Esotiche conquiste tra Venezia, Mongolia e India.

Sabato veneziano. Piazza S. Marco. Cielo terso, pallide ombre, sole timido con accenti di splendore arancio. La solita folla di turisti si muove lenta. Talvolta anonima, spesso informe. Devo accorciare il passo. Sulle pietre antiche gli sguardi immobili della gente in fila: gitanti in attesa, aspiranti fruitori di un mito antichissimo. Per qualche attimo o per qualche giorno, sconosciuti si incrociano tra le calli sospese sulla laguna per respirare con la città. I veneziani veri, pochi in verità, transitano veloci, sovente immemori eredi di un’opera d’arte che non appartiene solo a sé stessa e al passato, ma  a quella dimensione feconda e geniale dell’intelligenza e sensibilità umane. Così intensa da suscitare in ogni tempo ammirazione, invidia e stupore. Il prodotto di una enorme potenza marittima e delle sue favolose ricchezze. Oltrepasso veloce un ponte. Mi sa che devo muovermi di più, all’ultimo gradino il respiro si fa ansimante. Mi passano per la mente i consigli per un esercizio fisico continuo e costante, li dimentico presto…Invece mi ricordo che una delle impressioni più belle sulla città se la lasciò scappare Philippe de Commynes, cronista e uomo politico francese. Nel 1495, durante il suo incarico come ambasciatore in laguna per conto di Carlo VIII, Commynes, entusiasta, la descrive come una città straordinariamente fresca e brillante, splendida come un intarsio di pietre dure. Impressionato dalla volontà di conquista, dalle ambizioni e spregiudicatezza dei veneziani, Commynes è favorevolmente impressionato dalla nobile accoglienza che riservano agli ambasciatori e agli stranieri importanti.

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Contrada Maggiore a Pordenone. Ricchi mercanti e garbati fotografi.

A me di passare dalla fiera al parcheggio Filanda Marcolin a piedi non va tanto a genio. Anzi per nulla. Prima che mi dimentichi, vi informo che a piedi, in tutta tranquillità, si impiegano dieci, quindici minuti, al massimo. Capisco che il giorno è limpido e luminoso e l’aria novembrina tiepida. Ma dopo aver gironzolato e buttato l’occhio su tutti, ma proprio tutti gli stand della fiera, ho sviluppato una certa imprecisata atonia muscolare, così mi infilo di nuovo in macchina e ci spingo dentro pure l’amico Kirk alto alto che invece dimostra una forza muscolare veramente invidiabile e desidera camminare. Nonostante rivolga al cielo uno sguardo implorante e metta in pratica un lieve tentativo di dissuasione, siede sul sedile e, zitto zitto, si fa portare al parcheggio.

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Mercanti in fiera. Pordenone.

Se avessi dovuto contare le volte che mi sono trovata davanti l’espressione stupefatta di quelli a cui ho risposto in quale disciplina mi fossi laureata, avrei dovuto usare qualche megasupercalcalcolatrice costruita sul pianeta Krypton, la cui popolazione era notoriamente molto sviluppata dal punto di vista tecnologico. Mi sono laureata in Storia. E allora? Sostengo gli sguardi attoniti che mi dicono chiaramente che ho mancato di: saggezza, esperienza, lungimiranza, buon senso, coerenza con l’epoca (storica) in cui con la cultura non si mangia, equilibrio, disciplina e, come se non bastasse, giudizio.

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Nuits Saint Georges di fine estate

Una sera di quasi metà settembre. Estate sul finire. Aria fresca, luce attenuata. Un’amica con una personalità imponente, inguaribile amante delle cose buone e particolari, mi invita a cena.

Nuvole
Pinterest personale.

Il suo approccio alla vita è molto ardito. Priva di peli sulla lingua, per alcuni irresistibile, per altri letale, ha sviluppato un talento speciale  nell’inanellare una frase dietro l’altra fino a farla divenire un incantevole racconto.  A questo mescola un’irresistibile inclinazione per scarpe, jazz e  gatti.

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Torino va di moda. 2

(continua dalla prima parte)

Fiat 3A Torpedo
Pinterest personale

Le suffragette rivendicano i diritti delle donne che vanno in giro in macchina, divertendosi un mondo. Per difendersi dalla polvere sollevate dalle ruote delle macchine, indossano mantelli e soprabiti con raffinati cappucci. Elegantissime, si fanno fotografare con gli occhi nascosti da vistosi occhialoni protettivi. Frequentano le spiagge e fanno i bagni di mare, ma l’abbigliamento è rigidamente scomodo. Si immergono in acqua con calzoni, tuniche e scarpette. Sulla spiaggia sfoggiano abiti leggeri e vaporosi. Indispensabili guanti, cappello e ombrellino. Nel 1914, l’eccidio di Sarajevo  spezza l’incantesimo: la guerra travolge tutto.  L’euforia e la frivolezza si acquietano, poi si spengono. Il futuro è incerto. La belle èpoque muore e la tragedia è immane. Gli uomini sono al fronte, le donne entrano in fabbrica. Perdono il loro posto nel mondo come guardarobiere e stiratrici e acquistano quello di operaie. Le signore della buona società scendono in campo come infermiere, si occupano delle attività dei loro mariti, fanno le donne d’affari. Si ha poco tempo per abiti elaborati e tenute sofisticate, le guarnizioni preziose vengono dimenticate. La vita va sempre più di fretta. Si corre di più, i tacchi si abbassano e le gonne si alzano: dal 1916 dalla caviglia sono scoperti più di venti centimetri!  Il nero prevale sul colore, le tinte usate sono molto sobrie. Bisogna essere pratiche e per questo va alla grande il tailleur di linea severa, che tanto piaceva già prima della guerra. Le giacche si portano più lunghe e nel frattempo spariscono quasi del tutto ventagli e ombrellini da sole. La semplicità del guardaroba  si rivela nell’abito-camicia  con la scollatura leggera, il taglio diritto e la gonna a mezzo polpaccio, che altro non è che una copia molto più elegante del grembiule indossato delle operaie e dalle infermiere. Scarpe e calze assumono un ruolo fondamentale. Décolleté raffinate con cinturino a lato e chiuse con un bottoncino, le scarpe calzano più morbide di un tempo. Si portano di color nero, marrone e bianche. Le calze di seta, nei toni del color carne, del nero, grigio e bianco hanno una cucitura verticale nella parte posteriore della gamba. La seta abbellirà le gambe delle donne  fino al secondo dopoguerra, quando il nylon entrerà con forza sul mercato. Anche i copricapi subiscono  trasformazioni importanti.  Le teste delle donne indossano cappelli di feltro e cappellini tondi. Dagli anni Venti, il cappello a cloche avrà una fortuna strepitosa.

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