di scarpe o un insolito e inaspettato tête a tête con vostro marito. A me succede spesso qualcosa di simile, di essere pervasa da un’ urgenza impellente a realizzare qualcosa di “usualmente femminile e sobriamente elegante”. E’ un momento particolare in cui il bisogno di  confidarmi con le donne forti e dal cuore grande della mia famiglia bussa alla porta del cuore. Allora vado loro incontro, negli spazi nascosti della memoria e nelle immagini che conservo gelosamente nel mio piccolo archivio fotografico. Sono  ricordi di grandissimo valore intagliati nell’anima, portati nel presente come piccoli gioielli preziosi perché del passato niente è perduto per sempre. Chiudo le finestre, l’aria è fresca e profuma d’autunno. All’interno del mio nido silenzioso, sfioro con tenerezza il grigio e l’ocra delle vecchie fotografie.  Conservate scrupolosamente, vi ritrovo donne garbate e  sorridenti, signore malinconiche dell’epoca de «i cappelli alati». La loro compagnia mi aiuta a rifuggire da «la lentezza peccaminosa delle folle domenicali» che non amo. Mi fanno compagnia i racconti colmi d’entusiasmo della Nonna, l’influsso magico che le sartorie di Torino avevano esercitato su di lei e su Luigia Maria, cugina direttissima, la pura seduzione poetica  di Marinetti, così amato dalla raffinata Angiolina : «i grandi sarti Parigini che mediante l’invenzione veloce della moda, creano la passione del nuovo e l’odio per il già visto».

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Escursioni mitiche nella valle del Vipacco

Giovedì pomeriggio di felicità suprema. Ho appena saputo che per tre giorni sarò libera di bighellonare a mio piacimento. Le previsioni meteo proclamano fiduciose che il tempo sarà soleggiato o solo parzialmente nuvoloso. Preparo subito la mia valigetta “da tre giorni”, dove riesco, con perizia, a introdurre mezza casa. In spalla, pronto anche lo zaino piccolo. Il bagagliaio della macchina ospita le scarpe buone per camminare. Cammino per essere rapita dal fascino della vita e della natura, cammino per contemplare. Mi fanno compagnia i saggi dell’antichità, celebratori della deambulatio come rimedio per ogni male. La vix medicatrix naturae di Ippocrate e Avicenna ha trovato in me una fervida sostenitrice. Ringalluzzita dal pensiero di  Thoreau, un vero amico per l’anima,  «Come possano le donne sopportare di essere confinate in casa ancor più degli uomini, io non lo capisco; ma ho motivo di ritenere che la maggior parte di esse non lo sopporti affatto», parto. Non è che proprio non lo sopporti affatto, io a casa sto bene. Ma è altrettanto vero, che il mio temperamento inquieto mi spinge a  cercare la vita nel vento e nelle nuvole. Così, venerdì mattina, piuttosto esultante, abbandono i miei oneri quotidiani e decido la direzione da scegliere. Lascio la città, raggiungo il Carso triestino e mi fermo per il primo caffè a Sgonico. Sento il bisogno di boschi e prati, di fiori e di acque. Salgo in macchina. Davanti a me un carpino, base per un gruppo di rumorosi storni comuni. Raggiungo il confine con la Slovenia. Mi fanno da guida la natura e qualche cartello giallo. Approfitto delle opportunità che mi si presentano. Unica meta certa Vitovlje.

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